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martedì 6 settembre 2016

VENEZIA 73. Jeanne, l'anti-Madame Bovary di Brizé

Mariuccia Ciotta

VENEZIA

Film di genere e remake, la Mostra non si tira indietro e registra la vocazione al ritorno sui set storici, a fumetti e anche letterari e storici, stile Frantz di Ozon che rievoca Lubitsch. E ora è il francese Stéphane Brizé a tornare sulle ombre di Alexande Astruc con Une vie (concorso), tratto dal libro d'esordio di Guy de Maupassant, anno 1883, romanzo d'appendice con forti riflessi autobiografici, il protagonismo di una donna ingannata e della menzogna come peccato capitale. I residui aristocratici marci, l'ipocrisia borghese e le sue vittime.
Brizé cambia registro rispetto al premiato (a Cannes e ai César) La legge del mercato, con il suo anti-eroe in cerca di lavoro e di comprensione umana, un po' alla Ken Loach, ma continua con l'identikit della virtù calpestata e segue la scrittura ellittica di Maupassant. Via i raccordi narrativi, ed è tutto uno scrutare ombre e luci sul volto di Jeanne, una Judith Chemla che calamita la macchina da presa, e incide i fotogrammi con il suo profilo da medaglione d'ambra, infiocchettata in abiti fioriti e poi lugubri del lutto.
Siamo in Normandia, 1819, e Brizé ritaglia le sue belle statuine (fotografia di Antoine Héberlé) nel formato stretto, quadri di un naturalismo inquieto in cui irrompe la macchina a mano e certi flash-back che richiamano i filmini domestici, immagini mute alle quali Brizé affida l'azione. Perché tutto in Una vie è congelato nell'estetica della fanciulla-colomba, uscita dagli studi in convento, figlia di un ricco proprietario di fattorie, sposa del visconte spiantato Julien de Lamare, che presto si rivelerà traditore e bugiardo. Prima la cameriera poi la vicina di casa, il viveur Julien semina figli e uno ne dà anche a Jeanne, prima di farsi ammazzare dal marito della sua amante. La carneficina è sintetizzata in tre fotogrammi, lei nuda nel prato con un fiore di sangue sulla schiena, lui riverso e pugnalato, il marito suicida nell'erba, incorniciato dai colori del giardino.
La secca cronaca di Maupassant si annacqua negli acquarelli di Brizé, nella lunga agonia di Jeanne che avrà un figlio degno del padre, avido e senza cuore, mentre lei come Penelope aspetta sulle scogliere battute dall'oceano il ritorno di qualcuno da amare. Così è la vita di una donna dell'Ottocento. Eppure qualche anno prima (1856), Flaubert, caro amico di Maupassant, aveva esordito con un altro romanzo a centralità femminile, Madame Bovary, una “scandalosa” anti-Jeanne. La pura e santa Jeanne, che perdona e perdona, assediata dagli uomini perfino in tonaca, un prete che viola allegramente il segreto confessionale e che le ricorda in continuazione come la menzogna offenda dio più di ogni altra cosa, più del tradimento. Sembra un promemoria per la giunta di Roma.