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domenica 6 settembre 2015

Viva la sposa. I "goodfellas" di Ascanio Celestini


Mariuccia Ciotta

Venezia


Cronache dal Lido. Due giovani festivalieri si incontrano al Lyon Bar, “Che hai visto?”. “Un film noiosissimo”. In realtà il Lyon Bar non esiste più, ora si chiana “Leone d'oro”, e neanche la critica esiste più, visto che scrive quel che si dice al bar.

Non è una novità, ma turba ancora il “passa parola” su certi film. Alcuni sono elogiati all'unanimità, guai chi li tocca (Sokurov?) e su altri c'è licenza di uccidere (Messina?). Insomma, come si è già visto a Cannes, i festival soffrono per l'emarginazione dei critici a favore di major, sponsor, pubblicitari, etc. E' il momento di rivalutare i “coloristi” che almeno amano attori e registi.

Viva la sposa di Ascanio Celestini (Giornate degli autori) è come l'applauso di Monaco ai profughi siriani. Suona l'inno alla gioia per gli “indesiderabili”, quelli che non piacciono neppure ai “cattivisti” anche se rubano, imbrogliano, si drogano proprio come i potenti. La geografia dei piccoli e poveri del Quadraro, quartiere a sud di Roma, che resta nella storia del cinema mondiale perché proprio lì si doveva girare nel 1914 il primo Ben Hur, si dispiega nella immagine/parola di Celestini e genera una serie di mini-storie che si incrociano, ubriache alla pari di Nicola (il regista), che se ne sta seduto a bere, ma solo “analcolici”, e immagina il mondo al contrario dove per trovare un cuore pulsante bisogna salire all'inferno.

Questo film è dedicato a quelli che non dovranno buttarsi mai sotto una macchina, a rischio di rimanerci secchi, per farsi dare una mancia dall'investitore. Ed è popolato da quelli che stanno in basso, “nei locali col pranzo a prezzo fisso al capolinea del Metro, tra i muratori che mangiano il pollo e le patate con il quartino di vino al baretto sulla Tuscolana”, mentre l'alto è “la grande narrazione che passa attraverso l'informazione, la rete, la tv”. Eppure i “poveri cristi” di Celestini operano un detournement linguistico e visionario e sono capaci di animare i luoghi, già pasoliniani, con la vitalità che manca ai formalisti italiani, quelli che pettinano l'immagine.

La periferia piena di erbacce, la prostituta Anna (Veronica Cruciani) accovacciata su una pila di casse, sotto lo sguardo arcigno di un cane nero e del magnaccia. Pistole, cadaveri. Un ragazzino

overzize Salvatore (Francesco De Miranda), il truffatore di assicurazioni Sabatino che provoca incidenti come se fosse uno stuntman, il furgone di Nicola ridipinto di rosso per non farsi scoprire. E l'”Abruzzese” (Pietro Faiella, attore e regista teatrale di estremistica sobrietà), il carrozziere che nasconde i ricercati, e Sasà che finisce male, molto male in questura... Insomma, un noir “dove credi che la città finisca, e dove invece ricomincia nemica...”, e dove la genesi del male diventa epica e gloriosa.

I protagonisti di Celestini non hanno la potenza di fuoco di Black Mass, ambientato nel Quadraro di Boston, ma sono gli unici, veri “goodfellas”, i bravi ragazzi eredi del “nido di vespe”, chiamato così dai nazi-fascisti che nel '44 deportarono molti abitanti, resistenti e soprattutto comunisti. Era nato bello il Quadraro, un progetto di casette a due piani e verde intorno, prima della desertificazione e dell'annientamento. Ma, non è un lamento quello di Viva la sposa, perché nelle sue strade aleggia la conturbante Sofia (Alba Rohrwacher), il nome tutto un programma, il padre pensava a Loren e a De Sica, e il suo doppio, una bella americana vestita da sposa, un po' felliniana, che passa e ripassa come un sogno ricorrente e illumina la borgata, la fa ribollire di desideri. A due passi, non a caso, sorge il cantiere dove si affollano i magnifici fantasmi del cantastorie Ascanio Celestini. Cinecittà.