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mercoledì 2 settembre 2015

I primi mostri della Mostra 72. Kruger, Welles e la Cina se dimentica i patriarchi

Roberto Silvestri

Venezia 72

Sabato omaggio a Wes Craven: Nightmare, arriva Freddie Kruger!
Alberto Barbera afferma nelle interviste che non si può più pensare al cinema come si faceva il secolo scorso. Tutto è cambiato. Il digitale, il web, Netflix, la sala, il gore & lo splatter, la ricezione...e non solo. La globalizzazione ha anche complicato la topografia dell'immaginario, siamo senza capitali, punti di riferimento, come sono state recentemente Tehran, Seul, Manila, Austin, Bangkog...."Dobbiamo immaginare il cinema contemporaneo come un arcipelago con isole semoventi, ad aggregazioni effimere...." (bella immagine, piacerà certo a Stefano Martina e alla band romana di "Arcipelago del cinema italiano").
E se lo afferma il direttore della Mostra del cinema edizione 72, che è anche il conservatore del Museo del cinema di Torino e dunque un espertone di XX secolo e il responsabile più che morale di metà festival norditaliani che contano (ambiente, gay, corti, nuove tendenze...), quasi un oligarca del cinema - d'esplorazione, si badi, non d'exploitation - dobbiamo credergli.
Toronto ha imposto quest'anno al Lido uno slittamento di date, affinché le anteprime mondiali della collezione autunnno inverno fossero canadesi e non più europee. Venezia ha dovuto cedere e accettare il diktat. E così si è partiti oggi, 2 settembre e si finirà sabato 12. Con più pioggia annunciata e meno "world premiere", quelle di cui andava fierissimo Marco Mueller. E' il supermercato bellezza.
E siccome siamo retrocessi nella euroclassifica degli incassi sala e del business cinema in tv, da maglia rosa a maglia nera, in quattro decenni, non solo le major ma anche gli "indie" celebri o emergenti, preferiscono altri festival. Dunque, per restare la numero 1, almeno europea, di fine anno Barbera, o chi gli succederà, dovrà ottimizzare fiuto, gusto, antenne, fortuna, bluff, ambizione, per scoprire prima degli altri il sublime schermico o il trash che piace, proiettarlo bene in sale modernissime e attorniare il tutto con un clima elegante, eccitante e charming. Tutto questo costa. Ma il presidente della Biennale giustamente ha ricordato che pochi anni fa, quando tutto stava sprofondando, le risorse sono arrivate per salvare il Lido dalla retrocessione in serie D e rendere presentabili sala Darsena, sala Perla, Pasinetti e Volpi.

L'angoscia del direttore di festival consapevole, prima della serata d'inaugurazione, insomma è tutta qui: "e se avessi preso quel film (che intanto cresce nella sua testa...) invece di questo (che alla prova del pubblico magari si sgonfierà)?". Sembrava un prototipo cristallino, grondante humor spiazzante, e invece è dentro il canone, ricalca piste già solcate, non piacerà né agli accademici né ai fan del "detrito culturale spinto" né ai cerchiobottisti che non si sbottonano mai.
Mi viene in mente questo classico "rovello interiore", pensando che sabato prossimo, 5 settembre, il festival renderà giustamente omaggio a Wes Craven, che oggi persino la sensibilità mainstream definisce, assieme a Romero, Cronenberg e a Carpenter, il più "auteur" tra i maestri dell' horror.  Un Visconte dello splatter freudiano. Un barone del gore apocalittico. E che a me invece piace non come autore ma come "sleaze artist", un artista "squallor" perché considera squallido e collaborazionista, e da fare a pezzi con la tecnologia Freddy Krueger, il "cinema nobile" e il "cinema borghese". Perché compito dell'artista è cambiare la vita non il cinema, se no Dada e surrealisti cosa sarebbero apparsi a fare? Non si tratta infatti di "originalità, personaggi incisivi e realismo psicoanalistico" dei colti Romero e Craven contrapposti a "pura formula, sensazionalismo spinto ed effetti speciali" dei loro presunti imitatori (che semmai, come l'ex pornografo Cunningham, avevano studiato molto bene Mario Bava).

Wes Craven
Il quotidiano La Repubblica, appena nato ma già perversamente attento, mostruosizzò, invece, Craven & Company nel corso di una virulenta campagna a puntate, equiparando in sostanza tutto il cinema Trash, che il colto Craven non si vergognava di rappresentare, a una sorta di devastante e diseducativa bomba atomica spirituale, neanche fosse la longa manus di Potere Operaio sui filmgoers planetari. Aveva ragione La Repubblica. Craven fa cinema pericolosissimo.
Sabato vedremo che effettivamente se è insostenibile e irrecuparabile, o meno (secondo me sì), il suo Nightmare - Dal profondo della notte, 1984, primo cantico di una saga di successo sulla quale hanno scritto cose profonde i più raffinati critici nordamericani (Matt Hills, Jeffrey Sconce, Mark Jancovich, Joan Hawkins, Ian Conrich, Tony Williams, Kevin Heffernan, Steven Jay Schneider, Andrew Tudor, Paul Budra, Harry Benshoff...) strappandolo all'abbraccio dei cultural studies e riportandolo nell'alveo del cosidetto "para paracinema" al quale appartengono altri slasher movies, come Henry pioggia di sangue, o quelli di H.Gordon Lewis e  Sean S.Cunningham, con i suoi dieci Grand Guignol del ciclo di Jason,  Venerdì 13. E non si tratta di estremismo politico o espressivo. Craven ha girato un documentario sull'amico Bill Clinton, negli ultimi giorni del suo mandato presidenziale. E ha presentato uno dei suoi lavori apparentemente non horror,  La musica del cuore, del 1999 alla Casa Bianca, con Bill e Hillary osannanti. Semplicemente rooseveltiano, Wes. A spiegarci come era stato trasformato il sogno americano in un incubo piuttosto cruento, bastava seguire i danni di immaginario commessi da Truman in poi, fino al decennio Bush Reagan. Smantellamento del Wefare. Che vuol dire non assistenzuialismo come si pensa. Ma Benessere. L'attentato al benessere onirico, sue origini e conseguenze, mandanti e esecutori, è il disegno post nazista che Wes Craven ci ha consegnato. E ha fatto bene Alberto Barbera a ricordarcelo.

Orson Welles durante la lavorazione di Il Mercante di Venezia
Rooseveltiano era anche Orson Welles. Scriveva i discorsi per il presidente! Ed è per questo, semplicemente per questo, che è stato fatto fuori da Hollywood dopo i primi ostruzionismi "brasiliani" e alcuni "fiaschi", e costretto a emigrare e a viaggiare negli anni 50 in Europa. Residente soprattutto in Italia, ha rischiato progetti ambiziosi mendicando finanziamenti di qua e di là, mentre maccarthy cacciava le strege. Impunito per anni. A Venezia (e non solo) Welles ha girato Otello. Che poi vinse Cannes nel 1952 in versione originale inglese perché il film fu ritirato dalla Mostra a causa di una copia tecnicamente impresentabile (era in versione doppiata in italiano) arrivata al Palazzo del cinema. Ieri l'abbbiamo rivista con alcuni minuti di dialogo, e restaurata dalla Cineteca nazionale in più in occasione del centenario della nascita del grande cineasta, anzi gigantesco. Come gigantesco è stato il restauro di Il mercante di Venezia (1969) un film televisivo a colori mai visto (se non 10 minuti su trenta muti) perché la Cbs che lo aveva commissionato aveva poi smesso di finanziarlo. Il mediometraggio dunque incompiuto doveva far parte di un programma di viaggi attraverso il mondo, "Orson's bag", con Welles protagonista e narratore. Questa puntata era dedicata a Venezia e a Shylock, l'usuraio ebreo perseguitato e oppresso da un potere schiacciante e vanesio, che disegna una lucida e spietata strategia di vendetta. Nel 1960 Welles aveva dichiarato: "Il ruolo che davvero sogno di interpretare è l'ebreo di Shakespeare. Io sono cristiano (non che la cosa importi), ma ho sempre sentito una certa affinità verso Shylock e vorrei raccontare questo semtimento al pubblico".

Shylock (Orson Welles) umiliato, sbeffeggiato e abbandonato dalla amata figlia...
Non è un personaggio cattivo Shylock, ma un esempio tragico e nobile di reazione vendicativa alla tirannia e alla discriminazione sia essa sessuale, religiosa, sociale o razziale. Molto attuale (il moro Otello e la stessa vittima Desdemone, in fondo, subiscono la stessa discriminazione e Shakespeare è al loro fianco). Questo mediometraggio sarebbe da far girare nelle scuole. Il testo è sintetizzato e semplificato, con effetti alla Carmelo Bene, grazie alle immagini claustrofobiche, con primissi piani espressionisti, e rese astratte dal montaggio frammentario, dagli spazi chiusi e minacciosi, dal tempo sincopato come in una melodia cool jazz e dai costumi e dalla scenografia "asincrona", settecentesca.  Il negativo è andato perduto ma il ritrovamento di nuovi materiali da parte di Cinemazero ha permesso un complicato sistema di restauro, sonoro e visivo, quasi completo che ha convolto anche gli eredi Lavagnino per quanto riguarda la partitura. Eseguita, prima della proiezione, dall'orchestra Lavagnino di Gavi-Alessandria, un'ensemble di una ventina di musicisti.

Orson Welles, Shylock
La Settimana della critica è stata aperta fuori concorso dal denso e ritmato film cinese Lia (La famiglia) di Liu Shumin. Una lunghissima suite tragica (quasi 5 ore) sulla Cina di oggi, con la sua dinamica crescita accompagnata da devastazioni ambientali e sociali, geologiche e psicologiche che toccano tutto l'immenso territorio da Pechino a Shangai, dalle province più lontane  dell'interno alle località marine. Una coppia anziana e abbastanza agiata (lui era un ex quadro ministeriale) va a trovare i figli. Alcuni più ricchi, altri più in difficoltà. Dunque il film è una sorta di epopea familiare che molto ha ereditato, dilatandolo in  stile fiction tv, dallo stile secco e sobrio di Ozu in Viaggio a Tokyo. Un viaggio nella Cina inquinatissima, però. La vita domestica e i suoi retroscena. Lo scontro tra generazioni. Le abitudini inossidabili. Tra i rapolli c'è chi ha i bambini, chi non può dare nipotini. I soliti drammi, soft e hard domestici. Le abitudini, la cucina, i prezzi... l'amabile tirannia di mamma e papà che continuano a condizionare eternamente i comportamenti degli eredi, la loro dolcezza amabile, i loro piccoli orrori e segreti. Entrando nella vita di questi personaggi, a poco a poco, pranzo dopo cena, colazione dopo passeggiatina, l'esito tragico che prenderà a un certo punto il film sarà ancora più imprevisto e devastante. La metafora ci dice forse troppo platealmente che la fine della centralità patriarcale, ovvero la fine del partito comunista, ovvero la fine di un centro forte e autorevole capace di controllare il gigantesco paese - utopia di un paese che si sente esageratamente controllato e legato, potrebbe avere effetti traumatici sul millenario equilibrio dell'Impero del Sole. Ma forse il sottottesto è più misterioso.

La famiglia di Liu Shumin