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martedì 8 settembre 2015

Riccardo Scamarcio e La prima Luce di Vincenzo Marra

Roberto Silvestri

Venezia.
In due film fuori concorso, Black Mass del virginiano Scott Cooper e La prima luce di Vincenzo Marra (Giornate degli Autori), c'è la stessa identica scena. Ma che differenza di fraseggio! Il papà, lì il gangster Johnny Depp e qui l'avvocato Riccardo Scamarcio, consigliano al figlioletto di rispondere sempre alle provocazioni manesche dei bulletti di classe. Identica e scandalizzata è la reazione delle due mamme. “Non si fa”. Non bisogna educare i figli alla violenza. Chissà perché, poi. Come se non fossero proprio le donne, casalinghe o meno, e poi entrambe americane, una del nord, una del Cile, come in questi casi, le persone più esperte nella secolare arte della legittima difesa. Avete presente Craig's Wife? No. Il personaggio di Scamarcio ha però una giustificazione. Non c'è più Vieri Razzini a raccontarci il ciclo Dorothy Arzner in prima serata tv. In Usa sono molto più aggiornati....
La differenza delle due scene non infatti è nella qualità agonistica della risposta del papà, che sia l'estremista pugno (Johnny Depp è collegato all'Ira) o il moderato schiaffo (visto che Rai Cinema coproduce Marra...). La differenza è nella scrittura, nella sceneggiatura, nella scrittura visuale. Nel lavoro complessivo. Complesso, sofisticato nel caso dei due sceneggiatori di Black Mass, Mark Mallouk e Jez Butterworth. “Devi rispondere. Ma non è importante come lo colpisci, ma dove e quando lo colpisci. Non ci deve essere nessuno a vederti, questo conta”. Ecco una bella lezione morale. Ecco perché il film è didattico come ci piacerebbe che fosse la nostra Rai. Perché dal caso particolare si apre a quello generale, e affonda nella storia stessa di Boston. E ci fa pensare al metodo Hoover, al metodo Blair-Bush jr. oppure a Sacco e Vanzetti, che abitavano proprio a Boston zona nord, e che nessuno vide assassinare alcuno. Eppure furono condannati a morte lo stesso...
Scarno, senza spiegazioni, e forse anche un po' deprimente è invece la lezione di vita, solo tradizionalmente e noiosamente “macha”, di Scamarcio-Marco nella versione Marra/Angelo Carbone. Che non tirano fuori dalla sequenza né evocazioni storiche, né connotazioni emotive, né fulminanti motti di spirito. Incapaci di trasformare una scena scritta in una suggestione che apra il film ad altra sostanza, che buchi lo schermo. Ma si sa. Il cinema americano è a volte politico-poetico, quello italiano quasi sempre forzato ad essere neo-naturalistico, piatto, prosaico, “due camere e cucina” (se spunta una piscina è scandalo).
Marra utilizza questa scena burocraticamente, solo per far andare avanti la storia. Per dare immagini a un copione. Per indicarci che la “buonista” Martina (l'attrice cilena Daniela Ramirez) in realtà è la vera micidiale macchina della violenza. E Marco una ingenua e ignorante “anima bella” destinata al sacrificio. Martina utilizzerà proprio quell'elogio alla “difesa armata” del marito Marco per strappare legalmente il figlio al consorte (in realtà l'avvocato meridionale più inaffidabile della storia). Come se il dolore, certo provato da molti mariti che si sono visti strappare ingiustamente i figli dal magistrato (donna), fosse accecante, troppo grande per avere anche la voglia di divertirsi (e di vendicarsi) con il cinema. Un peccato mortale per chi fa cinema certo modo di essere autobiografici. E' vero che “colpire senza essere mai visti” era la specialità del mafioso di origini irlandesi James Whitey Bulger, icona perfetta del cinema d'azione. Mentre noi ci muoviamo in un angusto dibattito etico da cinema d'azione cattolica (se no niente finanziamenti?), sempre consolatorio. Se l'avvocato Scamarcio fosse stato coperto per una vita dai servizi segreti se lo sarebbe riportato a casa subito il suo figlioletto rapito in Cile...
Questa fragilità, debolezza, impotenza totale Marra e suoi due attori la sanno catturare con eleganza. E non solo. La rabbia, la voglia di spaccare tutto, di rapire, di corrompere, di legarsi alla mafia pur di vendicarsi, il corpo imploso di Scamarcio tutte queste bad vibrations sa nasconderle/esibirle come pochi. Finirà certamente in palestra a imparare jat kune do, dopo il The end. E nella “body art” Scamarcio rivaleggia bene con Depp, che ha più bisogno di lui di parrucche e protesi e lenti a contatto. Se il corpo complessivo del film fosse stato adeguato al corpo Scamarcio avremmo avuto davvero un film da mercato internazionale.