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mercoledì 23 settembre 2015

Justine in Perù. "The Green Inferno". L'eco-horror politicamente corretto di Eli Roth.




Come era buono il mio francese, di Nelson Pereira dos Santos









Non per essere ultrà di Marco Mueller. ma questo bellissimo film horror che esce domani finalmente anche in Italia lo abbiamo recensito nel novembre del 2013 al Roma Film Festival. E' stato visto solo pochi mesi fa negli Stati Uniti e ora chissà come andrà in Italia. Sogno una sala cinematografica dove assieme ai film di laurie anderson si vedano nelle sale accanto i capolavori di Eli Roth o Sinister 2 che invece dobbiamo inseguire fuori raccordo per i capricci dei ras dell'esercizio e dei multiplex, incapaci di fare il loro lavoro. far profitti. questi mercanti cinefili guasti che inzeppano di prodotti medi(ocri) le sale i festival inutili e i premi dei festival inutili. Vadano a trieste, mille occhi, a fare un corso di rieducazione maoista al cinema.... no al cinema col bromuro! no alle sale parrocchaili travestite da cinema art e d'essai!




Roberto Silvestri

The Green Inferno di Eli Roth
Ma i cannibali esistono davvero? Certo. E a volte possono anche avere ragione. Parola di Hannibal the Cannibal o di Caetano Veloso, l'onnivoro musicista "antropofago" dal 1967 che scandalizzò i puristi carioca masticando rock, pop e chitarre elettriche yankee più che fado e Villa Lobos.


Esistono. E fin da quando Saturno divorò tutti i suoi figli, tranne Giove, come Goya immortalò... Ricordate I sopravvissuti delle Ande, il film di René Cardona jr.? Raccontava un episodio vero e agghiacciante: una squadra di rugby uruguayana, con parenti amici e allenatori al seguito, che, bloccata da un incidente aereo tra i ghiacci andini per 72 giorni prima che i soccorsi arrivassero, sopravvisse (in parte) divorandosi l'un l'altro, finché ne rimasero solo 16 su 45. 

Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato
Inoltre. Gli ebrei dello sperduto passato non accusavano forse (se non altro per ritorsione) i cristiani di cannibalismo sacro? E cannibali non sono stati definiti gli irlandesi dagli inglesi e i francesi dai tedeschi e i tedeschi da Walt Disney (Cappuccetto rosso)?  E certe forme altrettanto sacre di libagione di parti dei corpi nemici sconfitti in battaglia non fanno forse parte delle migliori antologie etno-antropologiche asiatico-oceaniche? 

Chi si considera civile dà del cannibale all'incivile. Come Herzog a Bokassa. Ma la nostra letteratura cannibale si è auto definita incivile proprio per additare pericolosi movimenti cancerogeni interni alle istituzioni culturali... I 'duemila maniaci' sudisti divorerebbero volentieri, ancora oggi, ogni passante nordista, lo abbiamo visto in un classico splatter di H.G.Lewis.  
Il regista e attore Eli Roth

Però. Un mito del documentarismo moderno, il "Roger Moore di Phnom Penh", il filmaker cambogiano Rithy Pahn, non ha forse affermato di aver visto con i suoi occhi due bambini assassinati dai khmer rossi che ne avrebbero poi divorato la cistifellea (essiccata al sole pare curi qualunque malattia)? O Rithy Panh era stato ipnotizzato dei discorsi infiammati del dittatore filoamericano Lon Nol che, antenato di Berlusconi, dipingeva Pol Pot e compagni come gli eredi degli yeak, gli orchi famelici delle fiabe cambogiane? Basta non accennare anche qui ai 13 aviatori italiani cottimangiati a Kivu nel 1960, quando il Congo non era più belga, perché se no entriamo nella pura leggenda mediatica metropolitana e nel capitolo giuridico 'razzismo e circonvenzione di incapaci'...
Eli Roth in conferenza stampa al festival di roma

Ma ci sono altri cannibali che hanno sempre ragione, ci dice - fiabe dei Grimm a parte - un film colto, che mastica (è il caso di dirlo) molto bene non solo Tarantino e Gloria Guida, Deodato e Edwige Fenech, ma anche il tropicalismo e Oswald de Andrade.
Sul set di The Green Inferno

Sono quelli della foresta amazzonica. I Wari, per esempio. E altre tribù lì attorno. Che, dice la storia scritta dai vincitori, si difesero banchettando con le carni e le interiora di  conquistadores spagnoli e missionari cattolici stracotti per cercare forse di impadronirsi, metabolizzandolo, del sacro segreto di quella tecnologia sterminatrice. Non dimentichiamo mai che siamo nei territori sacri a Ginsberg e Burroughs, dove gli alcaloidi fanno brutti scherzi. Nelle giungle piene di funghetti allucinogeni. Che provocano straordinari disturbi di percezione - senso alterato del tempo, allucinazioni visive, esperienze mistiche ed anche sensazioni trascendentali - che smembrano la funzione dell'ego. Diversamente dai barbiturici, nessun allucinogeno, però, deprime le funzioni del cervello, se si è ben assistiti...
Lorenza Izzo, la star del film The Green Inferno

Combattenti nativi molto poco nazionalisti, pronti per esempio, anche se pochi, e sopravvissuti solo nascondendosi nella foresta nera, ad allearsi con gli sciamani neri dell'Africa, questi nativi di nulla vestiti ma riccamente adornati, ed esperti biochimici che nel corso dei tempi hanno isolato soltanto 120 specie di allucinogeni da circa 600.000 specie di piante, sono i veri  eroi del modernismo brasiliano degli anni venti del XX secolo.

Di quella corrente culturale rivoluzionaria e soprattutto bahiana di lingua portoghese detta "antropofaga" appunto, che in odio ai portoghesi (navigatori certo, ma così incestuosamente chiusi, malinconici, mistici e rachitici) fece del meticciato, della trance, della possessione, della bastardaggine, della contaminazione corporale e mitologica, del viaggio interiore drastico, il fulcro sexy della propria festosa identità.
Lorenza Izzo

Non a caso Nelson Pereira Dos Santos, il padre del 'cinema novo' dedicò nel 1971 agli indios del Brasile e delle Amazzoni in rivolta, in ricordo del pirata francese Francesco l'Olonese, cotto e mangiato nel 1671 dai nativi, il film Come era buono il mio francese (1971). Senza aver visto il quale forse Roth non sarà compreso appieno. Soprattutto nella cena del banchetto, l'unica davvero ben inquadrata, degna dell'unico african-american della spedizione....
Cannibal Holocaust

Fuori concorso al filmfestival di Roma, dopo aver viaggiato con successo da Toronto a Rio de Janeiro e infine nel sacrario splatter di Sitges, arriva, sparato in faccia al pubblico come un colpo di cannone, lo splendente e demenziale low budget The Green Inferno, omaggio di Eli Roth (dopo Cabin Fever e Hostel 2) al suo maestro Ruggero Deodato e a Cannibal Holocaust (1980), gioiello del filone antropofagico, prezioso comparto del mega-genere horror all'italiana. Se ci sono imperfezioni narrative o ritmiche, se si trovano in questo inferno verde alcuni stereotipi iconografici facili facili (il nativo tutto dipinto di rosso ovviamente esiste, ma qui più che ai pellirossa dei western classici si ispira ad Arraphao), scene più che demenziali proprio esplicitamente dementi (quando si ha a che fare coi fischietti flautati e con la droga leggera, per esempio, e in piena area huasca) non si tratta di errori o di perdita di tensione, ma di realistico approccio alla matrice originaria, al film cannibale all'italiana, ai Cannibal ferox con le loro tante imperfezioni fertili. E che esigevano, dato il basso costo, velocità di approccio e qualche dettaglio secondario grossolano, buttato via....Serietà mitologica ma grossolanità filologica. Prendiamo, per esempio, alcune scene di nudo integrale con tortura interrotta, e poi vediamo la ragazza vittima del sacrificio non consumato scappar via con le mutandine addosso....
Ariel Levy in The Green Inferno

Tra lo scandalo di molti, Cannibal Holocaust, film lucido e violentissimo, e politicamente più che corretto come questo (soprattutto nell'accusare di ipocrisia criminale i mass media occidentali, che sono i veri selvaggi della contemporaneità) è stato almeno risarcito artisticamente con una proiezione trionfale alla Mostra di Venezia del 2004, che ha consacrato Ruggero Deodato, ovvero Mister Cannibale, come "Re del cinema Bis". Altro che quel buonista a nulla liberale di Jacopetti.

Profetico sismografo di orrori crescenti - proprio in quel decennio la coppia Reagan-Bush avrebbe decuplicato con non-chalance (rispetto ai già gloriosi genocidi passato colonial-imperialisti del passato) in centro e sud America (costringendo perfino un presidente Usa, Clinton, a chiedere poi umilmente scusa per i troppi campesinos, suore, sindacalisti, bambini, donne, studenti, vecchi sgozzati in quantità industriale da militari e paramilitari da Washington addestrati e pagati, per aver messo a repentaglio la sicurezza nazionale Usa) - Cannibal Holocaust (che non a caso finiva con un indigesto banchetto indio-brasiliano a base di Mark Williams, ovvero del futuro deputato Luca Barbareschi)  viene ben 'divorato' e perfettamente digerito dal cineasta 42enne di Newton (membro del cerchio magico di Tarantino), mago moderno dello splatter, che si definisce 'psicolpatico a intermittenza' (solo quando gira), che ne ha afferato, a fondo, il cuore, gli arti, il sistema circolatorio e nervoso.

Così come il cinema postmoderno sempre più si illumina di storia, politica, attualità, ecco che anche l'horror più consapevole si sta iperpoliticizzando in maniera vistosa. Roth ha anche prodotto un film ispirato alla setta del reverendo Jones e al suicidio collettivo in Guyana). Segno di crisi o di slabbramenti di un genere che è vitale quando si inebria soprattutto di allusioni, di sottotracce, di decriptazioni....Ai fan settari del genere questo film deve dispiacere non poco, anche perchè le musiche di Manuel Riveiro spostano la testa verso il genere avventuroso più light.Però non dimentichiamo che esistono gli horror normali e gli horror da combattimento doppiamente politico, interiormente e esternamente. Nel senso che i film festival 'arty' più sofisticati se ne impadroniscono da qualche anno. La Berlinale ha conquistato l'agghiacciante, molto più che mockumentary, Act of Killing di Joshua Oppenheimer. Alberto Barbera ha preteso di avere in squadra alla mostra di Venezia Wolf Creek 2, il sequel-horror aussie di Greg Mclean; e così Marco Mueller ha risposto con questo sublime, anzi squisito (non dimentichiamo che in Brasile questo aggettivo significa 'disgustoso') The green Inferno che ha abbellito il cartellone del festival di Roma. Cannes 2013 ha abbassato un po' il quoziente gore del cineasta giapponese, ma ha messo addirittura in competizione un Miike Takashi, Shield of straw...

Girato a Manhattan, nella prima parte molto soft, e poi, via aereo normale a Santiago del Cile e poi, via aereo da turismo, quello che cade sempre, nei dintorni amazzonici e fluviali di Tarapoto (Perù), nella giungla e nei villaggi sperduti in cui totem ossei e cranici si fanno sempre più sinistri e impressionanti, le immagini gore più insostenibili e i tabù crollano uno dopo l'altro,  il film, scritto da Roth assieme ai cileni  Guillermo Amoedo e Nicolas Lopez - lo scatenato trio di After Shock si ricompone, e non dimentichiamo che il duo di Santiago è appassionato adepto di Umberto Lenzi - racconta la spedizione politico-mediatica di una quindicina di giovani e giulivi studenti e studentesse americane che vorrebbero sentirsi a posto con la coscienza e quasi militanti alla Greenpeace ma scoprono via via di essere pedine sciocche in mano proprio ai loro più acerrimi nemici. 

Tra di essi Justine (Lorenza Izzo) - un nome che è già tutto un programma per i più sadici cultore del genere - la figlia di un legale Usa dell'Onu, molto scettico sull'impresa congegnata, una compagna di stanza finto apatica, anzi ebrea militante (è Sky Ferreira), che essendo ben consapevole di cosa significa essere oggetto di persecuzione ostinata e continuata, si tira subito fuori dalla partita, e un leaderino, Alejandro (Ariel Levy) descritto come l'idealista prepotente, un capopolo antipatico e settario, anzi proprio stronzo, capace però di conquistare il cuore della neofita eco-adepta con la tecnica universale dell'umiliazione pubblica. Scopriranno che quella tecnica sadiana è ben più applicata nei villaggi della foresta impenetrabile. Maestri di tutto.

Nel frattempo i ragazzi partono entusiasti dal campus universitario per fermare (cellulari e telecamere in mano, il mitra della diretta, e poi, travestiti da operai, in tute gialle, per non dare nell'occhio, incatenandosi agli alberi) la distruzione di una parte di foresta pluviale e impedire la relativa cacciata di una tribù di nativi da parte della solita mega corporation da boicottare. 

Come era buono il mio francese di Nelson Pereira dos Santos
Ovvio che questi rampolli ingenui della borghesia ben pasciuta di Manhattan sono facilmente manovrati da un'altra mega corporation più avida della prima e che vorrebbe impadronirsi del business cacciando gli avversari, linciandoli via massmedia. Il sentiero è luminoso per i neoliberisti. E così il Perù rischia di diventare la tomba inusuale e imprevista di tutta la bella compagnia, già falcidiata dall'atterraggio aereo di fortuna nella giungla, se non fosse per una genialoide trovata da nerd che ne salverà almeno due. 


Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato
Petrini, slow food, Terra madre e tutto il resto ci avevano insegnato a diffidare, da decenni, dei movimenti integralisti pro-nativi non direttamente gestiti dalle comunità native. E il film socializza correttamente proprio questo principio politico. E avverte. "Non c'è più nessuno al mondo che non gridi Salviamo l'Amazzonia. Già, ma per molti vuol dire salvare un superfiltro planetario per l'inquinamento prodotto dalle proprie Ilva e dalle proprie automobili". 

Ed ecco che in questo intendersi comune Eli Roth si allea con Rossana Rossanda e Ignacy Sachs (vedi l'intervista in Quando si pensava in grande, Einaudi)  e si intende al volo con Lula e Delma. Che abbattendo parte della foresta amazzonica hanno salvato la vita di 40 milioni di brasiliani poveri e sottonutriti. Un conto matematico che annoierà a morte la Banca Mondiale, trovando la cosa assolutamente disinteressante per quanto riguarda lo schema crescita/profitto. 

Come era buono il mio francese di Nelson Pereira Dos Santos
Furbo il finale dell'eco-horror, poi, che serve non solo ad anticipare un secondo capitolo (che il grongo Roth non dirigerà, Lopez o Amoedo sì) ma per chiudere il cerchio etico e spiegare al mondo che i veri cannibali non sono quelli che divorano nelle foreste sperdute la carne umana in gloria del nemico o di chi è vestito con le tute gialle del nemico, ma quelli civilissimi e incravattati che della carne umana (e pure bovina) se ne fregano, ne fanno macelleria industriale e - in modo totalitario e globalizzato - scempio continuo e ripetuto. Superprofitti. Non fermandosi mai di fronte a nulla. A livello di lucidità politica siamo dalle parti degli eco-horror comici di Lloyd Kaufman e della Troma.

Deborah Young di Hollywood reporter, che il film ha poco gradito, si chiedeva con ironia, dal festival Toronto, dove il film è passato a Mezzanotte, se gli indios del film (che assicurano i produttori mai avevano visto un film) fossero almeno stati pagati a tariffa sindacale. Ma è la delocalizzazione, bellezza! Si gira in Cile e Perù per risparmiare e sbefeggiare le major. Però pare che le comparse native abbiano accettato di recitare e far parte del gioco solo dopo aver visto, e molto gustato, Cannibal Holocaust. E, come si sa, i cinefili raffinati non badano certo al dollaro.  

A questo punto non possiamo non riportare alcuni passi dal "Manifesto Antropofagico" del poeta brasiano modernista e antiimperialista Oswald de Andrade, scritto nel 1928 (ripreso dalle neoavanguardie degli anni 60 e dai cinenovisti come Joaquim Pedro de Andrade e Glauber Rocha) e che iniziava così: 


Solo l'Antropofagia ci unisce. Socialmente. Economicamente. Filosoficamente.
Sola legge del mondo. Espressione mascherata di tutti gli individualismi, di tutti i collettivismi. Di tutte le religioni. Di tutti i trattati di pace.
Tupy or not tupy, that is the question.



e prosegue: 

Quello che ostacolava la verità era l'abbigliamento, l'impermeabile tra il mondo interiore e il mondo esterno. La reazione contro l'uomo vestito. Il cinema americano informerà (...)

Vogliamo la Rivoluzione Caraibica. Più grande della Rivoluzione Francese. L’unione di tutte le ribellioni vittoriose rivolte all’uomo. Senza di noi l’Europa non avrebbe neanche la sia misera dichiarazione dei diritti dell’uomo. (...)


Dell’equazione io parte del Cosmo all’assioma Cosmo parte dell’io. Sussistenza. Conoscenza. Antropofagia.

Non abbiamo avuto la speculazione. Ma avevamo la divinazione. Avevamo Politica che è la scienza della distribuzione. E un sistema social-planetario.
Le migrazioni. La fuga dagli stati noiosi. Contro le sclerosi urbane. Contro i Conservatori e il tedio speculativo.


La bassa antropofagia agglomerata nei peccati del catechismo – l'invidia, l'usura, la calunnia, l'omicidio. Peste di cosiddetti popoli colti e cristianizzati, è contro di essa che stiamo agendo. Antropofagi.
"Antropofagia. Assorbimento del nemico sacro. Per trasformarlo in totem".