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lunedì 28 settembre 2015

Che muoia Mexico! Contro Il Sicario di Denis Villeneuve



Roberto Silvestri 


Sicario (in anteprima a Cannes 2015, in concorso), con Benicio Del Toro mattatore, diretto da un cineasta nordamericano che va per la maggiore negli uffici di produzione delle major, il canadese francofono Denis Villeneuve, è un estetizzante e impolverato
film di genere (d’azione, un narco-thriller) ambientato in Messico. Se non fosse estetizzante non andrebbe ai festival e neppure nei circuiti d’essai d’essai di tutti il mondo (che non vivono i loro anni di gloria) dove ha spopolato soprattutto grazie ad alcune immagini raccapriccianti (ma dolcificate per non essere insostenibili come quella, iniziale, delle pareti barocche che nascondono decine di cadaveri) e che, così ben affogate dagli arabeschi di regia, anestetizzano la tragedia messicana in un balletto dalle cromature anti buoniste. Rischia il 5 stellette, e non solo sul Foglio, vecchia e nuova gestione.     
Questo tex-mex movie, zeppo di difetti perché si aiuta con orpelli luministici e iconografici quando maneggia i picchi forti di tutti i luoghi comuni del filone (non furono esenti neppure da solarizzazioni, estetismi gore e cinismi alla moda, Il procuratore di Ridley Scott, 2013, e prima ancora Steven Soderbergh di Traffic), come la solita ricognizione sulla efferata ferocia messicana, ereditata dall’epoca di Pancho Villa e di Ferdinando Sanchez, è più che reticente invece sugli interessi statunitensi nell’area più martoriata del mondo, lo stato di Tamaulipas, nel nord-est, lo stato di di Ciudad de Juarez. Ma è la major, bellezza.
E sottotraccia cosa leggiamo? Un pretenzioso e maschilista tentativo di fare la satira ai thriller di Kathy Bigelow, affidando all’attrice Emily Blunt che interpreta il ruolo di una giovane agente dell’Fbi di nome Kate e al suo make up smunto e pallido il compito di caricaturizzare, fino a renderle inutile, accessorie e inerti, le donne forti delle istituzioni, dall’agente federale Jodie Foster al gioiellino ribelle della Cia, Jessica Chastain, che catturò Osama Bin Laden perché molto più criminale di lui. Insomma il film entra pesantemente nella prossima campagna presidenziale Usa come un macigno, non subliminale, scagliato contro Hillary Clinton.  
In questo thriller "intimista", dove le ombre contano almeno quanto le luci, e con un titolo che profuma di plagio (El 

Benicio Del Toro in "Sicario" di Denis Villeneuve
Sicario di Rosi, così più inquietante e drastico da umiliare un mockumentary, non è mai uscito in Usa), Kate (l'idealista coriacea e molto fortunata, costretta a fare i conti con il realismo, cioé ad arrendersi, a giocare più sporco del nemico o almeno ad ammirare chi ci riesce) non viene sostituita dopo pochi minuti di gioco da un attore metrosexual, come in realtà avrebbero preteso la produzione, ma diventa lo zimbello del copione (del texano Taylor Sheridan), del rude e misterioso signore delle tenebre Alejandro (il portoricano Benicio Del Toro, ormai messicano honoris causa), del saggio patriottico e feroce agente speciale Matt Graver (Josh Brolin) - per il quale il mondo si divide solo tra i buoni, gli americani del nord, e i cattivi, il resto del mondo non nordamericanizzabile - e degli altri vecchi marpioni della Cia che chissà per quale motivo, - se non l’umiliazione, il ritorno a casa delle donne a far la calzetta - vogliono che prenda parte, giovane, inesperta e fragile, e ligia alle regole, alla più rude e confusa e ambigua delle missioni di guerra clandestina.
Annientare in terra straniera, e in missione segreta, un feroce boss della droga, questa è la missione segretissima Fbi-Cia-Dea. Per farlo si utilizza contro quell'imperatore del male un ancora più feroce serial killer messicano, un giudice (così come viene descritto dall’immaginario berluscoide). Un procuratore che vuole distruggere le cosche non perché è il suo lavoro e il suo dovere, ma solo perché gli hanno sterminato la famiglia. E la giustizia dei parenti delle vittime sappiamo quanto è spietata. Grande la lezione etica di Villeneuve! Ridateci Clint.
A Roma si usa un’espressione un po’ forte per dire che non è più tollerabile che non si spieghi in un film d’azione sul conflitto di coca e eroina che gli Usa distrussero all’inizio del secolo scorso l’economia allora florida del Messico, inventandosi l’assurdo concetto (tranne che per Giovanardi e per chi lucra nelle comunità di recupero) della marijuana e dell’hascisc come droghe pericolosissime da criminalizzare e proibire di più, anticamera delle droghe pesanti, etc. A proposito i Lautari chi li paga?
Emily Blunt (Kate) in "Sicario"
Ha spiegato tutto questo Grass pietra miliare del documentarismo su drugs & affini, diretto dal cineasta canadese Ron Mann, idolo della controcultura. C'è una risposta molto semplice a questo groviglio di questioni geopolitiche. La liberalizzazione. Ma non si fa cenno alcuno ai politici e ai giornalisti assassinati perché portavano avanti questa strategia che tocca interessi economici giganteschi.
Questo è il punto che il film, e molti altri film del genere non spiegano. Con le immagini che pure Villeneuve utilizza da prestidigitatore provetto  - tanto che gli daranno da fare il remake di Blade Runner perché sa mettere il bromuro visivo dappertutto -  e da esperto investigatore delle intenzionalità morali degli esseri umani (specialmente wasp o succedanei). Insomma il film finge di porre tutte le domande. Ma in realtà sfrutta solo il quoziente spettacolare regalato dal corpo e dal volto di Benicio del Toro che ormai somatizza in se tutto il fascino perverso delle sostanze stupefacenti (non solo grazie a Traffic).   E sì che stanno morendo decine di migliaia di persone lì, attorno a Ciudad de Juarez (anche Giuseppe Gaudino e Isabella Sandri ne hanno parlato in un bel doc di qualche anno fa, per non ricordare Lourdes Portillo, la prima cineasta a indagare da quelle parti). Tra droga, sfruttamento schiavistico della manodopera a basso costo nelle fabbriche Usa della globalizzazione, immigrazione clandestina, machismo, corruzione, in un intreccio inestricabile di interessi che coinvolgono corpi separati o riunificati dei servizi segreti messicani e statunitensi, polizie dei due paesi, politici dei due paesi, uomini d'affari dei due paesi. Cambiata la struttura monopolistica e piramidale del traffico (che faceva capo alla gang colombiana di Escobar) e diventata policentrica la criminalità neoliberista (insomma siamo nel dopo Traffic, c'è il cartello super militarizzato del Golfo che combatte contro la gang altrettanto militarizzata dei Zetas, e così via), che ruolo gioca il governo Usa oggi per influenzare, controllare e sfruttare questo groviglio di mercato? Con chi si allea?  Quale il suo disegno strategico? Non c’è niente di questo, solo rullio e becheggio da video gioco. Come quella collezione grottesca a macabra di dozzine di cadaveri appesi nelle intercapedini di una casa-covo a far da tappezzeria spettacolare alla scena d'apertura. Che muoia Mexico!