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venerdì 11 settembre 2015

Mi piace Gaudino. Franco Maresco e Jacopo Quadri, Davide Barletti e Claudio Caligari, i film del Maghreb, quelli che mi ero dimenticati, quasi un pezzo finale dalla Mostra di Venezia

Vincerà Luca Guadagnino?
Roberto Silvestri
Venezia
Adesso che il concorso è finito bisogna recuperare qualche film di cui non abbiamo scritto in questi giorni concitati. Mentre la giuria che, Cuaron, Hou Hsiao Hsien e Munzi a parte, non ci sembra troppo affidabile, sta redigendo l'attesa (?) pagella dei buoni e dei cattivi, dei vittoriosi e degli sconfitti. La Mostra di Venezia non sarà il Wal-Mart dei cinefestival come Toronto, si fa bella anzi scodellando come a Cannes quasi solo quello che piace ai francesi, e molti artisti profughi delle arti visive, come Laurie Anderson o Zhoa Liang, ma alla fine il suo palmares dovrebbe concentrarsi su Sokurov, Trapero, Vigas, Alper, bocciando la troppo libertaria linea Anderson, Guadagnino, Doremus, , Egoyan, con Skolimowski talmente ago della bilancia tra i due gruppi che alla fine potrebbe spuntarla. Il nostro premio e Amos Gitai.
Non abbiamo parlato di un film australiano, Looking for Grace di Sue Brooks, che si ispira indirettamente e involontariamente al noto F for Fake di Orson Welles, estremizzandone il bersaglio. Non è solo l'arte che ha a che fare con l'illusionismo e la “magia” perché la falsità è la sua unica verità. Ma è la vita stessa, così confusa così imprevedibile e così disordinata, che è bella se si riesce a godersela nell'istante, la morte è sempre in agguato, e ad aggiungere un po' di caos nell'ordine, a condire di bugie le verità, a moltiplicare segreti su segreti, aprendo false piste... forse solo così si catturerà il segreto di un film sull'amore, sull'incontro ipotetico, e sempre pronto a sciogliersi, di due solitudini. Quel sentimento che ti rassicura, anche se non tutto torna mai. Perché nessun essere umano riesce a sfiorare l'amore assoluto. Che sia una specialità divina doc?
Siamo dalle parti di Perth, nell'estremo occidentali del continente oceanico attraversato da treni e giganteschi pullman. Un misterioso autista ha come passeggero un bimbo. Che stranezza. Non sarà mica Damien? Una sedicenne, la biondina Grace, scappa di casa per partecipare a un concerto hard rock con una amica coetanea. Non ne sentiremo una nota. Sulla strada Grace passa la notte con un ragazzo cool, ma forse malefico, che la deruba in hotel con affetto. I genitori, Dan e Denise, inseguono Grace nella piatta e desertica pianura senza fine. Anche perché la piccola ha poco prima svaligiato casa. Non si sa mai, le servissero soldi nel viaggio. 16 mila dollari. Un buffo, troppo anziano, investigatore privato, viene incaricato di affiancarli. Con umorismo e freddezza, bandita ogni profondità psicologica, si inquadra il tutto con stile nouveau roman, per esempio il passato della coppia. Il lavoro, il negozio, l'erotismo, qualche timida ipotesi di tradimento di lui con la segretaria, mentre il tono è indefinibile. Sarcastico? Umorismo nero? Giansenistica resa ai disegni indecifrabili dell'assoluto? Il minimalismo aussie aspira alla grazia. La grazia gliela può concedere solo il pubblico. Vedremo se la giuria farà questa grazia. I disegni del divino sono imperscrutabili.
Il premio per la sceneggiatura a Benjamin August è già moralmente assegnato, qualunque sia il verdetto della giuria. Bellissimo Remember di Atom Egoyan , ne scrive Mariuccia Ciotta a parte, ma per chi considera grande cinema tutto Russ Meyer, The Great Rock'n roll Swindle di Julian Temple, Lo sbirro e la madama di Burt Reynold, John Landis soprattutto del primo episodio di Ai Confini della realtà e di The Blues Brothers che di quello spirito antinazi è impregnato, è un capolavoro assoluto. Non ammette se e ma. Christopher Plummer qualunque giuria composta da esseri umani dovrebbe essere portato in trionfo per la sua performances double body. L'SS e l'ebreo in un corpo solamente. Chi mai li aveva interpretati? Fantastico.
Ci sono film che fanno fare un giro imprevisto in più, e gratis, alle nostre teste. E le smuovono e le sconvolgono un po' (Guadagnino, Gitai, Kaufman, Skolimowski...). E altri che, come fa Salvini con il suo popolo, stanno molto attenti a non spostarle, quelle teste. Che restino dove sono (Sokurov quando fa, poco saggiamente, “cinema saggio”).
Un esempio del primo tipo è anche Per amore vostro di Giuseppe M. Gaudino, set Napoli oggi, quella più povera ma che si affaccia spudoratamente, però, sul lungo mare più bello del mondo, come fossimo in una favela di Rio. E' un film sperimentale ad alta sensibilità umana, grondante fino alla nausea purificatrice di pezzi di popolo gettavo via come roba vecchia sulla strada, di religiosità pagana misteriosa ma consolatrice, di mostruosità e felicità domestiche, di Gomorra quotidiana qualunque, il tutto scodellato, tra Hitch e Carmelo Bene, attraverso effetti speciali affettuosi, loop horrro, distorsioni, cromatismi lisergici improvvisi e soprattutto svisate scratching sonore (di Mac Guff più Epsilon Indi alle musiche). Non ci fossero i sottotitoli inglesi non capirebbe un'acca, come ai tempi di Troisi il non partenopeo. La lingua non è quel napoletano tv che va molto al cinema. Masaniello parlava così, suppongo. Il film, poetico politico, è scritto, o meglio imbastito di luci e parole e sangue assieme a Isabella Sandri, come sempre, ma anche a Lina Sarti. Ed è un'altra performance di attrice solista. Se Valeria Golino non funzionasse, buffa, tragica, sentimentale, ringhiosa, paurosa, rapace, unghiuta, tremante, materna... il film non ci sarebbe, né nel suo avanzare “realistico” in bianco e nero né nel suo retrocedere temporale o onirico, a colori. Il film invece c'è. Lei è la “Mortiz Moszkowski” del nostro star system. Nel senso che riesce a rappresentare l'intero gamut della tecnica recitativa (e qui mi riferisco a quando Igncy Paderewski affermava che “dopo Chopin era stato Moszkowski a scrivere per il piano abbracciando l'intero gamut della tecnica”. Egoyan non a caso lo rievoca). Perché, come diceva Chalers Laughton non si recita mai al cinema con gli occhi, l'orecchio e la bocca, ma con le mani. Sono roche le dita. Rock, non le tonalità. Attenti al primo giudizio sommario. L'armonia è dissonante, l'orchestrazione visiva è post wagneriana, ma la strumentista solista riesce a riportare tutti al di là, a una nuova consonanza, alla melodia semplice, al demenziale, dionisiaco ritornello offenbachiano o se preferite neomelodico. Suggeritrice di un set tv, madre ipersfruttata di tre figli di cui uno sordo muto, in rotta con il marito usuraio che per troppo tempo ha tollerato (opportunista, per superiori interessi familiari), Anna decide di confessarsi a se stessa, di farla finita con il bruto usuraio assassino che sta nel suo letto e di scollarsi da lui anche sentimentalmente non sapendo in che avventura si sta, ancora più pericolosamente, gettando. Tra le braccia infide di un nuovo amante, la bomba sexy di una sorta di “Un posto al sole”. Il suo salto nel vuoto ricompone il film miracolosamente, altro che San Gennaro, facendolo diventare la sinfonia lugubre una melodia flautata anti cammorrista. Che molto deve a Andres Serrano (per il coté necrofilo) e al Quartetto Cetra (per l'umore dissacrante), a Rossellini di Stromboli e a Peter Weir per i toni apocalittici, e soprattutto a Suspicion e a Ingrid Bergman per il clima generale. La donna che regge il gobbo, la stunt woman finale. In un rovesciamento delle gerarchie di un set dove gli ultimi saranno i primi. Non solo. Gaudino affida a Valeria Golino quel testimone femminista lasciato da Stefania Sandrelli suicida in Io la conoscevo bene, affidando a lei il controllo simbolico dell'intero film, cosa che alle donne del cinema italiano è ancora precluso, come fossimo in una moschea dell'Islam reazionario. Ma come Lucia Mannucci qui Valeria Golino è leader. Fa parlare perfino i sordo muti. A costo di qualunque travestimento e sbaglio.
Abluka (Frenzy) cioé Follia di Emin Alper (Turchia) nonostante il titolo hitchcockiano non è un thriller politico sulla Istanbul di Ergdogan, novello Demirel che sa giocare con le bombe, i terroristi, i servizi deviati, gli islamisti, i curdi , l'esercito e lo sbattere i mostri in prima pagina. Non cinema d'azione ma un composto alchemico metaforico, di densa materia scura, marrone, nera, maleodorante (di immondizia si occupa il protagonista), che trova il suo baricentro nella doppia schizofrenia di due fratelli accomunati da un tragico destino e dunque in un traballante procedere per incanti, ellissi, ripetizioni, sogni, ritorni all'indietro, incubi di cani feroci, fughe in avanti che rendono il tessuto narrativo incerto misterioso e pauroso. Il Potere e la sua capacità di distruggere gli uomini semplici, di manipolarli e utilizzarli per schiacciare qualunque nemico sia esso un cane randaglio sia un sovversivo. Ci si compiace molto, troppo, certo involontariamente, di come un potere autoritario possa mandare in paranoia i suoi sudditi meno attrezzati. Però è un film che resta nel ricordo. Non a caso ne ho già scritto e me ne ero dimenticato.
Desde alla, Da lontano del venezuelano Lorenzo Vigas, film per soli uomini, monoerotico, soprattutto autoerotico, ha fatto una certa impressione sul tessuto medio festivaliero. Perché il narratore è un po', per esprimerci grossolanamente, alla Pablo Larrain. Il più secco e gelido radiografo del Cile di Pinochet. Anche se il direttore della fotografia di questo film, Sergio Armstrong, ha certamente ristudiato se stesso in Tony Manero, per dare quanta più disumanità possibile, ombre inquiete e decolorazione ghiaccia, alla metropoli tentacolare e sotto incubo. La Caracas oggi. Che ne esce a pezzi. File dal panettiere. Crisi economica. Il petrolio sta ai minimi, Maduro sembra che regga ma il popolo no, soffre, si arrangia, ruba quel che può. Perfino specchietti retrovisori. Intanto i ricchi ridono. Ovvio che il film osserva altro. Dentro la storia. Dentro la società. Dentro i corpi. Nella psiche. Nella psicopatologia di massa del fascismo. Che, come si sa dall'epoca di Wilhelm Reich, compie disastri anche quando la tensione è più socialisteggiante che nazionalista, vedi nella Urss di Stalin, dal 1930 in poi....Armando, odontotecnico benestante, molestato dal padre da piccolo, immaginiamo traumaticamente e ripetutamente,lo odio lo vorrei morto”, vive solo e non si è mai sposato. Adesca giovinetti per denudarli e mastrurbarsi, ma senza mai avere contatti sessuali. Una sorta di critica pacifista del padre? Finché non trova un ragazzo violento, un macho affascinante che più lo deruba e lo ferisce, più lo tenta. Elder, capo teppa, inizia a frequentarlo sempre più spesso, dapprima per interesse. Lascia la sua ragazza mulatta, si fa pessima fama nel suo ambiente maschilista, che lo scarica, viene perfino cacciato di casa dalla madre che ha saputo da un pettegolezzo che quell'opportunistica relazione (a Elder servono i soldi per trasformare un ferrovecchio in automobile) si è trasformato in amicizia a tutto tondo, poi in amore, vero e folle, addirittura carnale, era ora. Ma fino a conseguenze devastanti. Armando scoprirà che quel che insegue in Elder, nelle sue zone dark e inconfessabili, è proprio la crudeltà criminale del padre. A questo punto rifiuta la sua soggettività desiderante. Torna nell'incubo. Un happy end che non è happy per nulla. Atroce.
C'è qualcosa di Wakamatsu e delle nouvelle vague anni sessanta, in un bellissimo film maghrebino che descrive come ormai il lavaggio di cervello effettuato dai predicatori letteralisti che deformano l'Islam dal tubo catodico e lo fanno diventare una sorta di catechismo nazista, stia trasformando in peggio anche gli algerini meno riconciliati. Come il duro, criminale, ladro, violento, borseggiatore, irrequieto, solitario, adolescente di nome Omar il protagonista biondastro di Madame Courage di Merzak Allouache (Algeria), un regista che sta raccontando l'evoluzione interiore del suo paese, vista dagli adolescenti, da oltre trent'anni. Qui siamo fuori concorso. Il quartiere in cui vive Omar, alla periferia del centro turistico balneare di Mostaganem, è solare e ha un bel lungomare, ma lui sta in una baracca puzzolente senza acqua con la madre che è meglio perderla che trovarla. E' un continuo maltrattarlo e minacciare “ti caccio di casa perché non mi porti mai un soldo”, anche perché sta sempre davanti alla tv religiosa a farsi lessare il cervello con le più ridicole sciocchezze sessuofobiche e omofobiche ripetute come mantra. Omar perde la pazienza. “Un giorno prendo la tv e te la spacco in testa”. La madre Coraggio del titolo non si riferisce affatto a Brecht, ma è il nome di una pasticca, di una sostanza psicotropa che va molto tra i giovani algerini perché è a basso costo e ad alta resa. E comunque basta rubare il portafoglio a una vecchietta o la collanina con la mano di fatma a una ragazzina e il viaggio verso la felicità è assicurato. D'altra parte, come sopravvivere ad Algeri oggi nei quartieri cui tutto è stato tolto, non c'è lavoro, e anche la speranza è fuggita via? Un giorno però Omar strappa la collanina e si innamora perdutamente del collo e del volto della giovanissima proprietaria. La segue, restituisce il maltolto, la molesta per giorni finché il fratello di lei poliziotto non lo caccia, poi lo minaccia , poi lo arresta, poi lo fa picchiare. A questo punto Omar, cha ha introiettato “naturalmente” la logica del taglione tanto di moda tra i coetanei dell'isis acquista una scimitarra al mercato nero, castra con un solo colpo ben assestato il pappa della sorella, ovviamente costretta a prostituirsi, ma oltretutto pestata come un colabrodo, e si avvia verso la casa della “sua ragazza” per far fuori il piedipiatti, unico ostacolo a un amore ancora non corrisposto. Di Wakamatsu c'è questo finale cruento e poetico con Omar che organizza per lei un incredibile spettacolo di fuochi d'artificio. Il suo ultimo colpo gli ha fruttato una fortuna......
Una ragazza che vorrebbero far diventare medico ma che invece vuole cantare musica rock con il suo gruppo, ispirato dal folk maghrebino, è la protagonista di un film ambientato a Tunisi prima della rivoluzione “per la libertà e per la democrazia”. Uno scossone salutare che, nonostante i profeti del malaugurio, sta andando avanti per la sua strada irreversibilmente. Appena apro gli occhi di Leyla Bouzid, figlia d'arte (Giornate degli Autori), è la versione femminile del film di Allouache. Lo scatenamento della soggettività desiderante crea resistenza in famiglia e fuori, anche se chi agisce non è costretto, come nel caso di Omar, alla criminalità individuale o organizzata. Lei canta. Bellissime canzoni d'amore e micidiali song di lotta. Ma la questura non vuole. Chiudono i locali dove si dovrebbero esibire, costringono chi gli affitta le cantine a cacciarli. I genitori non vogliono. E perfino un membro della band, che è in realtà un poliziotto travestito, perché di informatori della polizia era infarcita tutta la società incivile di Ben Alì. Fino a che perfino la nostra eroina rischia per gelosia di mandare tutto a monte perché litiga con l'altro leader della banda. A quel punto la polizia segreta rapisce la ragazza e le dà una di quelle lezioni che avranno gli effetti boomerang che conosciamo. Rivoluzione. Questo film “apre gli occhi” dello spettatore occidentale infatti sulla difficile lotta di quella generazione che si è trovata di fronte una dittatura dall'aspetto vellutato e dalla realtà micidialmente attenta a reprimere ogni anelito di libertà. In fabbrica nei campi, nel commercio, nelle scuole, nelle strade. C'erano le elezioni? Bastava non mandare le schede elettorali alle persone tra i 18 e i 30 anni e il gioco era fatto per il partito al potere, membro dell'iInternazionale socialista. Oppure. Vogliamo parlare del sesso? Oppure, più semplicemente. Vogliamo andare al bar a berci una coca? Non era così semplice, almeno per una ragazza, con il velo o con i jeans strappati. Lo vedremo nel film questo penetrare nella notte negli spazi occupati dai soli uomini. E vedremo come si riesce a liberarli. Grazie alla musica. Il “musical” tocca punte hard insospettabili. E fa capire che sono stati questi ragazzi i veri eroi che hanno capovolto il mondo. E che facevano bene a reprimerli, i metallari, i rockettari e i folk singer del maghreb e del mashreq, perché stavano, stanno sconvolgendo il mondo islamico e sono i veri nemici dell'Isis.

Si mette a fuoco molto meglio dall'ottica maghrebina l'importanza del film di Claudio Caligari, di una sceneggiatura scritta nel 1995 e diventata film solo adesso. Anche se il montaggio non è stato realizzato dall'autore ma si sono accuratamente eseguiti i suoi voleri, come se si trattasse della seconda parte di un dittico, dopo Amore tossico, set lo stesso, Ostia. Gli spettri aleggianti di Pasolini. O meglio di Derek Jarman, che al delitto più orrendo del secolo scorso, si trattava di un poeta, dedicò un magnifico poema visivo. Non essere cattivo, il film postumo di Caligari, uno dei pochi registi scampati allo sterminio per "droga prigione e esilio" di una generazione (è stata la tecnica utilizzata in Italia, paese dove non era il caso di stipare sovversivi in aereo e buttarli vivi giù di sotto, Ustica ingombrava). Caligari era capace di catturare la sostanza profonda dei tempi e i suoi conflitti interiori (vedi La parte bassa o Amore tossico), proprio come pochi altri sopravvissuti al decennio incandescente, come Tonino De Bernardo o Alberto Grifi. E per questo è stato messo in grado per anni di non nuocere. Emarginato. Niente finanziamenti. Tra L'odore della notte, penultimo film, e questo, passano non a caso 17 anni e senza l'intervento prepotente e autorevole di Valerio Mastrandrea neanche questo progetto anni 90 del cineasta di Arona avrebbe mai visto la luce. Due amici della piccola malavita locale. Spaccio, furti, traffici vari, molta 'madre coraggio', i rapporti con il boss della zona, le ragazze, poi si cresce, che ne dite di tornar normali? Il lavoro, i cantieri edili (Mastrandrea ne sa qualcosa), e le due vie che si aprono: facciamo ancora i cattivi fino all'ultimo respiro o diventiamo buoni e tranquilli? Casa moglie figli? Uno resiste. L'altro no. Uno crolla. L'altro vacilla. L'ultimo colpo.... La tragedia di due emarginati ridicoli. Però che strano. Questo film compatto e corposo, un po' alla Romanzo criminale televisivo è piaicuto moltisssimo. Celestini invece è stato più criticato. Eppure quest'ultimo non divide comea a scuola buoni da cattivi. Li mescola. Trovà bontà nella cattiveria dell'illegalità. Qui è come se i due mondi non fossero mescolabili. Celestini inquieta di più. Caligari postumo di meno. Strana la vita.

Anche Franco Maresco mi ha stupito. E' magnifico ricordare la vita e il teatro di Franco Scaldati nel documentario “Gli uomini di questa città non li conosco” (Fuori Concorso), con rari filmati delle sue messe in scena, delle sue apparizioni cinematografiche e delle interviste di Raitre. Visto che, dall'inchiesta firmata dallo stesso Maresco al teatro Biondo, che vediamo alla fine del film, oggi in città nessuno lo ricorda e lo conosce. Ma non riesco a trovare lo spirito anarchico di Maresco, nel film. Scaldati, attore, regista, autore di capolavori scenici insostenibili come Il pozzo dei pazzi, filologo di parte popolare, colui che ha restituito profondità poetica a una lingua siciliana biodegradata dalla media e piccola borghesia, non riconciliato mai con i poteri forti e oscuri della sua città, punto di riferimento centrale del lavoro beckettiano di Cinico Tv, viene analizzato attraverso gli interventi dei suoi amici, collaboratori, uomini di cultura siciliano o meno (Letizia Battaglia, Roberta Torre, Goffredo Fofi, Emiliano Monreale... perché non c'è Gianfranco Capitta?), nella sua nichilistica opera di smantellamento dei valori estetici e etici dominanti. Eppure sotto traccia c'è uno strano risentimento, più di Franco Maresco che di Franco Scaldati. Non lo hanno celebrato. Non lo hanno amato. Non lo hanno dotato mai di uno spazio degno del suo valore. E meno male, no? Franco poi non può raccontare la storia del rapporto di Scaldati con le lotte degli anni sessanta e settanta come fosse un inserto di Repubblica. “finite le forzature ideologiche del sessantotto”. Ma cosa dici?

Ben altro clima si respira in Danimarca. Dove Jacopo Quadri e Davide Barletti sono andati a trovare Eugenio Barba in occasione del cinquantenario di vita dell'Odin Teatret, festeggiato da circa 500 artisti venuti da ogni parte del mondo (a loro spese) per realizzare uno di quegli scambi artistici (se io balinese canto e danzo tu keniano canti e danzi e tu danese pure, e tu brasiliano anche) che hanno reso celebre la “teoria del baratto” messa a punto dal gruppo del drammaturgo e antropologo salentino (e scopriamo anche tagliatore di alberi con tanto di sega elettrica da film horror) teorizzatore ante litteram della contaminazione culturale (i pulcinella che fanno mangiare gli spaghetti alle danzatrici indonesiane snodabili è uno spettacolo nello spettacolo). Il paese dove gli alberi volano – Eugenio Barba e i giorni dell'odin racconta proprio la fase organizzativa della grande festa all'aperto dell'estate 2014, con acrobati, pupazzi, danzatori classici, bande musicali, lottatori di capoeira, ragazzi venuti da Nairobi, artisti di ogni tipo, piccoli e grandi, diretti come fosse Butch Morris da un super regista dai tentacoli giganteschi, di comunicativa immediata, grande charme, precisione di fraseggio e dal corpo miracolosamente giovanile. Holstebro, la piccola cittadina danese dove l'Odin risiede da 48 anni, dopo i due iniziali a Oslo, reagisce con pudore e presenza calorosa alla grande festa. Ma. “Dove sono le persone? Qui sembra che non ci sia nessuno. Anche se è tutto magicamente pulitissimo” affermano gli ospiti keniani, i ragazzini delle periferie povere di Nairobi che sono dei ballerini pazzeschi e mai sono stati in Occidente.

Due film che speriamo siano recuperati a Venezia a Milano e Venezia a Roma sono il brasiliano Boi Neon di Gabriel Mascaro (orizzonti) e Montanha del portoghese Joao Salaviza (Settimana della critica). Speriamo che li premino. Ne riparleremo.
Venezia