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lunedì 28 settembre 2015

Che muoia Mexico! Contro Il Sicario di Denis Villeneuve



Roberto Silvestri 


Sicario (in anteprima a Cannes 2015, in concorso), con Benicio Del Toro mattatore, diretto da un cineasta nordamericano che va per la maggiore negli uffici di produzione delle major, il canadese francofono Denis Villeneuve, è un estetizzante e impolverato
film di genere (d’azione, un narco-thriller) ambientato in Messico. Se non fosse estetizzante non andrebbe ai festival e neppure nei circuiti d’essai d’essai di tutti il mondo (che non vivono i loro anni di gloria) dove ha spopolato soprattutto grazie ad alcune immagini raccapriccianti (ma dolcificate per non essere insostenibili come quella, iniziale, delle pareti barocche che nascondono decine di cadaveri) e che, così ben affogate dagli arabeschi di regia, anestetizzano la tragedia messicana in un balletto dalle cromature anti buoniste. Rischia il 5 stellette, e non solo sul Foglio, vecchia e nuova gestione.     
Questo tex-mex movie, zeppo di difetti perché si aiuta con orpelli luministici e iconografici quando maneggia i picchi forti di tutti i luoghi comuni del filone (non furono esenti neppure da solarizzazioni, estetismi gore e cinismi alla moda, Il procuratore di Ridley Scott, 2013, e prima ancora Steven Soderbergh di Traffic), come la solita ricognizione sulla efferata ferocia messicana, ereditata dall’epoca di Pancho Villa e di Ferdinando Sanchez, è più che reticente invece sugli interessi statunitensi nell’area più martoriata del mondo, lo stato di Tamaulipas, nel nord-est, lo stato di di Ciudad de Juarez. Ma è la major, bellezza.
E sottotraccia cosa leggiamo? Un pretenzioso e maschilista tentativo di fare la satira ai thriller di Kathy Bigelow, affidando all’attrice Emily Blunt che interpreta il ruolo di una giovane agente dell’Fbi di nome Kate e al suo make up smunto e pallido il compito di caricaturizzare, fino a renderle inutile, accessorie e inerti, le donne forti delle istituzioni, dall’agente federale Jodie Foster al gioiellino ribelle della Cia, Jessica Chastain, che catturò Osama Bin Laden perché molto più criminale di lui. Insomma il film entra pesantemente nella prossima campagna presidenziale Usa come un macigno, non subliminale, scagliato contro Hillary Clinton.  
In questo thriller "intimista", dove le ombre contano almeno quanto le luci, e con un titolo che profuma di plagio (El 

Benicio Del Toro in "Sicario" di Denis Villeneuve
Sicario di Rosi, così più inquietante e drastico da umiliare un mockumentary, non è mai uscito in Usa), Kate (l'idealista coriacea e molto fortunata, costretta a fare i conti con il realismo, cioé ad arrendersi, a giocare più sporco del nemico o almeno ad ammirare chi ci riesce) non viene sostituita dopo pochi minuti di gioco da un attore metrosexual, come in realtà avrebbero preteso la produzione, ma diventa lo zimbello del copione (del texano Taylor Sheridan), del rude e misterioso signore delle tenebre Alejandro (il portoricano Benicio Del Toro, ormai messicano honoris causa), del saggio patriottico e feroce agente speciale Matt Graver (Josh Brolin) - per il quale il mondo si divide solo tra i buoni, gli americani del nord, e i cattivi, il resto del mondo non nordamericanizzabile - e degli altri vecchi marpioni della Cia che chissà per quale motivo, - se non l’umiliazione, il ritorno a casa delle donne a far la calzetta - vogliono che prenda parte, giovane, inesperta e fragile, e ligia alle regole, alla più rude e confusa e ambigua delle missioni di guerra clandestina.
Annientare in terra straniera, e in missione segreta, un feroce boss della droga, questa è la missione segretissima Fbi-Cia-Dea. Per farlo si utilizza contro quell'imperatore del male un ancora più feroce serial killer messicano, un giudice (così come viene descritto dall’immaginario berluscoide). Un procuratore che vuole distruggere le cosche non perché è il suo lavoro e il suo dovere, ma solo perché gli hanno sterminato la famiglia. E la giustizia dei parenti delle vittime sappiamo quanto è spietata. Grande la lezione etica di Villeneuve! Ridateci Clint.
A Roma si usa un’espressione un po’ forte per dire che non è più tollerabile che non si spieghi in un film d’azione sul conflitto di coca e eroina che gli Usa distrussero all’inizio del secolo scorso l’economia allora florida del Messico, inventandosi l’assurdo concetto (tranne che per Giovanardi e per chi lucra nelle comunità di recupero) della marijuana e dell’hascisc come droghe pericolosissime da criminalizzare e proibire di più, anticamera delle droghe pesanti, etc. A proposito i Lautari chi li paga?
Emily Blunt (Kate) in "Sicario"
Ha spiegato tutto questo Grass pietra miliare del documentarismo su drugs & affini, diretto dal cineasta canadese Ron Mann, idolo della controcultura. C'è una risposta molto semplice a questo groviglio di questioni geopolitiche. La liberalizzazione. Ma non si fa cenno alcuno ai politici e ai giornalisti assassinati perché portavano avanti questa strategia che tocca interessi economici giganteschi.
Questo è il punto che il film, e molti altri film del genere non spiegano. Con le immagini che pure Villeneuve utilizza da prestidigitatore provetto  - tanto che gli daranno da fare il remake di Blade Runner perché sa mettere il bromuro visivo dappertutto -  e da esperto investigatore delle intenzionalità morali degli esseri umani (specialmente wasp o succedanei). Insomma il film finge di porre tutte le domande. Ma in realtà sfrutta solo il quoziente spettacolare regalato dal corpo e dal volto di Benicio del Toro che ormai somatizza in se tutto il fascino perverso delle sostanze stupefacenti (non solo grazie a Traffic).   E sì che stanno morendo decine di migliaia di persone lì, attorno a Ciudad de Juarez (anche Giuseppe Gaudino e Isabella Sandri ne hanno parlato in un bel doc di qualche anno fa, per non ricordare Lourdes Portillo, la prima cineasta a indagare da quelle parti). Tra droga, sfruttamento schiavistico della manodopera a basso costo nelle fabbriche Usa della globalizzazione, immigrazione clandestina, machismo, corruzione, in un intreccio inestricabile di interessi che coinvolgono corpi separati o riunificati dei servizi segreti messicani e statunitensi, polizie dei due paesi, politici dei due paesi, uomini d'affari dei due paesi. Cambiata la struttura monopolistica e piramidale del traffico (che faceva capo alla gang colombiana di Escobar) e diventata policentrica la criminalità neoliberista (insomma siamo nel dopo Traffic, c'è il cartello super militarizzato del Golfo che combatte contro la gang altrettanto militarizzata dei Zetas, e così via), che ruolo gioca il governo Usa oggi per influenzare, controllare e sfruttare questo groviglio di mercato? Con chi si allea?  Quale il suo disegno strategico? Non c’è niente di questo, solo rullio e becheggio da video gioco. Come quella collezione grottesca a macabra di dozzine di cadaveri appesi nelle intercapedini di una casa-covo a far da tappezzeria spettacolare alla scena d'apertura. Che muoia Mexico! 



giovedì 24 settembre 2015

Dio abita in Nepal. "Everest"

Mariuccia Ciotta



Everest, che ha inaugurato, fuori concorso, la Mostra di Venezia n.72 ci ha accompagnato sulle vette se non del cinema di un Nepal  ghiacciato idealmente luogo dell'aldilà, meta di scalatori perlopiù dilettanti che affollano le pareti della montagna più alta della terra, dove l'aria è così rarefatta che il corpo comincia a morire nell'avvicinarsi al “tetto del mondo”, 8.848 metri.
Un film meno sfolgorante del due ultimi film di apertura, Gravity (2013) e Birdman (2014). Eppure.
Everest non è un film catastrofico stile anni 70 in ascesa di pathos e in attesa di scene madri. E' un docu-film ibrido (girato un po' in Nepal, un po' a Cinecittà) ricalcato sulla storia vera di una spedizione del 1996, bilancio 5 morti. Pochi. Negli anni successivi le vittime si moltiplicarono. Agenzie di avventure estremamente pericolose, nel film e nella realtà, si dividono i turisti, e competono, tra sponsor e foto-reporter, per conquistare le piste e le date migliori. Sessantacinquemila dollari ha pagato il patologo texano interpretato da Josh Brolin per farsi portare lassù dalla tenera, protettiva guida Rob (Jason Clarke) e così gli altri che davvero partirono il 10 maggio del '96 dal campo base himalayano.



La schiera di star in rapida apparizione (e sparizione) sono l'unico dato in comune con il genere, e qui le facce note sono (a parte Brolin e Clarke, protagonisti) quelle di Sam Worthington (Avatar) Keria Knightley, Emily Watson, Jake Gyllenhaal, Robin Wright.


Devia dal format valanghe, terremoti, eruzioni, invasioni di api assassine etc il regista islandese Blatasar Kormàkur, attore e produttore, autore di 101 Reykjavík (2000) Inhale (2010), Contraband (2012). Il suo The Deep ha corso per l'Oscar straniero 2012, anche questa una storia di resistenza e sopravvivenza (naufragio sulle coste islandesi) in un'isola dove la natura oltre a essere estrema è anche “commercializzata”.


Everest documenta i passaggi, i dettagli tecnici, le procedure di una follia collettiva e internazionale che si riunisce come una congrega religiosa, si ammucchia sotto le tende piantate nelle neve, e cova i suoi piaceri nascosti - toccare il cielo - anche se costerà qualche dita della mano e dei piedi. I corpi trascinati, boccheggianti, senza fiato... il cervello può schizzare, i polmoni sono a rischio, avverte la guida, non saranno solo le tempeste a uccidere ma soprattutto la montagna che non è un paese per uomini, e neppure per donne (nella vera spedizione morì l'unica scalatrice, giapponese).



La carovana sale con l'aiuto dei portatori d'alta quota provenienti dalla popolazione sherpa, che non rischiano più di tanto, sanno che Shangri-La non esiste, che dio non abita sull'Everest, e che è meglio tornare indietro se la montagna lo chiede. Ma perché questi ricchi signori in gran parte occidentali si rivolgono a ”Mountain Madness”? La domanda viene finalmente posta. E qui Kormàkur mette sotto la luce radiante dell'Everest il malessere dei suoi dilettanti. Non tanto il trofeo, non tanto l'adrenalina, ma a spingere in alto è un'esistenza ferita che solo lassù dimentica se stessa. La sofferenza fisica inflitta dalla montagna spazza via l'altra, impalpabile come la neve.



Il film (in sala da oggi  24 settembre) risente di inserti lacrimosi, mogli incinte all'altro filo del telefono, e concede a produttori e distributori (Universal) quel tanto in più di azione e emozione, col rischio di apparire un dejà vu. Ma c'è qualcosa di sconcertante in Everest, una caparbietà atletico-spirituale da far invidia a Werner Herzog, ma anche al Clint Eastwood di Assassinio sull'Eiger. E poi si impara che a una certa altezza gli elicotteri non possono volare perché l'aria è insufficiente e l'elica gira a vuoto, a meno che non sei un “texano al 100%”, allora si mobilita l'ambasciata americana e l'elicottero militare nepalese arriva, precipita per un po' e poi riprende il volo.














domenica 22 marzo 2015

Vizio di forma. Paul Thomas Anderson e il suo film barocco, formalista, vizioso e meraviglioso


L'urlo di Doc Sportello terrorizza tutto l'occidente

Roberto Silvestri 

Sarà indimenticabile il 2014-2015 grazie a Vizio di forma. Questo film noir di Paul Thomas Anderson nelle sale da un mese - da vedere e rivedere - grande omaggio a Hawks, Bogart e Dorothy Arzner redivivi, nonostante la maggiore tristezza medidativa che perma oggi tutto il materiale conoscitivo di allora, chiarisce un punto poco illuminato: che la contestazione generale planetaria del decennio 60-70 è stata sconfitta, a nord e a sud, a est e a ovest, da una valanga di droga pesante scaraventata contro il movimento che ha ucciso i migliori, intossicato i cervelli e le tasche dei sopravvissuti, riempito le tasche dei cattivi, corrompendo, da allora, tutto il paesaggio. Tradimento dei chierici compreso. 

Il sax tenore Coy Harlingen, il secondo uomo sparito (Owen Wilson)
In Vietnam l'occidente è andato solo per rifornirsi di droga pesante rubata distruggere le economie altrui e togliere di mezzo la roba leggera. Da quando l'afghano nero, il libanese verde e il marocchino di tutti i tipi è ogm, tutto è cambiato. Come vuole Renzi. In peggio. E poi. Chi ci restituirà quelle belle anime teenager, vittime di troppe overdose? Commuovente che a farle rivivere ci sia il film di un pronipote nato nel 1970.
Joaquin Phoenix e Josh Brolin
Formalmente Inherent Vice è un noir senza ombre, piuttosto mette in scena il vizioso scontro tra foschia e neon, tra fog oceanico e inquinamento pop, tra penombra sexy e luccicanza della Borsa, tra la bellezza della pasticca blue e il resto dark del mondo. Tra lo spirito comunitario hippies e l'edonismo egoista individuale dei futuri yuppies, tra la Los Angeles dei surfer ribelli e dei Simbionesi tutti e quella degli square mal incravattati e vigliacchi, perché protetti da quel megafascista di Daryl Gates, il dittatore della polizia di Ellei. Surfer ribelli? A sud di Santa Monica sta per nascere (si intravede in una scena) il grande movimento culturale proletario degli skateboard. Imparare a solcare, dopo le onde oceaniche che finivano pericolosamente a infrangersi sui i piloni sopravvissuti ed emergenti del pontile crollato di Venice, anche le mareggiate metropolitane, con corpi più snodabili e hip hop, collegando e comunicando via graffiti i ghetti, sarà il nuovo sport dell'antagonismo sociale. Da allora ad oggi.  
Una band rock del 1970 non può che ispirarsi a Luis Bunuel
Stiamo ancora mangeggiando troppo i contenuti? Yes. Ma il contenuto è sempre la fase suprema della forma, come insegnarono alla scuola linguistica di Praga i formalisti russi. Certo. Se il sortilegio dell'artigianato collettivo riesce, se la consonanza tra assoli e ritmica deforma le aspettative, se i corpi degli attori penentrando nelle musiche di Greenwood (dei Radiohead), nei costumi di Bridges, nei tagli di montaggio di Jones, nelle scene di Crank, nelle luci opache e materiche di Elswit, resuscitano come personaggi a tutto tondo, comparse comprese, di un mondo che fu ed è ancora. 


Mickey Wolfmann, il miliardario svanito nel nulla....
Nel noir classico (1942-1948) il nero era candido e il bianco dei capelli luccinati molto conturbante, ma ferale. In questo caleidoscopio paranoico diluito nelle song di Neil Young, Can, Minnie Riperton e di surferband come The Marketts, lo spettro appare molto più complicato e terrificante. Ma la paranoia, insegnavano gli anti psichiatri dell'epoca come Cooper e Laing, fu la tecnica di difesa dalla famiglia e la sostanza mentale e "animale" autoprodotta che salvò molti. Per non farsi iniettare il virus della normalità e del conformismo, per sfuggire alla famiglia tentacolare era un toccasana.
Ricordando Shasta
Fenomenale, a questo proposito, il settimo libro di Thomas Pynchon (Feltrinelli stile libero), da cui è tratto questo noir groovy (e che Anderson, il più sobrio e barocco tra i cineasti visionari d'America, completa), ambientato nel 1969 sull'oceano Pacifico. Un fluxus narrativo storicamente e politicamente denso, esplicito e diretto nonostante le interferenze psicotrope della sostenza caotica dell'espressione. Troppo indigesto, insomma, il tutto, per festival e Academy Awards. La Mostra di Venezia di Laudadio, in fondo, non si scandalizzò forse per Boogie Nights, il primo capolavoro di P.T.Anderson,  rifiutandolo e facendo così diventare il Lido lo zimbello degli appassionati di cinema di tutto il mondo?
Con Shasta e Sortilège in una seduta di fumo
La detective story di Vizio di forma in fondo è cristallina. Se si racconta in modo diurno, la intravediamo nella foschia: sparisce nel nulla, e va ritrovato, Mickey Wolfmann (Eric Roberts), un miliardario losangelino che ha smesso di divertirsi ad accumulare tesori con la speculazione edilizia e cacciando i neri dalle loro povere case e gentrificare a forza di corrompere politici e Lapd. Insomma un uomo d'affari che è "impazzito", secondo le categorie capitalistiche vigenti. Ritrovarlo, per un detective di Gordita Beach, però non risolve la faccenda. Non è stato assassinato da quella femme fatale della moglie, ma perché la Cia lo nasconde e protegge?
Jade (Hong Chao)
Oppure si può raccontare l'indagine in modo notturno, al neon: un detective privato che vive sulla spiaggia della Los Angeles meno fighetta, Doc Sportello (Joaquin Phoenix),  ex militante dell'Sds californiano di origini italiane, coi sandali di gomma e gli amici surfer proletari, ha trovato un cocktail innovativo (hascisc, marijuana e lsd) per allargare la coscienza, risolvere il caso di Wolffman scomparso, zigazagando nelle notti buie e tempestose tra: 1. una fumata infinita sul suo divano; 2. una fiamma antica impossibile da dimenticare (Shasta Fay Hepworth, Katherine Waterston) che riappare, ama Wolfmann e chiede aiuto; 3. un membro della Black Guerrilla Family, Tariq Khalil (Michael Kenneth Williams), politicizzatosi in galera anche troppo, visto che ha trovato convergenze parallele perfino con i suprematisti ariani; 4. una bionda dark lady di miserabili e commercialistiche ambizioni; 5. un poliziotto coriaceo e completamente fuso, perché anche gli sbirri sadici hanno un'anima e delle mogli virago (il tenente Christian F. "Bigfoot Bjornsen cui Josh Brolin regala nevrotici e ambigui retrogusti comici); 6. l'avvocato inesperto di Doc, ma involontariamente efficace perché sa tutto di diritto marittimo (Benicio Del Toro è Sauncho Smilax); 7. un dentista cocainomane e pedofilo fino all'iperbole (Martin Short è il più tenero degli squilibrati nel ruolo del dottor Rudy Blatnoyd); 8. uno strozzino assassino che avrebbe fatto impazzire di gioia Russ Meyer per le sue passioni naziste  9. l'avvocato Crocker Fenway (il redivivo Martin Donovan, l'alias di Hal Hartley) che tutela i segreti indecifrabili di una strana organizzazione che si chiama Golden Fang, Zanna d'oro, come la misteriosa goletta manovrata dalla Cia per commerciale eroina e oppio dall'Estremo Oriente, controllando così il 70% del taffico mondiale di droga. ma allora eravamo ancora senza internet e Lassange...
Joaquin Phoenix
Doc, che entra nel labirinto e va a istinto e tentoni, proprio come San Spade, riesce a non sbroccare del tutto e resiste a una serie di aggressioni criminali, interne ed esterne alla Lapd, fino a aggiudicarsi una piccola fertile feconda vittoria "morale", proprio come il Movement imporrà con ogni mezzo necessario la fuga dell'esercito Usa dal Vietnam, Laos e Cambogia (bombardata illegalmente per 5 anni dal criminale internazionale Nixon). Meriterà i soldi di chi lo ha ingaggiato, la tenera casalinga Hope Harlinger (Jena Malone), l'ex tossica che non trova più il marito, Coy Harlinger (Owen Wilson), sassofonista tenore di una surf band di Topanga, diventato lurido informatore e spia dell'Fbi per colpa  della dipendenza dalla droga pesante che lo aveva trascinato, a poco a poco, tra le braccia dell'ignominia e dell'autodegradazione. Ma solo chi cade può risorgere.
In cerca di roba
Raramente un film di Hollywood ci ha restiutuito la gravità di quel frangente di storia e la tonalità erotica altissima di quegli anni. Cosa consiglieremmo a un ragazzo di oggi per capirci qualche cosa? Certo Ultimo tango a Parigi di Bertolucci. I doc di Emile De Antonio e Attica di Cynda Firestone. Ma tra il materiale meno specialistico? Psych-out di Richard Rush, Gli ultimi bagliori di un crepuscolo di Robert Aldrich, forse e Charlie Varrick di Don Siegel... Poco altro.
Paul Thomas Anderson
Il modello implicito a cui il nostro Doc, l'anti-eroe si ispira, ovviamente degradandosi nel mondo delle sostanze non pesanti tipo il whisky, è certamente il Marlowe, da quello classico alla versione di Paul Bogart che è proprio del 1969. O Moses Wine detective di Jonathan Kaplan, che è un militante della controcultura. E gli Shaft o i detective neri di Chester Himes. Ma il modello esplicito è Sharlock Holmes, l'indagatore analitico e induttivo della Soluzione di cocaina al sette per cento (romanzo scritto nel 1974 dal cineasta e produttore Nicholas Meyer che nel 1976 sarà un ottimo film di Herbert Ross). 
Non sorprende infine la centralità della donna in questo film noir così sganciato dall'epoca nella quale il noir nacque e prolificò grazie all'improvvisa presa di potere delle donne nella società Usa visto che gli uomini erano tutti a combattere in Asia e in Europa e Eleonor Roosevelt favoriva l'ascesa. Un intellettuale d'oggi di 45 anni non potrà che rovesciare anche gli ultimi bagliori di maschilismo sessantottino e l'abietta caricature che ne fece la Manson Family. Visto che il romanzo e il film si svolgono proprio durante il processo alle girl adoratrici del loro guru rock, del musicista assassino strabico

Con il vice procuratore distrettuale Penny Kimball (Reece Witherspoon)
Qui invece Doc è solo il finish, il sintetizzatore, l'ottimizzatore finale di una band di donne che in qualche modo lo manovrano affettuosamente. L'uomo di fatica di una strategia femminile di rivoluzione totale: Shasta, la sua ex; Penny, la nuova fidanzata, donna in carriera e magistrato affascinata dal comportamento schizofrenico a singhiozzo; Jade (Hong Chau), ovvero il simbolo asiatico della rivoluzione sessuale che emerge perfino al Chick Planet, club di massaggiatrici artistiche; Japonica (Sasha Pieterse), la ricca rampolla fedifraga, antenata e erede di Winona Ryder come ragazza destinta a scappare da tutte le famiglie e da tutti manicomi e correzionali per adolescenti; Sortilége, l'ex impiegata di Doc che conosce tutta la storia anche prima che avvenga, perché vede cose che noi comuni mortali non conosciamo, e infine la saggia zia Reet, che deve nascondere di certo un passato da wobblie...
Shasta, in particolare, la sua ex ragazza (Catherine Waterston, rediviva spirito libero, quasi una Babara Hershey), un ex grande amore, "eravamo gli unici due a non bucarci e per questo avevamo un sacco di tempo a disposziione per noi due", ma che ormai si sono lasciati, ma a stento, anche per il gusto di riacchiapparsi, pentendosene, di tempo in tempo, perché lei  osa intraprendere viaggi lisergici molto più pericolosi e radicali, anche nell'ambiente dei nuovi pescecani che stanno divorando la megalopoli. Ha un tale nto da Mark Davies. Senza la sua spinta, senza la sua lucidità paranoica, degna di un William Burroughs (a cui era dedicato tra le righe The Master), senza il suo erotismo dispiegato internamente nella scena più hot del film, non si capirebbe la miseria etica, estetica e erotica delle Manson Girls, le assassine per errore di Sharon Tate e dei suoi sei amici. 

L'involuzione della dark lady
Dicevamo che il fluxus narrativo è storicamente e politicamente denso, esplicito e diretto. Nel libro tutte le ramificazioni e i collegamenti sono più spiegate. Ma nel film non si sono note a pié pagine, eppure c'è tutto nello sfondo e se si sta attenti: il conflitto in sud est asiatico con tutto il carico di droga pesante che viene scodellato negli Usa; i maneggi di Hoover e dell'Fbi contro le black panthers e i fratelli di Soledad; il presidente, dal 1968, Richard Nixon e il governatore della California, dal 1967, Ronald Reagan, che privatizza tutto, anche i manicomi; il famigerato capo della polizia di Los Angeles che scatena i suoi scagnozzi come Robert Aldrich mostra in I ragazzi del coro e i motociclisti nazisti mille uso descritti da Al Adamson e Roger Corman; i disordini di Watts e il maccartismo che ancora avvelena il fuori scena di Hollywood, costringendo attori decaduti a pentirsi in maniera immonda per sfuggira alla lista nera e alla miseria nera.... E dunque la recensione merita una inquadratura politica. La citazione iniziale del romanzo è: "Sotto il selciato c'è la spiaggia", che è la celebre scritta su un muro di Parigi, del Maggio 1968, e che è anche il titolo di un capolavoro del Nuovo Cinema Tedesco, diretto da Helma Sanders-Brahms. Un film che riflette profondamente sulla sconfitta del sessantotto europeo come questo sulla sconfitta strategica del Movemen da berkeley alla Columpia a Kent. Ma il titolo del film che vuol dire?
Il romanzo
Un uovo che cade si rompe. Una finestra di vetro va in frantumi alla minima pallonata. Un martire imbottito di dinamite salverà la pelle a stento, se spintonato... Insomma un "vizio di forma" nella costruzione interna di cose, persone e istituzioni innesca potenti forze autoannientatrici. Ma la crisi (tutti gli artisti stanno elaborando sulla stessa incerta situazione economico-sociale planetaria, e Paul Thomas Anderson in Il petroliere e The Master ha indagato su cruciali rivolgimenti ottocenteschi e post bellici, economici e spirituali) che vizio di forma è? 
Un “vizio di forma” speciale perché tutela e conserva la sostanza inalterabile di un modo di produzione e di un way of life, non solo ormai privi di antitesi (perfino nella Cina comunista, dopo la fine della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria) ma che senza ritmiche crisi traumatiche (i vizietti di forma?) non troverebbero preziosa linfa per la loro metamorfica espansione spaziale e crescita volumetrica. 
Japonica guida senza patente

La periodica crisi capitalistica ha ingigantito (dalla metà dell’800 ad oggi) e reso sempre più potenti e totalitari i trust Usa. Le leggi anti-trust infatti sono state create solo per tutelare meglio il complesso ‘militare-industriale’, per scatenare e favorire lo schiacciamento e assorbimento degli imprenditori medio-piccoli e come pura arma antisindacale, per impedire  l’organizzazione orizzontale e "monopolistica" dei lavoratori, che dovrebbe essere unitaria al di là del tipo di lavoro, del sesso e dell’etnia e della religione degli iscritti ma che in Usa è sostanzialmente proibita proprio...dall'Anti Trust (e Renzi, invidioso, sta studiando il sistema per scodellare quell'intuizione geniale anche in Italia). 
Ma tra vizio di forma e vizio “innato”, quello che per esempio la ruggine provoca lentamente al ferro distruggendolo, c’è una sottile differenza. In inglese Inherent Vice infatti è anche quella clausola che impedisce alle assicurazioni di pagare per un’automobile che abbia preso fuoco da sé, per combustione spontanea… Insomma è quel difetto innato e nascosto che causa il deterioramento di una proprietà, senza mettere in discussione il principio della proprietà privata. 
Benicio del Toro, l'avvocato
Il film Vizio di forma invece mette proprio in discussione la proprietà privata tornando all'epoca d'oro della controcultura e della new Hollywood quando si credeva che l'Era dell'Acquario insorgente avrebbe spazzato completamente via il vecchio mondo e le decrepite classi dominanti per accogliere come si deve il Paradise Now. E lo fa senza senza urlare, come avvienive invece tra la fine degli anni sessanta e l'inizio degli anni settanta in un verso di Ginsberg, in un assolo al sax soprano di Coltrane o alla chitarra di Hendrix o in un inseguimento esplosivo cormaniano di macchine. Il tempo degli slogan, anche poetici, è finito.

Martin Short nelll'imitazione di Al Pacino in Scarface
Siamo ben dentro un film d'azione morale, alla maniera di Altman, Siegel e Aldrich, cineasti “revenent” che guidano la mano di Paul Thomas Anderson, un filmaker talmente viziato dal dettaglio formale delle sue opere da destabilizzare i critici più accademici e gli spettatori più conservatori. Il “vizio innato” è la rapacità. Greed contro Greed. Rapacità dei piccoli criminali (i Robin Hood, i terroristi pacifisti, gli hippies che vogliono cambiare il mondo) contro la rapacità dei grandi colossi (i cartelli) che ne vogliono costruirne uno ancora più sadico e infernale. 

Sortilége (Joanna Newsom), l'ex dipendente di Doc e voce off
E per finire la scena very hot .....