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mercoledì 7 settembre 2016

VENEZIA 73. My Art, dell'artista Laurie Simmons. Il doppio gioco dell'immaginario clonato

Laurie Simmons
Roberto Silvestri
VENEZIA

Il grande cinema hollywoodiano classico, anni trenta-anni cinquanta, quello dello studio system, dei generi codificati, del codice Hays e dello star system, è diventato oggi, a livelo di business, soprattutto la materia aurea per canali televisivi a pagamento, digitali o satellitari sparsi per il mondo. Ma il fascino di quel cinema in bianco e nero o a colori, perfetto in ogni dettaglio fotografico e scenografico, e la nostalgia delle sale affollate della società di massa affamata di divi, vestiti perfetti e regole etiche certe, sono stati un serbatoio iconografico e concettuale irresistibile per gli artisti, dalla pop art fino a The clock, 24 ore di materiali di repertorio per lo più hollywoodiano, montati seguendo lo spostamento delle lancette, secondo dopo secondo (un film che vinse anni fa la Biennale Arte). Nonostante regole censorie ferree a controllare sostanze conoscitive sulfuree, quel che affascina oggi è la libertà impertinente e deformante che pulsa sopra e sotto quelle immagini, obbligate a far profitto e non a cementare ideologie (come nel parallelo cinema europeo), il conflitto, nel simbolico, mai rimosso, sul terreno sociale, politico e sessuale, e la cavalcata verso l'happy end, che scodellava con umorismo tutte le carte in gioco, non nascondeva la possibilità di altri happy end possibili e coinvolgeva la ricezione al desiderio di trasformazione della propria vita, di osare mutazioni. Pensiamo al miglior finale della storia del cinema, a quel “nessuno è perfetto” di A qualcuno piace caldo che coincide con l'inizio della battaglia cruenta per imporre, come accadde al Village, l'orgoglio omosessuale, travestismo compreso. 
Laurie Simmons
Perché non riprodurlo oggi? Non rifare esattamente un'opera d'arte come si faceva nel rinascimento e nel barocco? Gus Van Sant no ha forse osato il sacrilegio con Psycho? Anche se Joe E. Brown e Jack Lemmon non ci sono più e qualunque tentativo di imitarli produrrebbe differenze e frustrazioni, sancirebbe l'impossibilità di realizzare una copia perfetta di Morocco, Strega in paradiso, Picnic, Via col vento, Jules et Jim, Un tram che si chiama desiderio, Il selvaggio, Gli spostati...Ma può un'artista sessantacinquenne, anche se magra e ben messa rifare Marilyn Monroe? Basta una parrucca bionda? E' quel che cercherà di fare, scena dopo scena, Ellie Shine, insegnante d'arte e artista che non ha ancora sfondato, e che con il suo cane malandato Bing passa un'estate nell' upperstate, nella fantastica villa, presso Woodstock, di una collega insigne in giro per il mondo. 
Posey Parker in My Art 
Dotata di Bolex digitale di alta affidabilità e di un set di luci apparentemente inadeguato riuscirà a ricreare, tramite trasparenti e “magie”, il clima perfetto di uno Studio da major, per i suoi esperimenti cinematografici “en travesti” di clonazione delle scene celebri, assieme a una band raccogliticcia: due vicini di casa, i giardinieri della villa, Frank, anziano vedovo, e Tom, giovane sposato a una più anziana Parker Posey (mozzafiato), e un ospite provvisorio (il padre di un suo allievo modello) che si riveleranno tutti attori eccellenti, di professione o “naturali”. Il quartetto riuscirà a produrre materiale tale da mandare in visibilio i critici d'arte più snob del mondo, quelli di Manhattan. E qui siamo nei territori, e raggiungiamo le altezze camp, di A Bucket of Blood di Roger Corman, Fuori orario di Scorsese o Pecker di John Waters. Ellie Shine è l'alter ego imperfetto, sfocato, a sua volta inimitabile, dell'artista newyorkese, geniale fabbricante di giocattoli pop, microscenografie, innesti improprii e marionette ventriloque, Laurie Simmons che scrive, dirige e coproduce (assieme a Andrew Fierberg, ricordate Secretary?) questa storia, My Art, che non è il suo primo film perché nel 2006 Simmons firmò The music of regret, con Meryl Streep, proprio mentre tanti altri artisti visivi (pensiamo a Julian Schnabel, Cindy Sherman) compivano il grande passo warholiano di diventare registi e le gallerie d'arte cominciavano ad appendere sempre più immagini in movimento alle pareti. 
Il merito dell'operazione va in larga parte al direttore della fotografia, Tom Richmond, che effettivamente riesce a riprodurre quel che non è riuscito a Chazelle. Il gioco delle luci anni trenta (von Sternberg) quaranta (William Powell in Il signore e la sirena di Irving Pichel, 1948) cinqanta (Joshua Logan) e perfino quello cool degli anni sessanta, by Richard Quine. Al gioco partecipano Barbara Sukova (anche nelle vesti di cantante), Lena Dunham (artista), Robert Cohessy, John Rothman, Josh Safdie.