Si è verificato un errore nel gadget

venerdì 9 settembre 2016

VENEZIA 73. Kusturica e Malick senza palline e stellette

Mariuccia Ciotta
VENEZIA

Il volto attraversato da nuvole, Emir Kusturica ha un'espressione che dissente dalla commedia quasi slapstick On the Milky Road (Sulla via lattea), ultimo titolo in concorso, e che a prima vista sembra uno scanzonato balletto fracassone (musica del fratello Stribor) in tempi di guerra (dei Balcani). Tratto da un racconto dello stesso regista e interprete, il film è diviso in tre capitoli e parte con la solita fanfara dispiegata a mille, tra un moltiplicarsi frenetico di metafore, oche bianchissime precipitate nel sangue del maiale appena sgozzato, una gallina che non riconosce se stessa e salta a vuoto davanti allo specchio.... e un bestiario vario fatto di asini intelligenti, rapaci che ballano al ritmo delle tastiere, serpenti grati al lattaio Kosta (Kusturica) e un gregge di pecore destinate al massacro.
Monica Bellucci parla serbo ed è un piacere vederla liberata dal glaciale sussiego, in coppia buffa e d'amore con il malinconico venditore di latte. Ma nel caos generale, tra matrimoni andati a monte, militari spudorati, gag di ogni tipo, Kusturica ci infila la lama tagliente della vera guerra, la carneficina della fiorita Krajina, regione della Croazia popolata da serbi dove all'inizio degli anni 90 morirono ventimila persone. La commedia cede a un realismo magico e disperante, a una surrealtà a volte dipinta con colori (e uccellini) disneyani, a volte lugubre e truce, lanciafiamme all'opera e corpi carbonizzati. Il regista serbo non dimentica Underground, e tra i miracoli di un'ascensione in cielo dei due amanti intrappolati su un albero sotto la pioggia, arriva il vero colpevole, un generale della Nato che, tradito dalla bella italo-serba Monica, manda il suo squadrone della morte a distruggere e uccidere. Forse per questo j'accuse Cannes ha rifiutato il film nel maggio scorso.
La libertà di fraseggio di Kusturica fa coppia con quella di Terence Malick, due cineasti lontanissimi tra loro ma in grado di irritare la platea con l'iperbole di se stessi. Registi che non temono l'esposizione dei loro desideri di trasfigurare il cinema. Kusturica al quadrato, dejà vu eppure sorprendente. Malick con la sua cosmogonia celeste Voyage of Time: Life's Journey (concorso), come tradurre National Geographic in un poema dantesco, e scrivere la genesi della Terra, la Madre dalla voce carezzevole di Cate Blanchet. Il “sogno dei sogni” di Malick risalente agli anni '70, e del quale abbiamo visto brandelli in The Tree of Life. La nascita del mondo nel ruotare delle stelle, nell'esplosione rossa dei vulcani, nel movimento languido dei mari, nel moltiplicarsi delle cellule fino alla maestosa balena. Malick mette all'opera Bach, Beethoven, Haydn, Arvo Part, e Dan Glass per gli effetti speciali... Il dinosauro bambino uscito dall'albero della vita, incerto dentro un canale sassoso, così come sarà l'uomo preistorico che Malick visualizza a rischio di citare La guerra del fuoco.

Malick all'ennesima potenza per un film né documentario né narrativo. Così fragorosamente libero da generi e anti-generi dal cinema pop e da quello d'autore, così spericolato nel sentirsi dio, così avulso dalle tabelline dei critici, palline e stellette, da meritarsi un inchino da chi la nascita del mondo la vede proprio così, riflessa sullo schermo. L'immortalità materica di Spira Mirabilis vola leggera in Voyage of Time.