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lunedì 5 settembre 2016

VENEZIA 73. Gli italiani non in concorso. Indivisibili e altri quattro

Roberto Silvestri
VENEZIA

I film italiani, fuori dalla competizione ufficiale, presentati in questi giorni, e firmati Cristiano Bortone (Caffé), Irene Dionisio (Le ultime cose), Michele Vannucci (Il più grande sogno), Edorado De Angelis (Indivisibili) e dall'italoamericano Matteo Borgardt (You never had it: an evening with Charles Bukowski) sono più sorprendenti e densi del solito e dotati di un design più internazionale, incidono personaggi non evanescenti e modulano la rabbia etica del fuori campo con un efficace gioco degli spazi e della narrativa visuale, sia codificata nel genere che fuori schema. Sembra che i giovani cineasti allevati nelle scuole di cinema non solo italiane stiano tornando indietro nel tempo o deambulando al di là dei confini europei, a (ri)pescare immagini e stili dimenticati del passato ma ancora efficaci. Si può girare un Blasetti alla maniera di Lav Diaz o viceversa? O Emmer che fa Calligari? Calligrafismo più gatto selvaggio a rompere il bel giocattolo? Si possono purificare e rendere più taglienti e meno esibizionisti e plateali Sorrentino e Garrone? Dunque sono film di originale personalità e di feconda tensione formale. Edoardo De Angelis in Indivisibili (che sembra il vero successo della Mostra visto che dalle Giornate del cinema volerà presto a Toronto e a Londra) riplasma la retorica della napoletanità marginale, che è difficile da maneggiare dopo Gomorra, Capuano o Di Costanzo, senza far della cattiva maniera e attraverso un lavoro certosino sui dettagli e sulla recitazione uguale/diversa delle due stupende protagoniste, le gemelle siamesi che non sanno bene se masochisticamente continuare a vivere insieme o se affrontare la vita sole solette, si lascia attrarre dalla ricetta cormaniana (azione, yacht, violenza sotto le righe, detriti del rock, donne forti e determinate, movimento, sacrilegio, musica, scene al limite dell'horror, esplosioni emozioni...) ma non dal magnetismo imperante in tv del “cattivismo” e delinea una strategia di liberazione femminista, anzi doppiamente femminista, appassionante.
Cristiano Bortone, che del gruppo è il più esperto, anche per merito dell'anagrafe, maneggia una tastiera internazionale ambiziosa e il suo design è cosmopolita arrivando a sfiorare il gusto sinfonico dei paesaggisti cinesi della quinta generazione (il “sorgo rosso” questa volta è una insuperabile qualità di caffé, sofisticata, ma grazie a madre natura) mixato all'immagine scabra del disastro postindustriale, alla Wang Bing, in un film in tre episodi che sembra leggero ma è insostenibile, schiacciato da tutto il peso del mondo. La “no future generation” italiana, il razzismo e il risentimento etnico producono sadismo contaggioso e stupidità di massa che non sfuggono all'occhio clinico di Bortone, dai crimini dei nuovi ricchi cinesi alla “brutalità oscena” dei fiamminghi proletari e degli immigrati arabi-iracheni, altrettanto emarginati (descritti con la grazia nevrotica di Nouri Bouzid) alle coreografie criminali nelle torrefazioni prestigiose di Trieste. Tutto questo fa di Caffé (evento speciale delle Giornate degli autori), un film non qualunque, e non solo perché indica una linea di tendenza coproduttiva con Pechino ghiotta e necessaria, ma anche perché è un oggetto pericoloso di tipo mitteleuropeo, anche senza complicare le cose come fa Jarmush con le sigarette. Non a caso il fraseggio è privo di orpelli, loosiano, omaggio al panorama giuliano, uno dei poli geografici che accendono questo gioco visivo triadico sul tema della droga caffé e delle sue fasi di assaporamento (amara, aspra e alla fine profumata, nonostante le multinazionali che lo gestiscono, omologano e sfruttano).

MirkoFrezza (a sinistra) in "Il più grande sogno"
Il girovagare interno e intorno alla tradizione nazionale, quella più esportabile e recente ma anche quella più antica e dimenticata ci porta a Michele Vannucci che si confronta con l'ultimo Claudio Calligari, e se ne distacca anche, in Il più grande sogno (sezione Orizzonti). Periferia romana, epoca (ma non legami con) Mafia capitale. Mirko Frezza, “bandito” massiccio e dai lunghi capelli, racconta e sa mettere in scena con disinvoltura la sua vita “in stato d'allarme”, tra ambiente e redenzione, e ci dice che le sue opere, sia di bene che di male, possono trovare una sintesi se ci si dedica all'attività politica di base, presso un comitato di quartiere che lui gestisce agevolmente, grazie al radicamento nel territorio, che più profondo non si può, perché non è mai stato un infame. La sua riabilitazione voluta da una amica che si dà da fare a Corviale, e bisogna essere davvero ostinate, coinvolge un amico di furti e rapine, sulle prime perplesso, Boccione, che poi si affezione al progetto stile Michelle Obama di dotare la zona di un orto comune per piantare i pomodori ma poi viene inquinato e messo in discussione sia dai burocrati del comune (epoca Alemanno, immagino) sia da più profondi legami di sangue. La famiglia naturale è una brutta bestia, ci dice il film. Bandito, figlio di bandito, trova proprio nel padre, coatto drastico e irriducibile, sempre nei guai, e finalmente al di là della retorica, il suo peggiore nemico.

Cristina Rosamilia in "Le ultimne cose" 

Chi si collega in qualche modo alla lezione civile che va da Francesco Rosi ad Antonio Morabito (Il venditore di medicine), cioé al cinema di denuncia, mettendo al microscopio questa volta il microcosmo “banco dei pegni”, per aggredire il macrocosmo bancario così pervasivo nella nostra vita di tutti i giorni e devastante, non può non complicarne l'andamento neorealista, visto che il mondo cambia freneticamente anche nella nostra percezione della cronaca vera catturata nei suoi picchi emozionali. Dunque si può ricorrere alla lezione necrorealista di Matteo Garrone, raffreddandone magari le punte più espressionistiche ed esibizioniste, come fa il film scelto dalla Settimana della critica, di Irene Dionisio (Le ultime cose), allieva di Daniele Segre e dunque incapace di commettere peccati di lussuria visiva o di cinismo etico. Insomma Bresson. Anche perché le sue collaboratrici sono di idioma francese, Aline Hervé (montaggio) e Caroline Champetier (fotografia). Credo che sia inoltre il primo film, da molti anni, che riesca cogliere tutta la potenza recitativa del più introverso tra i mattatori del nostro teatro, Roberto De Francesco, una vera forza della natura subliminare, che qui è il cattivissimo Sergio, mefistofelico quanto più la sua recitazione è a levare e non ad aggiungere e soprattutto è finalmente prismatica. Chi deve truffare le anime perdute del banco dei pegni, dentro e fuori l'edificio, dove si aggirano i malandrini del prestito, deve essere infatti capace di indossare uno spettro di personalità. La maestria di Irene Dionisio anche come sceneggiatrice si esprime bene perché riesce a dotare i suoi personaggi di doppia e tripla personalità, dal trans Sandra,c ripudiata dalla famiglia, al giovane Sefano combattuto tra ossessione d'amore e culto del posto sicuro a Michele, ex facchino disperato che accetta di essere quel che non ha mai voluto diventare.


Charles Bukowski
Un altro evento, davvero speciale, delle Giornate degli Autori è l'incontro ripreso nel 1981 dalla giovane corrispondente a Los Angeles di Repubblica Silvia Bizio, spedita una bella notte in casa di Charles Bukowski per una intervista. Un incontro finito alle ore piccole e accompagnato da buon vino rosso, alla presenza di operatore video, fonico, e amici dello scrittore. Quei nastri videomagnetici, utilizzati in minima parte per il pezzo, erano poi stati riposti in scatole introvabili nel garage e che, ritrovati trent'anni dopo e rivisti e studiati, sono diventati il materiale di partenza per un film di 50 minuti, ripensato dal figlio di Silvia Bizio, e montato con la collaborazione di Cristina Sammartano, aggiungendo quadretti odierni di Los Angeles, ripresi in super8, e poesie lette fuori campo. L'idea di fondo di Matteo Borgardt, dando un'altra forma al materiale di repertorio “grezzo”, è stato quello di piazzarci, come la mamma Silvia, dentro il salotto di Bukowski e di Linda Lee Beighle, e farci girare per la sua casa di San Pedro, California, terrazzo incluso a sentire aneddoti e “perle di saggezze” alcoolicamente scorrette, ridendo con i suoi amici e scoprendo cimeli, come la famosa fotografia in bianco e nero di Hemingway che dorme, sbronzo come una cucuzza, su un divano. Foto che nessuno “avrebbe mai e poi mai dovuto vedere”. No, non è Hemingway lo scrittore prediletto da Bukowski. Quando diventi più grande lo abbandoni subito. Il suo quartetto d'affezione è invece composto da chi ha altri ritmi di vita. Céline, John Fante (“ha raccontato il mio quartiere, i locali che frequentavo, la gente che amavo e con cui litigavo... mitizzavo la finestra della stanza nella quale io credevo scriveva i suoi capolavori), Dostojevski e D.H.Lawrence. E poi gli scrittori non gli piacciono. Non li frequenta. “Parlano solo di sé stessi e citano le frasi delle loro poesie e dei loro libri a venire. Insopportabili”. Il sesso, invece? “Lo mettevo di qua e di là, perché se no non li vendevo i miei romanzi”. E ride sornione, dopo aver premesso: “Ma non credere troppo a quello che dico”.