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giovedì 8 settembre 2016

VENEZIA 73. Sapore di cinema italiano. Piuma, Tommaso, Questi giorni



Mariuccia Ciotta

La commedia freme nell'adolescenza vista da Roan Johnson di Piuma (concorso), il “film più leggero della Mostra”, fragile duetto tra due quasi bambini in attesa di un altro bambino, a colpi di battute scoppiettanti, dentro una famiglia scombinata, in quella zona dove la normalità domestica diventa fantascienza. Il regista del bellissimo I primi della lista, però, si affeziona troppo ai suoi personaggi e li fa girare su se stessi, ripetitivi nella recita di un'innocenza degna del John Landis di Stupids. Il che riempirà le sale, dopo le risate fragorose al Lido.
L'adolescenza c'è pure in Tommaso (fuori concorso) di e con Kim Rossi Stewart, uno dei nostri grandi attori che si tiene in disparte dal cinema mainstream, e che qui offre un'opera aperta e danzante con se stesso sdoppiato, interprete e regista, nella parte di uno mai cresciuto, affamato di donne. Con le “donne”, però, non si gioca bene (nemmeno con la stupenda Jasmine Trinca) perché chiedono sempre ai compagni di crescere come a Peter Pan, mentre lui è un anarchico del desiderio, è un teenager dentro, anzi è un “magnifico quarantenne” di una generazione dopo. L'imitazione dichiarata di Nanni Moretti è un esercizio al limite, ma Kim sa come estremizzarne la vena surreale, e lo fa magistralmente nella seconda parte del film quando incontra una ragazzetta nata sulla Luna e dal linguaggio cifrato. Incontro generazionale tra alieni, terzo passaggio di testimone, dopo Nanni, e godimenti al di là del tempo.
Ed ecco Questi giorni di Giuseppe Piccioni, terzo e ultimo film italiano in concorso. Ancora teenager, quattro amiche in viaggio, materiale e immaginario, verso un futuro che non si può indovinare, anche se una di loro lo intravvede nella luce delle candele. Piccioni (Il rosso e il blu, indimenticabile) infonde una densità emotiva speciale alle sue creature, uscite dalle pagine di Marta Bertini (Color betulla giovane), alle quali dà la parola e non il solito gergo adolescenziale, entra nelle teste, spettinate, delle quattro dalle personalità lontane, ma vicine per potenza di vita. A rimettere a posto le capigliature ci penserà Margherita Buy, parrucchiera, madre di Liliana, l'astro Maria Roveran, un po' innamorata del professore Filippo Timi, che finalmente può rispondere alla studentessa timida “anch'io non ho parole”,  e il suo saltellio lessicale è un modo poetico per comunicare. Una corrente sensuale attraversa Questi giorni, che da gita a Belgrado per accompagnare l'amica decisa a espatriare in Serbia, in controtendenza “clandestina”, si trasforma nel road-movie della giovinezza, dove ci può ammalare, separare, amare, occupare un cinema (unica maniera per vedere Verginità indifesa di Makavejev capofila della grande scuola serba di cinema) e improvvisare un'”uscita di strada”. C'è chi suona il violoncello, chi, giovanissima, è incinta di un compagno di scuola un po' tonto ed è presa da pulsioni erotiche serbe, chi è innamorata della più bella e non sa come dirlo, chi sospetta a ragione di un fidanzato troppo macho... La macchina da presa si ferma sulla superficie marmorea di Maria Roveran, sul suo viso bianco, sulla visione della morte che riflette in poche ore l'intera esistenza.

I film italiani in gara e non (Le indivisibili nella sezione Giornate degli autori, per esempio) sono stati accolti qui al Lido con un certo distacco critico, eppure, al di là della loro riuscita, il cinema si fa sentire, e apre nuovi spazi, come fa il malinconico Questi giorni.