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sabato 5 settembre 2015

La fine di San Pietroburgo, parte seconda

Roberto Silvestri

Venezia
Leningrato, agosto 1991. La piazza anti comunista

Tolstoi e Cechov morti viventi di là, rievocati da Sokurov come antidoto ai tiranni. E le melodie di Ciaikovski di qua, il lago dei cigni riesumato invece dai putschisti rossi (non l'Internazionale, non la Warsavianka...) quando, per l'ultima volta, controllarono per poche ore la radio e la tv dello stato socialista edificato da Lenin per tragettare l'immenso paese dal feudalesimo alla modernità. A questa modernità.
The event, l'evento. Sobytie. Tornare molto indietro per andare avanti? E' la parola d'ordine sotterranea, quasi pasoliniana, lanciata in 74 minuti di riprese in bianco e nero girate nell'agosto 1991 tra le strade e le piazze di Leningrado che sta per ridiventare, con la benedizione dei pope, San Pietroburgo, la città santa di Pietro il Grande. Siamo nei giorni della plebiscitaria restaurazione. Il Pcus cade (ennesima prova di cecità politica di un partito che si era suicidato già nel 1930, esautorando i commissari del popolo dal controllo politico del vertice e trasformandoli in polizia di Stalin) nel trabochetto di Eltsin e Putin. Istigato a un incipit di colpo di stato, subito bloccato, per proteggere la costituzione sovietica, il partito comunista, che non ha più il controllo del paese, dell'esercito e del Kgb, viene definitivamente messo fuori gioco. Senza troppo sangue. Forse qualche morto a Vilnius. E a Mosca, di cui ricordiamo le immagini tv con qualche carroarmato sperduto nella notte. La costruzione delle barricate "antifasciste" nei quartieri dei dirigenti Pcus viene perfino tollerata dagli antifascisti di nuovo tipo, come fosse teatro di strada, filodrammatica residuale. Gorbaciov si da per morto o per imprigionato da qualche parte. Il Soviet Supremo crolla. La Federazione Russia riprende tutto il potere. Qualche ultima barricata residuale, camion rovesciati, pezzi di cemento divelti,  e ci si arrenderà presto al pensiero unico e alla fascinazione di un nuovo zar laico e macho a venire, baluardo della civiltà europea e dei supremi valori cristiani (quelli che stanno dando squisita prova di sé nella puszta unghesere in queste ore). In altre zone della città milioni, non decine, di manifestanti chiedono infatti la fine immediata della dittatura, "dopo oltre 70 anni di crimini" e tra di loro soprattutto i proletari, oltre che gli intellettuali, i cantuatori, i poeti, i parenti delle vittime e tutti i giovani. Gli stessi di Berlino 53, Budapest 56, Gdansk e Stiettin 70, Praga.

primo piano di post sovietici
Senza voce fuori campo, solo riprese e sonoro d'epoca (particolarmente attivo il sindaco della città, il più veloce nel riciclarsi), il documentarista principe Sergei Loznitsa, ucraino, si limita a un cartello finale  Risvegliatevi russi. Avete cacciato i nazisti, avete cacciato i criminali stalinisti prima e quella gang del Pcus poi, ma ancora non siete liberi. Siete ancora pecore, non Nazione. Non basta sostituire Gorby con Eltsin e Putin con Eltsin. Non basta ammainare per sempre la bandiera rossa e sostituirla con il tricolore quasi francese a strisce orizzontali (nella sequenza la falce e martello, infatti, giganteggia ancora nella piazza). Nessun burocrate rosso è stato mai processato e condannato per i crimini commessi. Nessuno potrà mai indire dei tribunali di verità e riconciliazione. La verità sarebbe scomoda per tutti. Le sequenze più interessanti a questo proposito, a parte un breve apparizione di Putin, molto soddisfatto della situazione, sono quelle degli archivi del partito messi subito in sicurezza, affinché nulla trapeli del passato dei nuovi autocrati "democratici" . Ancora uno sforzo, paese di Pushkin, per diventare repubblicano, fase finale della strategia "comunismo in un solo paese". Quando si deccreta la fine del bolscevismo, in un finale menscevico l'enorme folle si divide in due. Metà alzano il pugno chiuso. Metà le due dita in segno di vittoria. La Russia, la tradizionbe, i valori restano sempre due. Quelli reazionari e quelli progressisti.
La barricata dei nostalgicirossi duri e puri