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sabato 3 settembre 2016

VENEZIA 73. Il western olandese e il papa americano. La giornata cristiana

Roberto Silvestri
VENEZIA

Ieri giornata interamente dedicata ai problemi dello spirito che, come si sa nella cultura cristiana, sia cattolica che protestante, sono strettamente collegati a quelli della carne, intralciando la retta via verso al salvezza e la pace eterna dei credenti vacillanti.
Intanto un lungo, finto, western in quattro capitoli, dai nomi testamentari di “Genesi”, “Esodo”, etc, che potrebbe essere il prototipo di un filone (senza troppo futuro) “western calvinista”, cioé l'epopea olandese, anzi paneuropea Brimstone di Martin Koolhoven (in concorso). Ci racconta (però senza disciplina stilistica, rigore narrativo e lucidità etica) e abusando della libertà gore e splatter che Tarantino ha sdoganato, ma che lui sa controllare meglio, e attraverso lo scontro mortale tra un padre incestuoso e killer e sua figlia in fuga (la muta e non sempre guerrigliera Dakota Fanning), tra il Predicatore (Guy Pearce) e Liz, tra il lupo e l'agnello, l'odio e l'amore, il diavolo nero e la dea bionda, qualche cosa di poco conosciuto sui meccanismi interpretativi letteralisti della Bibbia. Quelli che hanno condotto la Chiesa Riformata Olandese, in diaspora coloniale, e certe sue componenti perverse e maligne (sintetizzate da Robert Mitchum in Il fiume dell'odio di Charles Laughton) non solo al bigottismo e al fondamentalismo più pericolosi, con annessa sottomissione totale della donna, ma addirittura all'abominio dell'apartheid e del segregazionismo razziale boero, giustificati dalle parole del Signore (con annesse citazione dei versetti specifici), così come l'incesto e la pedofilia, misteriose vie di trasmissione patrilineare del potere, per sfuggire al fuoco dell'Inferno e salvaguardare, nel contempo, la purezza (da non contaminare con estranei) della razza prediletta, che è solo quella colorata di bianco. Alla fine, “unhappy end” come si usa in Europa, vince il maligno (nei panni di uno sceriffo screanzato e criminale) e dunque se il film ha abusato di sostanza tossica immaginaria e anche un pochino di pornografia della violenza, è colpa dell'America e dei profughi europei, i più bastardi e proletari, che l'hanno colonizzata.
Ma chi ha visto Safari sa che non è così. Che il marcio parte proprio dal cuore ricco dell'Europa. Il documentario del veterano austriaco Ulrich Seidl segue infatti in Sudafrica dieci spudorati cacciatori borghesi austro-tedeschi, uomini e donne, vecchi, giovani e di mezza età, tutti in divisa e casco coloniale, che sembrano usciti dal film Il conte Max e che, ospiti di un resort costoso e lussuoso, cacciano nel latifondo privato del proprietario, incurabilmente nazistoide come sua moglie, ogni genere di animale non feroce, soprattutto bufali, impala, gnu, antipoli, zebre e giraffe, li abbattono (“non mi piace usare la parola uccidere, perché gli animali si uccidono nei mattatoi”) e spiegano perché, come e con quale tipo di fucile e proiettile trovano sfogo (perfino erotico) nell'esecuzione di questi esseri viventi ma “inferiori nella piramide della creazione”. Si fotografano così con la carcassa del “selvatico” dopo essersi congratulati per la precisione del loro colpo fatale, tagliano e conservano le pelli dei malcapitati (particolarmente spesse quelle delle giraffe), ne mangiano la carne (“il filetto dell'antilope nera è delizioso, si taglia come il burro, altro che le mucche della Carinzia, sarebbe come paragonare la notte con il giorno”) e non mancano di sentimentalismo animalisti quando affermano: “i leoni e i leopardi non li cacciano, dicono che si stanno estinguendo”.
Invece fuori gara è passato, ma è ancora difficile da giudicare, l'esperimento di Paolo Sorrentino nella serie tv. Cioé le prime due ore di Il papa giovane, che ipotizza l'ascesa al soglio pontificio del primo pontefice nordamericano, ex orfano oggi Pio XIII (interpretato per la verità dalla star inglese Jude Law). Sarà un pontificato rivoluzionario e scandaloso (come sembra dalla prima parte del lavoro) o solo gesuiticamente più che corretto (come potrebbe far presagire la seconda parte, e i movimenti del pontefice vero?). Pio XIII sarà un santo o un giustiziere? Farà fuori la nomenclatura nera, la curia romana, che da sempre governa il Vaticano e controlla il vertice (o lo annichilisce se necessario o costringe al ritiro)? O saprà solo sostituirla con una struttura più efficace e moderna?

Più ancora del Congresso di Washington, del Texas solitario e tenebroso o della sede di un network tv, San Pietro e dintorni è il set prediletto per osservare all'opera il Male (dove il Bene dovrebbe regnare) e i cattivi, dove meno te li aspetti. Ci offre un imbattibile catalogo delle malvagità umane in azione, tra lobby potenti, ipocrisia anche sessuale, mercimonio, gruppi di potere scatenati e in conflitto, coperture di attività criminali e opere pie esenfisco. Le vie del Signore sono, infatti, misteriose e dunque, come spiegherà Silvio Orlando piangente, nel ruolo del cardinale più maligno, e ci sembra di sentire Andreotti, “per fermare sua santità sarò costretto a fare cose molto malvagie”. Vedremo quali. L'infallibilità del pontefice ha infatti funzionato finché un papa Pio definì il duce “l'uomo della divina provvidenza”. Oggi che Francesco apre ai gay, lui stesso si schernisce: “chi sono io per giudicare”? Non siamo più ai tempi del primo papa sciatore e di Papocchio, quando il tono della satira radicale, ma ben al di qua dell'oltraggio, accontentava sia clericani che anticlericali. Fu Woytila la prima super star del Vaticano. Il Santo che ha polverizzato, grazie anche a Solidarnosc, la cortina di ferro e senza nascondersi dietro una maschera, se non di fard, come il suo omologo messicano. Ma i traffici loschi di Marcinkus, la connivenza con Videla e tutti gli anti comunisti del mondo, la rete dei vescovi e dei sacerdoti pedofili, la santificazione di criminali, come il clero latifondista spagnolo durante la guerra civile, hanno via via quasi distrutto la Chiesa cattolica negli ultimi anni e oggi per ridargli dignità e autorità etica c'è bisogno anche di un serio contributo artistico. E chi meglio del nuovo Fellini, diversamente a-clericale, come Paolo Sorrentino potrebbe aiutarla? Cosi il film ricorre a un continuo cambio di registro, passando dal grottesco al gangster movie, dalla satira al giocoso, dal mistico all'onirico, dal femminista (la nomina di Diane Keaton a segretario particolare) al morettiano (la partita di calcio delle suore), dal mafia-movie al digitalmente spettacolare (riempire piazza san pietro così è più facile). Questo Papa sembra maneggiare tutte le tastiere possibili e immaginabili del bene e del male. Ottimo escamotage per strutturare una serie tv (che di malvagità si inebria sempre) che rispetto al film per il cinema può percorrere nei suoi segmenti variabili sorprendenti, infinite e perfino sovversive. Mentre il film di due ore obbliga alla sintesi e alla scelta del punto di vista, la serie permette una libertà infinita di fraseggio. Vedremo nel prosieguo quale virtuosismi papa Law potrà permettersi. Lui che sembra molto esperto in scienze della comunicazione. Il suo migliore affondo è quando ridicolizza il suo capo marketing, una bionda in carriera che viene da Harward (e giustamente un cattolico prende in giro una università fondata dai protestanti), smaniosa di stampare la sua effigie ovunque, perfino sui piatti, contrapponendole la strategia del mistero di Bansky, Mina, Salinger, Daft punk e Ferrente: più si scompare e più ci si sacralizza. Il subcomandante Marcos (oltre che il lottatore mitico della cultura messicana, El Santo) ne sono i più radicali esponenti. Un solo dubbio. Forse per spiazzarci. Ma davvero le guardie svizzere salutano proprio come i carabinieri e i corazzieri?