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giovedì 20 settembre 2018

Mostra di Venezia 75. Saverio Costanzo ed Elena Ferrante. Yervant e Angela

Mariuccia Ciotta


Il cinema festeggia nella sarabanda demonica di Suspiria la sua liberazione, narrazione ed estetica frantumate, mentre avanza il format tv, vero e simulato con film estenuanti dall'impianto seriale. Quindi spazio alla Mostra di Venezia per la “telenovela” più pregiata di tutte, tratta dal fenomeno editoriale firmato Elena Ferrante, L'amica geniale, serie Hbo-Rai, produzione Fandango-Wilside, dal 30 ottobre su Rai1.
Due le puntate presentate con le protagoniste bambine sui banchi di scuola anni '50, primo volume della quadrilogia sulla lunga storia d'amicizia di Elena, detta Lenù, e Lila, compagne delle elementari circondate dalla Napoli misera e rancorosa del dopoguerra. Una è bionda, timida, delicata, Elena (Elisa Del Genio), l'altra bruna, pelle scura, selvatica, Lila (Ludovica Nasti), due mini-attrici formidabili con la macchina da presa incollata addosso per i 50' di ogni episodio, voce-off di Alba Rohrwacher.
Saverio Costanzo, regista dalla sensibilità speciale (La solitudine dei numeri primi, Hungry Hearts) sceglie di sottrarre il più possibile alla prosa incalzante dell'autrice e crea un'atmosfera sospesa, un immobile campo d'azione dove i fatti violenti e concitati restano a margine. Fantasmi fluttuanti, le due bambine giocano in un cortile quadrato che assiste a pestaggi camorristi, risse tra donne gelose, accoltellamenti, ma sempre in sottofondo. Un rione di Napoli devitalizzato, costruito in studio, vuoto, grigio, un po' tela di De Chirico. Forse la regia di Costanzo è condizionata dalle esigenze televisive, dal set di 20mila metri quadrati, 14 edifici, una chiesa e un tunnel compresi, ma l'effetto è sorprendente, lontano dalla liturgia pop-folk del genere. La relazione tra le due amiche, che si dipanerà nelle 32 puntate previste, sembra rivolgersi non tanto alla saga sentimental-famigliare quanto verso il romanzo di formazione in stile De Amicis e del suo Cuore, versione Luigi Comencini, miniserie Rai del 1984. Lo stesso profumo d'inchiostro, i grembiuli e i fiocchi, la lavagna, il “cattivo”, la prima della classe, la maestra dalla penna rossa, la scoperta di sé... Avvincenti le prime due puntate di Lenù e Lila, ribelli a madri e padri snaturati, riflesse in Piccole donne, il romanzo che leggono e rileggono. Dopo, però, temibilmente, Piccole donne crescono... Battuta memorabile, “Voglio scrivere un libro per far soldi”.
***
Di segno opposto alla filosofia della serie, un'opera sul rigenerare le immagini mancanti, quella di Angela Ricci-Lucchi e Yervant Gianikian, che dedica Il diario di Angela – Noi due cineasti (fuori concorso) alla compagna scomparsa nel febbraio scorso, regista e pittrice, co-autrice di film found foutage come Su tutte le vette e pace e Dal Polo all'equatore.Yervant sfoglia il diario di Angela, fitto di parole ordinate, intrecciato a piccoli schizzi di cose viste, paesaggi, facce, insetti, e ricorda i viaggi alla ricerca di rari materiali d'archivio su e giù per il mondo. Dall'accogliente paese d'origine, l'Armenia, a una Russia sull'orlo della caduta (1989-1990), e quindi maldisposta verso i due cineasti, se non fosse per un simpatico gatto che fa saltar fuori preziose bobine. I tour negli Stati Uniti con i “Film profumati” fine ani '70, la Turchia e l'Iran con le sue donne-corvo, insaccate nelle vesti nere, viaggi spericolati e pericolosi a volte ma sempre pieni di scoperte. E anche di compagnie sorprendenti, Walter Chiari, fonte di “miracoli” linguistici. Angela dipinge, inventa, cucina piatti come quadri, raccoglie pomodori e racconta di quando Yervant andò a fuoco e rischiò di morire, salvato da un prato di salvia e da lei, l'amata, che nel suo diario lo disegnò ricoperto di garze, quasi una striscia a fumetti, allegra.
L'amica geniale e seriale
Regia: Saverio Costanzo
Il Diario di Angela
Regia: Yervant Ricci Lucchi

giovedì 1 giugno 2017

Cannes 70. L'uomo che visse due volte. Les fantômes d'Ismaël di Arnaud Desplechin

Roberto Silvestri (*) 

Tra una proiezione l'altra passano 80 minuti, non più 45. E sono arrivati i metal detector. Gli ingressi ai Grand Hotel sono sbarrati. L'allerta è d'obbligo. E le file per entrare in sala si allungano...
Ma Monica Bellucci, per l'ottava volta sulla Croisette, e per la seconda volta, dopo il 2003, madrina del festival, nel suo discorso non fa allusioni politiche dirette o polemiche, come successe l'anno scorso (il cinema sa parlare di politica soprattutto con linguaggi non verbali, dice), ma sottolinea la presenza di ben 12 cineaste nella selezione ufficiale. Alla Quinzaine il gap è ancora più ridotto, 14 a 7: anche nella sezione sessantottina siamo però ben al di sotto delle ambizioni immense di Macron.  fifty fifty. Per motivi di sicurezza si accorceranno anche i film (ma 5 in competizione superano le due ore)?
Matthieu Amalric 
Membro della terza generazione nouvellevaguiste degli anni 90, dopo Godard/Truffaut e Garrell/Doillon, l'ormai veterano francese Arnaud Desplechin, con taglio d'autore, ha ridotto a 114', in una versione che definisce sarcasticamente “francese” per non dire più commerciale, Les fantômes d'Ismaël, il suo 11° lungometraggio, visionario e spettrale (come esplicita il titolo), nervoso e frenetico nella recitazione e a incastro complicato e frammentato. È di Roubaix, Desplechin, e i suoi film si muovono sempre pericolosamente sul pavé.
Cotillard, Desplechin e Gainbourgh
In epoca di competizione con Netflix, poi, il cinema d'autore risponde con immagini pluristratificate e polivalenti: dramma intimo su autoritratto autobiografico su puzzle spionistico su critofilm che rifletta di teoria, spazi e forme cinematografiche. In più si alza il quoziente emozionale di ciascun frammento, collegando esplicitamente Bibbia, Shakespeare, Kim Novak (La donna che visse due volte), Picasso&Pollock, spazio fiammingo e prospettiva rinascimentale e soprattutto Freud, la cui “interpretazione degli incubi è inguaribilmente punitiva”. I pilastri della cultura occidentale (Corano compreso). Cementa il tutto la partitura hitchcockiana di Gregoire Hetzel.
Alla vigilia delle riprese del suo nuovo thriller spionistico centrato sulla misteriosa sparizione di un diplomatico del Quay d'Orsay di nome Paul Dedalus, la vita di un cineasta, Ismaël, è sconvolta dalla riapparizione della moglie Carlotta, svanita nel nulla venti anni prima, e ormai data per morta. È la figlia – d'incontenibile vitalità, volatilizzatasi in India, e che riappare sulla spiaggia atlantica – di un cineasta ebreo, Bloom (ancora Joyce?), terrorizzato dai fantasmi dell'olocausto e dalla vecchiaia (Providence?) che, insonne come Ismaël, viene perseguitato da insostenibili incubi.


Scelto fuori concorso per l'inaugurazione, come atto dovuto, dopo la bocciatura nel 2015 dal concorso principale di Trois souvenirs de ma jeunesse (poi César), il film, definito dai Cahiers du cinema uno “strano feuilleton intimo”, è uscito oggi nelle sale francesi anche in versione “director's cut” lunga 130 minuti che, secondo i colleghi francesi è più comprensibile perché l'episodio tragicomico e straziante di Tel Aviv, qui sforbiciato, metterebbe meglio a fuoco la complicata architettura di un'opera basata sulle relazioni sottili e sub-cutanee tra personaggi indocili a ogni prospettiva conosciuta: il regista alccolizzato Ismaël – Mathieu Amalric, mai così nevrotico e fracassone – in totale crisi creativa (Otto e mezzo?); Ivan (Louis Garrel, senza capelli), diplomatico francese per caso e stralunato doppiogiochista involontario, protagonista dell'intrigo spionistico tagiko che Ismael a fatica cerca di “chiudere”; Carlotta, la donna della sua vita (Marion Cotillard, di carnosa spettralità) assieme all'astrofisica Sylvie (Charlotte Gainsbourg, di intellettuale sensualità), l'attuale donna della sua vita e all'attrice-amante Arielle (Alba Rohrwacher, di giocosa scapigliata ambiguità), la donna di ogni suo set. Nel tentativo di trasformare il film e l'uomo in un oggetto o addirittura in un soggetto vivente. 

Louis Garrel 

(*) Pubblicato il   su Alfabeta 2 



mercoledì 9 settembre 2015

Sangue del mio sangue, e del cinema. Marco Bellocchio in Mostra


Mariuccia Ciotta

Venezia

Sangue del mio sangue (concorso), la “trasfusione” in due tempi di Marco Bellocchio fa toccare punte alte alla Mostra, sguardo rivolto indietro per guardare avanti, cinema a cui basta un tocco, polifonia leggera e stupore in agguato.

Sul set di Bobbio (dove tiene corsi di cinema, e dove ha esordito con I pugni in tasca, '65), Bellocchio ha riunito la famiglia, i figli Pier Giorgio ed Elena, il fratello Alberto e Francesca Calvelli, montatrice e compagna. Non solo legami di sangue, però.

E' il suo cinema che si convoca a Bobbio, complici gli allievi della scuola all'opera intorno al film. Il gioco di incastri provoca disorientamento, un raccordo eccentrico lega due tempi girati e ambientati in epoche diverse con in scena gli stessi fantasmi, Federico (Pier Giorgio Bellocchio) e il suo doppio, il gemello prete sedotto da suor Benedetta (Lidiya Liberman), enigmatica e allusiva, che nel Seicento dell'Inquisizione vuol dire schiava di Satana.

Il processo evoca quello a Giovanna d'Arco (e Dreyer) ma suor Benedetta non è un'eretica, è una maga d'amore e si diverte a stuzzicare i suoi inquisitori, a incantare anche il fratello del morto suicida, confortato nel suo strazio morale da una sommessa, erotica Alba Rohrwacher a lume di candela (in magnifico tandem con Federica Fracassi). Lungo un fiume livido e sassoso, la suora incriminata sembra un prolungamento della natura, un chiarore sull'acqua, una presenza di liberazione, e Bellocchio in un movimento circolare e segreto ci riporta a Buongiorno, Notte con la liberazione sognata di Aldo Moro che “vince” sulla luttuosa lotta Br, e va nella luce. Suor Benedetta ci mette pure un carico sessuale nel rompere le catene e la gabbia di mattoni in cui è stata murata per anni, corpo flagrante e riconsegnato integro al tempo.

Salto nella modernità ed ecco Federico redivivo nella parte di un ispettore ministeriale fasullo con al seguito un riccone russo, intenzionato a comprare le carceri in disuso di Bobbio (l'ex convento di suor Benedetta). Ma nei meandri umidi dell'edificio, in fondo a cunicoli degni di Dracula, vive nascosto il Conte (Roberto Herlitzka, già interprete di Moro), al pari di un capo bastone rifugiato nel covo. E' il democristiano doc, padrone del paese, apparizione notturna e vertiginosa, alla quale si inchinano i notabili del posto, i truffatori dello stato, evasori e corrotti. Allucinazioni con brio, Bellocchio compone il suo teatro dell'assurdo, tra il dècor mentale del passato remoto e il bagliore degli smartphone, strumento del diavolo di oggi.

Sangue del mio sangue entra ed esce dall'inquadratura, si muove leggero anche al seguito di un sincopato Filippo Timi, il corpo che si divincola dai luoghi comuni del cinema (come l'incompreso Corrado Guzzanti di Guadagnino), pesante attrezzo per molti giovani registi di ogni latitudine, e guizza euforico nel paradosso e nel tragico.




Ps. A proposito del Conte. Di speculazione edilizia nella zona del piacentino, di vendita e compravendita di immobili, di piani regolatori irregolarmente imposti, di patrimonio artistico sciaguratamente gestito e di mafia dei palazzinari. Chiarisce meglio il significato del film quel che successe alla famiglia Bellocchio e a una rivista prestigiosa degli anni sessanta, i Quaderni Piacentini, diretta dal fratello del regista e punto di riferimento dei maggiori intellettuali della sinistra critica dell'epoca. Dissidi nel piano regolatore dei primi anni Sessanta tra socialisti piacentini e aree più oscurantiste e “maccartiste” della Dc locale, provocò, tra le altre conseguenze, la denuncia, il processo e la macchina del fango ai danni di un collaboratore della rivista, Aldo Braibanti. Quel processo, per il reato di plagio (un reato poi cancellato dal nostro codice), colpì un'intellettuale, espulso dal Pci per omosessualità e mise in stato d'accusa chi lo difese (tra questi Alberto Grifi, poi incarcerato). Fu la prova generale del caso Valpreda. Come si costruisce in epoca moderna la strega, il mostro.




domenica 6 settembre 2015

Viva la sposa. I "goodfellas" di Ascanio Celestini


Mariuccia Ciotta

Venezia


Cronache dal Lido. Due giovani festivalieri si incontrano al Lyon Bar, “Che hai visto?”. “Un film noiosissimo”. In realtà il Lyon Bar non esiste più, ora si chiana “Leone d'oro”, e neanche la critica esiste più, visto che scrive quel che si dice al bar.

Non è una novità, ma turba ancora il “passa parola” su certi film. Alcuni sono elogiati all'unanimità, guai chi li tocca (Sokurov?) e su altri c'è licenza di uccidere (Messina?). Insomma, come si è già visto a Cannes, i festival soffrono per l'emarginazione dei critici a favore di major, sponsor, pubblicitari, etc. E' il momento di rivalutare i “coloristi” che almeno amano attori e registi.

Viva la sposa di Ascanio Celestini (Giornate degli autori) è come l'applauso di Monaco ai profughi siriani. Suona l'inno alla gioia per gli “indesiderabili”, quelli che non piacciono neppure ai “cattivisti” anche se rubano, imbrogliano, si drogano proprio come i potenti. La geografia dei piccoli e poveri del Quadraro, quartiere a sud di Roma, che resta nella storia del cinema mondiale perché proprio lì si doveva girare nel 1914 il primo Ben Hur, si dispiega nella immagine/parola di Celestini e genera una serie di mini-storie che si incrociano, ubriache alla pari di Nicola (il regista), che se ne sta seduto a bere, ma solo “analcolici”, e immagina il mondo al contrario dove per trovare un cuore pulsante bisogna salire all'inferno.

Questo film è dedicato a quelli che non dovranno buttarsi mai sotto una macchina, a rischio di rimanerci secchi, per farsi dare una mancia dall'investitore. Ed è popolato da quelli che stanno in basso, “nei locali col pranzo a prezzo fisso al capolinea del Metro, tra i muratori che mangiano il pollo e le patate con il quartino di vino al baretto sulla Tuscolana”, mentre l'alto è “la grande narrazione che passa attraverso l'informazione, la rete, la tv”. Eppure i “poveri cristi” di Celestini operano un detournement linguistico e visionario e sono capaci di animare i luoghi, già pasoliniani, con la vitalità che manca ai formalisti italiani, quelli che pettinano l'immagine.

La periferia piena di erbacce, la prostituta Anna (Veronica Cruciani) accovacciata su una pila di casse, sotto lo sguardo arcigno di un cane nero e del magnaccia. Pistole, cadaveri. Un ragazzino

overzize Salvatore (Francesco De Miranda), il truffatore di assicurazioni Sabatino che provoca incidenti come se fosse uno stuntman, il furgone di Nicola ridipinto di rosso per non farsi scoprire. E l'”Abruzzese” (Pietro Faiella, attore e regista teatrale di estremistica sobrietà), il carrozziere che nasconde i ricercati, e Sasà che finisce male, molto male in questura... Insomma, un noir “dove credi che la città finisca, e dove invece ricomincia nemica...”, e dove la genesi del male diventa epica e gloriosa.

I protagonisti di Celestini non hanno la potenza di fuoco di Black Mass, ambientato nel Quadraro di Boston, ma sono gli unici, veri “goodfellas”, i bravi ragazzi eredi del “nido di vespe”, chiamato così dai nazi-fascisti che nel '44 deportarono molti abitanti, resistenti e soprattutto comunisti. Era nato bello il Quadraro, un progetto di casette a due piani e verde intorno, prima della desertificazione e dell'annientamento. Ma, non è un lamento quello di Viva la sposa, perché nelle sue strade aleggia la conturbante Sofia (Alba Rohrwacher), il nome tutto un programma, il padre pensava a Loren e a De Sica, e il suo doppio, una bella americana vestita da sposa, un po' felliniana, che passa e ripassa come un sogno ricorrente e illumina la borgata, la fa ribollire di desideri. A due passi, non a caso, sorge il cantiere dove si affollano i magnifici fantasmi del cantastorie Ascanio Celestini. Cinecittà.

mercoledì 4 dicembre 2013

Questa sera su Raitre alle 23.20. "Con il fiato sospeso", l'eco-horror di Costanza Quatriglio










Anna Balestrieri in "Con il fiato sospeso"


La ricerca in Italia non solo non è aiutata, ma è addirittura condannata a morte. Dopo la prima alla "Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia" (fuori concorso) "Con il fiato sospeso" il mediometraggio di Costanza Quatriglio, con Alba Rorhwacher, sarà trasmesso su Rai Tre questa sera, martedì 7 gennaio, alle 23.20. E' vero, l'orario è incongruo. Sono ancora intossicati dall'Auditel i programmisti Rai. Ma si vogliono disintossicare. Perché il film proprio di inquinamento e crimini ambientali, chimici e farmaceutici tratta.


Nel dicembre 2008 la magistratura ordinò la chiusura dei laboratori di chimica alla facoltà di farmacia dell'università di Catania, dopo il ritrovamento del memoriale del dottorando Emanuele Patané, morto di tumore al polmone nel 2003. Nel diario il ventinovenne denunciava, tra l'altro, le condizioni insalubri dei locali, non idonei alla ricerca scientifica.


Un processo tuttora in atto vede imputati i vertici della facoltà per inquinamento e discarica non autorizzata. Vincitore del premio "Gillo Pontecorvo - Arcobaleno Latino", il film è il frutto di una lunga documentazione che mette in luce l'obsolescenza di strutture preposte alla ricerca oltre all'amara constatazione della ricattabilità in cui spesso vivono gli studenti universitari.











Mariuccia Ciotta

Scie verdastre fuori fuoco, geroglifico di filamenti, liquame cangiante che invade lo schermo, Con il fiato sospeso entra nella “bolla” infetta di un film di fantascienza, quel genere sui mostri cresciuti nei fiumi inquinati dall'industria farmaceutica. Ma i 35' di Costanza Quatriglio (L'isola, il mondo addosso, Terramatta) non parlano dei piranha mutanti di Joe Dante né degli esperimenti del Dottor Moreau, lo schermo si corrode nell'acido di immagini uscite dalla realtà, la storia di Emanuele Patanè, giovane dottorando alla facoltà di farmacia, università di Catania, morto di cancro ai polmoni nel 2003, contaminato dai vapori tossici del laboratorio. 
 
Quatriglio vede attraverso il vetrino del microscopio, filtra i fotogrammi negli alambicchi e nelle fiale - effetto acquario con i volti distorti degli studenti - e punta l'obiettivo sul primissimo piano di Alba Rohrwacher, quasi una sensitiva in collegamento con l'aldilà. I suoi occhi ci guardano oltre la cortina dell'obiettivo e producono la vertigine del cinema preso in flagranza di realtà. 
 
Alba Rohrwacher
 
La regista, che viene dal corto e dal documentario, maneggia bene i fuori-formato e fa entrare in collisione materiali eterogenei, schegge di concerti, flash di esterni vuoti e malinconici, vere fotografie di Emanuele in ospedale, intubato, ripreso dal padre che non può credere alla fine. 
 
Rohrwacher nella parte di Stella, studentessa aspirante farmacista, è stupefacente nel racconto spezzato di una living dead, sopravvissuta alle esalazioni venefiche del laboratorio di chimica, testimone e interprete delle memorie di Emanuele che scrisse un diario sulla sua malattia.
Incursioni di qua e di là del confine tra documentario e narrazione, Con il fiato sospeso è un poemetto accompagnato dalle note punk-romantic-blues dei Black eye dog suonate e cantate da Anna (Balestrieri), amica di Stella (abitano insieme), esponente del Mundo Civilizado di Luca Guadagnino, docu-film sulla scena musicale di Catania. La musica piena di suspense di Paolo Buonvino fa da doppia pista sonora. 
Costanza Quatriglio e Alba Rohrwacher
 
Stella si addormenta con la faccia e la gola in fiamme dopo una giornata in laboratorio e ascolta Stella dal ciuffo color granoturco esercitarsi con la sua band. Due strade divergenti, lei crede nell'università, nei professori che garantiscono la non nocività dei fumi alchemici, l'altra invece è fuggita dalle istituzioni e ha scelto i suoni indie.
La voce off di Michele Riondino corre parallela alla “confessione” di Stella, ai suoi flash visivi di gorghi liquidi versati nel lavandino senza precauzione, e che arriveranno ad avvelenare le falde acquifere. 

Anna Balestrieri
Nel 2008 sono stati posti i sigilli al laboratorio di Catania e i vertici della facoltà messi sotto processo (ancora in corso) per discarica abusiva e inquinamento ambientale. Il memoriale di Emanuele ha fatto da detonatore, e a lui il film è dedicato, ma non solo, altri studenti sono morti, contagiati da amianto, mercurio, zinco mentre sognavano di contribuire alla ricerca medica.
Tutto scritto nei lineamenti di Alba Rohrwacher, Con il fiato sospeso, applaudito alla Mostra di Venezia, si espande in un mondo onirico, trasparenze ultraterrene, dove lo spettro di Dickens indica i colpevoli, e le vie di fuga.

Il film è stato proiettato al cinema Ambra della Garbatella di Roma il 4 dicembre nel corso di Arcipelago del cinema italiano, fuori concorso, alla presenza della regista. 
"Con il fiato sospeso" alla Mostra del cinema di Venezia 2013
 

giovedì 29 agosto 2013

"L'inferno di Dante". Apre il concorso di Venezia 70 "Via Castellana Bandiera" esordio della scrittrice e drammaturga Emma Dante

Roberto Silvestri

Via Castellana Bandiera di Emma Dante, con Elena Cotta, Emma Dante, Alba Rohrwacher. Italia 2013. In competizione
 

E' proprio "L'inferno di Dante", commenta alla fine del film, mentre il pubblico applaude, il decano francese della critica Positif Michel Ciment, azzardando in italiano un gioco di parole su Alighieri e Emma Dante, aggiornato nell'epoca dell'Imu sulla prima casa. Battuta niente affatto  gratuita, visto che attraversiamo e ammiriamo, nella prima parte del film due spazi urbanistici antitetici. La morsa barocca della Palermo multistratificata di Villa Igieia, del cimitero dei Rotoli, e della chiesetta di San Ciro a Mare Dolce (i luoghi che la scrittrice e drammaturga Emma Dante non ha mai voluto abbandonare). E, contemporanemente, la Palermo della morsa mafiosa, William Friedkin la chiamerebbe : "Il braccio violento della Legge", compresa l'autostrada dall'aeroporto dove hanno fatto saltare in aria, vantandosene, "quella fogna di Falcone" e delle speculazioni selvagge e indolore. Le due Palermo che si affrontano ogni giorno, una contro l'altra. Non tutti i migliori siciliani sono dunque emigrati... Letizia Battaglia, Emma Dante, Ciprì e Maresco, Battiato (anche se mal provocato) restano. E una delle due Palermo sembra stia morendo, magari risucchiata da organizzazioni criminali più moderne ed efficaci nell'interpretare la globalizzazione di epoca Versace, Gucci, Pucci....
L'Inferno di Dante, dunque. E non è questione di simboli e metafore. Come la Mercedes di Ciprì. Sono fatti. Piccole cose insignificanti dai grandi significati. E' il cinema, no?
E in quale il Girone stiamo? In un 'burb' di Palermo, una favela immaginaria-reale sotto il monte Pellegrino, dietro l'Ucciardone, in una 'Via Castella Bandiera' (che esiste davvero, ma che la scenografa Emita Frigato ha impercettibilmente delocalizzato e via via deformato) rampicante e brulicante di 'brutti, sporchi e cattivi' cui è sottratta anche la benedizione populista, e dove non passa che una macchina sola: e che l'altra, 'jus soli' coniugata alla reazionaria, faccia retromarcia. Impossibile uscire dal girone. Troppa la povertà (soprattutto di immaginazione).
Quale è la temperatura? Afosa, superumida, infernale...una domenica di scirocco che se non ti butti in acqua muori o impazzisci. 
Quale è il peccato? Le 'corna dure'. L'ostinazione. La tradizione. Il fondamentalismo delle radici e della subcultura della proprietà privata.
Elena Cotta
Quale l'eresia? E' un inferno per sole donne. Un dramma di donne, che finirà con una sfida all'ultimo colpo di clacson, all'ultimo sangue, all'O.K.Corrall - in stile Sergio Leone o Allan Dwan - con tanto di scommesse, quote e bookmaker all'inglese, del vicinato. 
I duellanti? L'anziana Samira (Elena Cotta, che ha i capelli come Casaleggio) e la più giovane Rosa (Emma Dante, dalle espressioni che non hanno mai un inizio un centro e una fine), indocili a ogni sopraffazione, a costo di morire. 
Emma Dante (a sinistra) e Alba Rohrwacher
Dice Samira. Qui è casa mia, non mi sposto neanche morta. Replica Rosa: qui era casa mia molto prima che tu arrivassi, non mi sposto di certo. Come se recitassero, incorporandole, parti altrui, la tragedia dell'identità, del più 'macho' del 'macho', dell'italiano vero contro l'italieno, il forestiero, lo straniero. Come animali le due donne delimitano il proprio territorio inviolabile, a tracce di pipì. Come supereroi resistono al sonno, alla sete, alla fame. Due 'siciliane', oltretutto, in stato di allarme. L'inferno è nel mondo, non abita solo qui.  
Palermitana, solo di adozione, è infatti la prima, che viene da Piana degli Albanesi, la 'Stalingrado della Sicilia', dove è imperituro il culto di Enver Hoxha, ed è impazzita per la morte prematura della figlia che onora ogni domenica al cimitero; e ormai è una forestiera anche la seconda, che si è trasferita in continente da anni, ma che bambina, alle pendici del Monte Pellegrino, prima che venissero così maldestramente edificato e 'imbrattato', aveva proprio lì, in quella via Castellana Bandiera, il suo rifugio segreto, e come vicino di casa il 'genius loci'. 

Simmetrici i destini.  Samira accompagna controvoglia tutta la famiglia a casa, dopo una defatigante giornata al mare che ha drogato tutti di jodio puro. I bambini e le bambine, sovreccitate, si fanno anche di birra. Rosa accompagna al matrimonio di un amico, litigando continuamente, fino all'esasperazione e alla virtuale rottura, forse per gelosia, l'amante Clara (Alba Rohrwacher mai come questa volta partigiana della sua parte, metà nera metà bionda, metà estroversa metà oscura), dal tatuaggio conturbante che pare disegnato da Brus, e che fa una baronessa dimezzata, di mestiere illustratrice, una fumettara che non la smette di fare schizzi a matita dei suoi piedi e della sua donna, che "ha bellissime gambe, un bel culo ma soprattutto dei magnifici seni".  Un personaggio lontanamente autobiografico, Rosa, che Emma Dante ha tratteggiato e poi ap
Emma Dante e Alba Rohrwacher (destra)
profondito in un romanzo omonimo del 2008.

Le due testarde, indocili al buon senso e alla gentilezza, si fronteggeranno con le loro automobili (Panda contro Multipla) in quel vicoletto-budello in salita (o in discesa), provocando spintoni, parole grosse, risse, smottamenti, ferimenti, prima di restare, nel buio della notte, sole, ferme e 'mobili' come erano le donne delle antiche canzonette. Padrone del sistema simbolico. O solo 'gestanti' di un sistema simbolico sempre patriarcale? 
 
Emma Dante e Elena Cotta (a destra)

Ovvio che il film cresce, la suspense è innestata, si va verso un baratro cruento, nonostante i tanti freni a mano attivati per uscire dal format film d'arte/telefilm: lo stratagemma del coro (le vicine, il 'camorrista', i Calafiore capitanati da un grandissimo Renato Malfatti, l'intero quartiere che sfila sui titoli di coda...) serve a separare il sonoro dal visuale, e a spostarci più sul piano tattile, gustativo o olfattivo. Tanto più che il duello è muto. Che Samira è pressoché senza battute e Rosa si irrigidisce nel silenzio più tattico. Finalmente, come sognava Artaud, un cinema parlato che è densità sonora anarchica oscura e inespressa e non un sistema mercantile congegnato per uccidere con la parola l'immagine e viceversa. Qui ci si scontra con la morte. Non c'è nessuna trattativa, nessun patteggiamento, nessun accordo clandestino sottobanco stato-mafia.