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martedì 8 settembre 2015

Baratta riconfermato, Barbera, molto probabilmente, riconfermato. Ma il problema non sono i nomi delle persone ma la qualità della Macchina

Roberto Silvestri
Venezia

In Francia il cinema è ancora una cosa seria. E' vero che tutto è statale e centralizzato, ma in maniera responsabile. Per esempio. I critici, questi hacker dell'immaginario, sono messi in grado di lavorare e non sono un fastidio, mal tollerati a meno che non facciano apologia sciovinista; sono ascoltati (pensiamo alla coperturta di Liberation a Locarno 2015) e messi al lavoro ben dentro le istituzioni, perché l'affare totale è gigantesco e si richiede il massimo di “capacità profetica” dall'intera “massa critica” che sa cosa succede nel mondo, come incantare il pubblico e gli appassionati, come scoprire i nuovi talenti geniali, far giostrare mainstream e “nicchie”, cosa farne di un copione e come ottimizzare ciascun progetto, se di qualità commerciale o di qualità artistica, affinché arte e banchieri festeggino poi insieme a fine anno lauti profitti in sala, in tv, sul Web...
Lo scontro e l'incrocio fertile tra le due vie, tra linea Straub-Godard-Garrel e linea Cantet-Audiard/Bercot, che detto in termini brandiani (da Cesare Brandi, grande critico e teorico d'arte italiano del secolo scorso) consiste nella divaricazione ricomponibile tra cinema-immagine e cinema-segno, tra la “pericolosa” libertà di immaginazione oppure “immaginare la libertà come una cosa pericolosissima”, dunque non è affatto frivolo.
Sono le due vie, da decenni ben intrecciate, anche a costo di risse, scandali, baruffe, che permettono alla Francia di restare, dietro gli Usa, al posto di comando del business, punto di riferimento dei cineasti e dei pubblici creativi planetetari A Cannes la continuità progettuale-gestionale-amministrativa viene assicurata dal Cnc, Centro nazionale cinematografico, che sa ottimizzare fiuto, competenze e rapporti internazionali perché anche se cambia il vertice tutto è sotto controllo. E ci si esprime al massimo. Ovvio che il direttore della mostra può essere un critico o uno storico del cinema, come era Jacob, anche per svariati anni (e decenni) perché non è che il finish di una macchina funzionante e complessa. Non in Italia. Adesso il ministro Franceschini ha cambiato la legge che regola la Biennale in modo da permettere al presidente Baratta di rimanere al suo posto e presumibilmente ad Alberto Barbera di guidare la mostra per altri 4 anni (incontrando i giornalisti, quest'ultimo si è detto molto soddisfatto dell' edizione 72, “crescono gli incassi, e Guadagnino a parte, i film presentati non hanno suscitato risse particolari”. Eppure gli incassi non fanno un grande festival, gli strepiti dei gazzettieri sì, come ci ha insegnato il fischiatissimo Carmelo Bene di Nostra Signora dei Turchi). Ma, legge cinema a parte, sostanzialmente basata su quella del 1965, poi via via peggiorata fino ai giorni nostri, forse questo governo che così tanto punta alla “meritocrazia” e a stroncar clientele dovrebbe finalmente creare una istituzione come il centro nazionale del cinema che non venga annichilita e ricostruita ad ogni nuovo governo, e sappia finalmente sganciarsi dagli uffici incompetenti dei partiti. Questioni complesse come quelle dell'immaginario, cerca di spiegarlo Freccero anche in sede Rai, devono diventere essere affidate sempre più a autorità culturali competenti e autonome. Meno approssimativi e personalizzati i pool addetti alla realizzazione di cartelloni e programmi....Meno Brugnaro e Zaia nei cda.