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giovedì 1 settembre 2016

VENEZIA 73. I raptus segreti di Helen. Un documentario sul trobettista jazz Lee Morgan ucciso dalla moglie nel 1972



Roberto Silvestri
VENEZIA


Jazz. Questa volta quello vero. Non come La la land. O vogliamo chiamarla Great Black Classic Music? Fuori concorso nella sezione documentari “I called him Morgan”, diretto da un veterano del genere e fan svedese da sempre, anche se ha solo 44 anni, Kasper Collin, che ci ricorda l'arte sopraffina e la fine tragica di un famoso trombettista african-american, ucciso nel febbraio del 1972, a 33 anni, dalla moglie Helen. Ma che ci parla anche e soprattutto dell'assassina. Le dà la parola. Era proprio lei a chiamarlo Morgan: “Odio il nome Lee”. Veniva dal sud. Le ricordava il generale razzista della guerra civile? Helen era diventata mamma a 13 anni. Moglie a 16. Vedova poco dopo. Raggiunge Manhattan abbandonando i figli in campagna dai nonni. Le piace la metropoli e la buona musica. Non lascerà mai New York. Grande cuoca e abile comunicatrice, come si dice oggi, diventa il punto di riferimento degli artisti e del vicinato tutto. Una forza della natura. La sua casa è sempre aperta a tutti. Anche ai figli che la raggiungono, ormai maggiorenni. Conosce Morgan e il suo giro. Si risposa con lui. Lei troppo più vecchia. 50/30. Ma. Lo salverà dall'eroina quando ormai il trombettista è all'ultimo stadio della degradazione. Lui si rimette in carreggiata.
Lee e Helen (a destra)
Riprende a suonare. Incide dischi indimenticabili. Ma la tradisce con una più giovane e bella anche se ormai, marchio indelebile delle droghe assuefanti, sessualmente non c'è più molto. Lei lo raggiunge al club. Lui sta per suonare una song in omaggio a Angela Davis, imprigionata dai pigs. Lei litiga. Lui la sbatte fuori. Fuori c'è la neve e il gelo. Torna dentro. Lo incrocia. Urla: “voglio il mio compenso”. Gli spara con la pistola nella borsetta, l'arma che lui le aveva regalato affinché si difendesse. L'ambulanza arriva con troppo ritardo. Lui muore. 5 anni di libertà vigilata. Omicidio di secondo grado. Poco no? Strana sentenza. Forse Morgan, a parte le attenuanti generiche, stava sulle palle all'establishment per le sue idee e pratiche radicali e per la sua amicizia con Albert Ayler, che verrà misteriosamente assassinato forse per motivi politici, e con i panther (ma il film tace stranamente su questo aspetto. Eppure Collin ha girato My nome is Albert Ayler...). Chi è nato nel 1972 forse questa materia non la sa proprio maneggiare o gli hanno insegnato a trovarla “ideologica” coloro che di materialistico hanno ben poco. *



Helen tornerà in Nord Carolina. Si dedicherà ad attività benefiche. Andrà all'università per anziani. Conoscerà un professore esperto, oltre che di storia e cultura africana, anche di jazz, che la intervisterà prima della morte, nel 1996. Quei nastri sono la base su cui Collin ha costruito il film. Adornandola con una intervista a Lee, ai suoi colleghi musicisti, ad amici di quartiere, a parenti e all'amante fatale. Oltre alle registrazioni televisive dell'artista superdandy che con Miles Davis e Art Blakey, Thelonious Monk e Wayne Shorter simboleggiò quella particolare atmosfera di cool jazz che fu catturata negli anni 50-60 dall'etichetta (bianca) Blue Note, prima della rivoluzione free che lui contribuì a far nascere.
Erano artisti di tecnica impareggiabile, charmant, meravigliosamente vestiti, sfacciatamente seducenti e stracopiati dai loro omologhi bianchi che, come racconta Leroy Jones, più li invidiavano e più si arricchivano. Moderno, essenziale, straboccante idee, dal virtuosismo fantastico e sorprendente, Lee Morgan era arrivato da da Filadelfia e aveva conquistato subito Manhattan da sedicenne, entrando nell'orchestra di Dizzie Gillespie che non aveva paura di confrontarsi con un ragazzino capace perfino di sopraffarlo. “Vai Lee, racconta la tua storia”. Il jazzista con maggiori capacità narrative ed emotive delle storia, così diceva Art Blakey che lo avrà con sé nei Jazz Messangers e così confermano i suoi colleghi di quartetto e di quintetto, come Jymie Merritt e Wayne Shorter. Quello che manca al film, di produzione svedese dunque la cosa è incomprensibile, però è lo sfondo politico di quegli anni, la fuga dei musicisti radicali in Europa, la repressione durissima del movimento, a cui Morgan partecipò attivamente. Un inquietante vuoto.




* A proposito di ideologia. Da qualche parte, cioé su Film Tv, leggo che il documentario di Munzi sul sessantotto-settantasette sarebbe “sugli anni di piombo”. E magari uno legge la frase e dice: eh già... proprio così......