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martedì 8 settembre 2015

Quando i sacri cittadini sono dei boia. Il film sull'assassinio Rabin di Amos Gitai

Rabin the last days
Roberto Silvestri
Venezia

Vogliamo riconoscerlo questo stato palestinese, per quanto sempre più piccolo sia diventato nel corso dei decenni?
E' dal 1948 che l'Onu (l'Italia postfascista non ne era stata ancora ammessa) ne ha chiesto la proclamazione e l'esistenza. Ma Egitto e Giordania, allora, si opposero (e l'intero mondo arabo: nessuno tocchi il territorio sacro ad Allah!). E tutt'oggi sia gli ebrei ortodossi che i fondamentalisti islamici tuonano contro - a parole, a fatwa, e con le armi - gli accordi di Oslo stipulati da Rabin e Arafat che ne riavviarono la possibilità.
Credo che Hamas sia infastidita ancor più dei kassidici ogni volta che la Francia o altri paesi d'Europa o la Ue riconoscono ufficialmente lo stato palestinese.
Eppure. Due stati due popoli. Almeno questo, visto che non è pensabile uno stato unico non confessionale, laico e per tutti. Meglio far fuori Arafat e Rabin, prima che arrivi Obama.
Così,  con la scusa che gli arabi non hanno accettato la proclamazione dello stato di Palestina nel 1948, Knesset e  esercito israeliano, nonostante le tante deliberazioni contrarie dell'Onu, continuano a fare i palazzinari, a erigere muri, distruggere case, rubare appartamenti, istigare coloni, armarli e proteggerli, e mangiare la terra altrui.Contro chi si può difendere solo a sassate e poco altro. Likud e laburisti non li considerano territori occupati. Occupati a chi?
Adesso, con la distruzione dell'Iraq e della Siria e con la fuga delle popolazioni in Europa perfino il sogno biblico della Grande Israele (rievocato nel film di Ridley Scott "Exodus")  potrebbe trasformarsi in inquietante realtà. Grazie Isis!
Ma tutto questo ricominciò la notte del 4 novembre 1995. Quando Yigal Amir, un venticinquenne ebreo iperortodosso e piuttosto psicopatico, affiliato al Kach, partitino di estrema destra che teorizza l'eliminazione fisica di tutti gli arabi da Israele, colpì a morte, con tre pistolettate (una a pallottola esplosiva), il primo ministro di Israele Rabin ("un rodef, un traditore, un novello Hitler, un infame!") reduce da una trionfale manifestazione in suo appoggio e per la Pace.
Lo uccise senza troppe difficoltà logistiche, nell'indifferenza operosa del Mossad, della polizia e delle guardie del corpo. Probabilmente era pure vivo, dopo i colpi, ma ci misero qualche minutino di troppo per portarlo in Ospedale. "La Cisgiordania non si regala. Hebron la vogliamo noi". Sappiamo cosa succede da mesi a Hebron....Quel che combinano i seguaci codardi di Baruch Goldstein, quelli che non dicono mai West Bank e striscia di Gaza ma  Yesha.


Amos Gitai ne ha fatto un superbo film. E non se la cava dicendo che la notte dell'omicidio, in alcuni ristoranti kosher, sono stati trovati volantini sparsi che aizzavano all'omicidio. Ma parla di una vera campagna di linciaggio politico, criminale, articolata e organizzata. Che stranezza. La commissione di inchiesta non riuscì a provare alcun complotto. Perché non ci fu. Non c'era bisogno. Il verdetto fu giusto: gesto isolato. Come quello di Oswald. Eppure il film di Gitai Rabin the last days ci racconta di un paese diviso, spaccato in due. Da materiali di repertorio che non ricordavamo scopriamo che  Netanyahu coordinava, strumentalizzava e portava in minacciosa piazza, un vasto fronte politico e religioso che chiedeva la messa a morte della politica di Rabin. E ovviamente, sottinteso, del suo leader. Sembra quasi Cecil De Mille, il re dei re, la fanatica richiesta di crocifissione di un pericolosissimo pacifista.....Con tanto di fatwa ebraica. Che non so se chiami Halakhic o in altri modi perché le sfumature chassidiche sono troppo complicate e Gitai non le chiarisce bene....Si tratta di un tipo specifico di fatwa,  applicata nella storia solo in due casi, ci ricorda Gitai. Contro Rabin e contro ...Trotsky (la racconterà in un rpossimo film? speriamo).  Un lavoro, questo di gitai, che in effetti aspettiamo proprio da 20 anni. Sappiamo quanto il regista stimasse Rabin, fino al punto da traslocare e rientrare in Israele dall'Europa nonostante il tradimento, quello sì, del sogno socialista, del movimento kibbutz. E lo considerasse una anomalia salutare, quasi impensabile dentro il partito laburista. Ma. 
Può un film celebrativo, realizzato per il ventennale dell'assassinio di un grande uomo politico di sinistra essere corretto nei materiali ma anche spiazzante, inquietante, mai retorico e perfino 'liquido', cioé filologicamente irreprensibile e apprezzabile anche a destra? "Rabin, the last day", metà repertorio, metà ricostruzione, e in più una breve sconcertante intervista a Shimon Peres ("adoravo il suo coraggio, nonostante gli insulti, gli sputi, le provocazioni andava avanti, che coraggio! che coraggio!": ma metterlo in guardia no? perché Peres, grande signore dell'edilizia, oggi è presidente della repubblica e non si indigna nello stringere la mano a un assassinio dichiarato come il pluriprimoministro quasi a vita Netanhyau? E perché neppure la moglie di Rabin aveva preteso precauzioni o super scorte?) che apre il film, è tutto questo.


Come ogni film politico riuscito Rabin the last days si prende la responsabilità più che di moltiplicare domande di dare alcune risposte, e molto preoccupanti. E, anche al di là della commissione di inchiesta Shamgar sull'omicidio, le cui sedute e interrogatori vengono ricostruiti con filologica cura (e con la partecipazione di attori splendidi come Yael Abecassis, spesso al fianco di Gitai), che negherà l'esistenza di un complotto organizzato dall'estrema destra religiosa (cosa che avrebbe comunque fatto molto comodo al Likud per lavarsene le mani), ci spiega alla perfezione chi ha ucciso davvero Rabin, al di là dei tre colpi di pistola. Metà paese lo voleva morto. Quella metà che considera transeunte lo stato di diritto e le regole costituzionali di una democrazia moderna. E pretende, come a Ryad e come a Doha, e come nella Mosca di Putin, la "sharia" come fonte unica del diritto. La Torah, ma mi raccomando interpretata come diciamo noi.  Il film finora è nel top 5 di Venezia 72. Per me anzi è il "number 1".
A venti anni dall'omicidio del premio Nobel per la Pace, Amos Gitai, cineasta israeliano dell'estrema sinistra non sionista, da 40 anni radiografo implacabile delle contraddizioni sulle quali si fonda lo stato nato nel 1948 (Wadi, Esther, Kadosh, Kedma, Promised Land, Tsilai ne deformano, con le armi dell'arte, la falsa coscienza...), rientrò nella natia Haifa, dopo un lungo auto esilio parigino, solo quando Yitzhak Rabin, sconfiggendo alle elezioni la destra del Likud, cercò di aprire un nuovo capitolo, di fondare, con un gesto di discontinuità, un new deal basato sul mutuo rispetto per la soluzione politica della tragedia palestinese. Il trattato di Oslo, coronamento di quella politica, venne però giudicato da metà paese alto tradimento. Frutto di un un errore politico criminale, commesso da una personalità schizoide, che aveva perso il contatto con la realtà, e doveva essere al più presto cancellato, assieme al suo responsabile (la scena della psicoanalista fondamentalista è piuttosto interessante perché è lei che fonda 'scientificamente' la similitudine tra Rabin e Hitler). Si trattava di aizzare alla paura, di andare ad elezioni anticipate, approfittando del nazionalismo e dello sciovinismo montante, costruendo una possente macchina del fango (ne sappiamo qualcosa anche noi), infiltrando una decina di agit prop con l'incarico di perseguitare il premier ovunque andasse e riempire di insulti sanguinosi ad ogni sua apparizione pubblica, brandendo cartelli nei quali veniva raffigurato come Arafat o come un gerarca delle SS. E soprattutto aizzando i coloni cocchi di Sharon e le organizzazioni super ortodosse a riversarsi nelle piazze trasportando bare con su scritto: "qui giace Rabin" e "difendiamo Gerusalemme",  approfittando di ogni momento buono per cancellare dalla faccia ddella terra il Male assoluto, il nemico numero uno di am ysrael.
Sono sicuro che Ygal Amir sarebbe d'accordissimo con la ricostruzione fatta da Gitai. Non sono sicuro che Netanhyau, che tra poco se lo gusterà nelle sale, invece apprezzerà.