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giovedì 24 settembre 2015

Dio abita in Nepal. "Everest"

Mariuccia Ciotta



Everest, che ha inaugurato, fuori concorso, la Mostra di Venezia n.72 ci ha accompagnato sulle vette se non del cinema di un Nepal  ghiacciato idealmente luogo dell'aldilà, meta di scalatori perlopiù dilettanti che affollano le pareti della montagna più alta della terra, dove l'aria è così rarefatta che il corpo comincia a morire nell'avvicinarsi al “tetto del mondo”, 8.848 metri.
Un film meno sfolgorante del due ultimi film di apertura, Gravity (2013) e Birdman (2014). Eppure.
Everest non è un film catastrofico stile anni 70 in ascesa di pathos e in attesa di scene madri. E' un docu-film ibrido (girato un po' in Nepal, un po' a Cinecittà) ricalcato sulla storia vera di una spedizione del 1996, bilancio 5 morti. Pochi. Negli anni successivi le vittime si moltiplicarono. Agenzie di avventure estremamente pericolose, nel film e nella realtà, si dividono i turisti, e competono, tra sponsor e foto-reporter, per conquistare le piste e le date migliori. Sessantacinquemila dollari ha pagato il patologo texano interpretato da Josh Brolin per farsi portare lassù dalla tenera, protettiva guida Rob (Jason Clarke) e così gli altri che davvero partirono il 10 maggio del '96 dal campo base himalayano.



La schiera di star in rapida apparizione (e sparizione) sono l'unico dato in comune con il genere, e qui le facce note sono (a parte Brolin e Clarke, protagonisti) quelle di Sam Worthington (Avatar) Keria Knightley, Emily Watson, Jake Gyllenhaal, Robin Wright.


Devia dal format valanghe, terremoti, eruzioni, invasioni di api assassine etc il regista islandese Blatasar Kormàkur, attore e produttore, autore di 101 Reykjavík (2000) Inhale (2010), Contraband (2012). Il suo The Deep ha corso per l'Oscar straniero 2012, anche questa una storia di resistenza e sopravvivenza (naufragio sulle coste islandesi) in un'isola dove la natura oltre a essere estrema è anche “commercializzata”.


Everest documenta i passaggi, i dettagli tecnici, le procedure di una follia collettiva e internazionale che si riunisce come una congrega religiosa, si ammucchia sotto le tende piantate nelle neve, e cova i suoi piaceri nascosti - toccare il cielo - anche se costerà qualche dita della mano e dei piedi. I corpi trascinati, boccheggianti, senza fiato... il cervello può schizzare, i polmoni sono a rischio, avverte la guida, non saranno solo le tempeste a uccidere ma soprattutto la montagna che non è un paese per uomini, e neppure per donne (nella vera spedizione morì l'unica scalatrice, giapponese).



La carovana sale con l'aiuto dei portatori d'alta quota provenienti dalla popolazione sherpa, che non rischiano più di tanto, sanno che Shangri-La non esiste, che dio non abita sull'Everest, e che è meglio tornare indietro se la montagna lo chiede. Ma perché questi ricchi signori in gran parte occidentali si rivolgono a ”Mountain Madness”? La domanda viene finalmente posta. E qui Kormàkur mette sotto la luce radiante dell'Everest il malessere dei suoi dilettanti. Non tanto il trofeo, non tanto l'adrenalina, ma a spingere in alto è un'esistenza ferita che solo lassù dimentica se stessa. La sofferenza fisica inflitta dalla montagna spazza via l'altra, impalpabile come la neve.



Il film (in sala da oggi  24 settembre) risente di inserti lacrimosi, mogli incinte all'altro filo del telefono, e concede a produttori e distributori (Universal) quel tanto in più di azione e emozione, col rischio di apparire un dejà vu. Ma c'è qualcosa di sconcertante in Everest, una caparbietà atletico-spirituale da far invidia a Werner Herzog, ma anche al Clint Eastwood di Assassinio sull'Eiger. E poi si impara che a una certa altezza gli elicotteri non possono volare perché l'aria è insufficiente e l'elica gira a vuoto, a meno che non sei un “texano al 100%”, allora si mobilita l'ambasciata americana e l'elicottero militare nepalese arriva, precipita per un po' e poi riprende il volo.