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domenica 7 giugno 2015

Wolf Creek 2. L'horror preferito da Tarantino. Esce finalmente nelle sale italiane due anni dopo la Mostra di Venezia

Roberto Silvestri

L'Outback australiano. Terra rossa, desolazione, al di là di ogni mappa turistica per bene. Crateri giganteschi formati da meteoriti, pesantemente atterrate, di 50 mila tonnellate... Forse solo i cammelli di miss Robyn Davidson lo solcherebbero con non chalance. 

Il cratere del parco nazionale Wolf Creek
E un sadico solitario, psicopatico serial killer, che di mestiere caccia i maiali. Ma 'di ogni tipo'. Come: due poliziotti 'aussie' che abusano del loro potere; Katarina e Paul, una coppia di giovani turisti tedeschi drastici anche agli antipodi, autostoppisti alla ricerca kantiana del sublime paesaggistico che trovano solo dove nessun altro va, e si accampano dentro il cratere di Wolf Creek e si accoppiano in terra 'sacra'; anziani coniugi locali gentili e altruisti con gli estranei, dunque 'traditori'; un giovane surfista inglese, anzi un 'bastardo inglese' a zonzo (dove non dovrebbe) a salvare ragazze (e non dovrebbe), nel paese dei canguri e di Hanging Rock...e decine di altri alieni, stranieri, turisti che deturpano la purezza della sacra terra di Australia.

Sono queste alcune vittime di una nuova entità maligna dello schermo che, come il mostro di Dusseldorff, la creatura di Frankenstein, Dracula, il serial killer di Elm Street e di Halloween, ma molto più patriottico, e storicamente informato, di tutti loro: Mick Taylor (John Jarratt). Un mostro come Calderoli ha sempre sognato di essere ma che, a differenza del razzista verdastro, viene dal sud, purifica il nord bastardo  e ha le carte in regola per diventare un beniamino delle nostre notti più dark e 'dinamiche'. 

Sperando di replicare il successo del primo episodio del 2005 (che prende spunto dall'assassinio misterioso del turista inglese Peter Falconio), il più alto incasso in Australia per un film vietato ai minori di 18 anni (dopo la prima a Cannes), e la zuffa critica che ne è derivata, Mick Taylor è stato invitato anche a Venezia dove i sequel sui sub-eroi o sui super eroi capitano di rado (ma ricordo un Mad Max III, a proposito di Australia). 

Alto, gigantesco come una montagna di giocatore di football o di rugby aussie, beve birra Forster e molto di peggio, ha un ghigno, riconoscibile tra mille, che dà i brividi, senso dell'umorismo grossolano ma sciovinismo da guinness dei primati (sciovinismo non banale: ci sono canzoni patriotti che proprio detesta). Utilizza pick up e camion giganti e teppisti, per cacciare, come in Duel, seghe a motori sbriciolanti come in Quel motel vicino alla palude e Non aprite quella porta, sotterranei degni della fantasia sottovalutata di Pete Walker.  La quantità di vittime imprigionate nelle segrete infernali della sua casa non supera certe quello dei sequestrati e annichiliti nei fortini inglesi che tennero in pugno l'Oceania per quasi due secoli. La regina d'Inghilterra, ricordiamolo, può cacciare un premier australiano quando vuole e se lo vuole....

Mick viene dal sud, ma il suo terreno di caccia è nel nord, come abbiamo detto. Perché lì il vero autentico nativo vive. E lui finge di esserlo. Puro, incontaminato, australiano al cento per cento. Come un aborigeno bianco. 

Mick Taylor (John Jarratt)
La postmodernità entra così in biblioteca e inizia a indignarsi, a 'far politica', balbettando. Dilettantisticamente, magari. Insomma siamo in una sorta di horror 'grillino'. Fuori concorso alla mostra di Venezia due anni fa, esce finalmente nelle sale italiane approfittando di qualche primo varco estivo l'horror di Greg McLean, australiano, seconda parte della sua bella saga horror-splatter, ma rosselliniana e patriottica, Wolf Creek, scritto questa volta con Aaron Sterns. Se Emma Dante l'orrore lo tiene tra le righe del film, perché anche nello stile e nella poesia in Italia è bene mostrarsi ermetici, suggerire, alludere, essere calligrafici (non tutti sanno essere Freda e Bava, Argento e Soavi nel paese dei trasformismi), McLean come ogni australiano verace e ruspante non è, invece, affatto omertoso, e lo tira fuori tutto (sanguinolento) e subito, l'orrore.  Essendo anche un pittore paesaggista sa come innestare una storia agli esterni giusti e luci non banali all'azione. E come incastrare il suspense all'immaginario collettivo. La sua è un'indagine che smuove il rimosso del pubblico degli antipodi sulla natura dell'identità nazionale australiana. In lui il conflitto tra passato coloniale, rancori storici e cicatrici culturali trova una risposta. Ma non quella 'bastarda' e sanculotta che piace a noi, quella che avrebbero dato i galeotti che Sua Maestà cominciò a spedire laggiù alla fine del 1700, affinché non si replicasse la rivoluzione francese, come scopriamo nella scena più bella del film, quella del quiz sulla storia aussie: "se mi dai 5 risposte giuste su dieci, piccolo stupido bastardo inglese, ti libero". Le risposte che esige Mick sono, ironia della sorte, da ufficiale inglese di Sua Maestà, sconvolto all'inizio del XIX secolo da quell'innesto impuro, dalla 'specie introdotta' che avrebbe imbastardito il Paese Nuovo. Sono risposte da afrikaneer razzista. Da nazista antisemita. Da grillino disinformato. Disgustosamente utili per capire il problema primario di un paese che non riesce a riconoscersi ancora in Rocky Horror Picture Show,  nella fusion etnica e sessuale (fusion che continua con i nuovi immigrati smistati da Fmi e Banca Mondiale e metodi apartheid per 'combatterla' che ogni governo conservatore ripropone, come fosse un Mick Taylor qualunque.  

John Jarratt (a sinistra) e il regista Greg McLean
Nella prima immagine del film il coltellone di Crocodile Dundee, il sinistro sistema di ganci da macelleria e scuoiamento e il fucilone nel sedile di dietro del pick up, sono in primissimo piano. Nell'ultimo sembra di entrare in un antro di anime dell'inferno degno di Mojica Marins. O in un sotterraneo del marchese De Sade, aperto ormai al godimento non solo di vescovi, conti, generali e gerarchi nazisti, ma proprietà di allevatori, contadini, cacciatori di maiali dei giorni nostri. Il sadismo seriale è a portata di mano. Basta non pagare l'Imu.

Un promemoria per il pubblico, quella scena iniziale, e una inaspettata scossa di brividi, in quella finale, che lascerà traccia per sempre nell'immaginario del pubblico mainstream e di adepti ai lavori.

E i due film, quello di Dante e di McLean, sempre dell'incontro/confronto/scontro a morte tra residenti e alieni, tra stranieri e concittadini, tra turisti e residenti, tra io e gli altri parla. Una goduria per il leghista e per l'anti leghista, per il nazionalista e per il nazionalitario, a seconda dei rispettivi automatismi identificatori. Credo che anche l'internazionalista possa apprezzare questo affresco gore, 'insostenibile' per tutti coloro che non sopportano la vista degli squarciamenti, degli sventramenti e della più lenta tortura (con sega elettrica e simili, un dito salta ogni risposta errata) ma si fidano della loro patria quando essa si rifiuta di legiferare per abrogare ogni forma di violenza da Sadik sui proprii prigionieri. Ebbene qui è il trionfo dell'effettista speciale, della macchina cinema che ha il sopravvento. A differenza di Peter Jacskon (ampiamente deriso nella scena della caccia notturna) è bene che il regista ceda a altri lo scettro del comando di tanto in tanto. Sia il make-uppista, il direttore della fotografia che si lancia in effettistica alla National Geographic perché il film è anche della Film Commission locale, e poi lo spettatore, lo storico, il rivoluzionario... McLean permette sempre di farlo. Intanto. Bisognerà prima o poi fermare Mick Taylor. Dice una scritta all'inizio che ogni anno in Australia spariscono 90 mila persona e che solo la metà viene ritrovato. Io non credo che siano solo gli stregoni della Tanzania o le gang di Ciudad de Juarez che hanno bisogno di carne albina. Qui c'è materiale per il giro grosso dei trapianti di organi. Altro che serial killer. Anche in questo episodio non ci riusciamo a fermare la carneficina. Anzi siamo ancora tutti 'perdenti'. Le risposte alle 10 domande vanno date. Tutte giuste, devono essere. E perfette, anche nel modo di darle. Solo così Mick Taylor svanirà per sempre dalla faccia della terra.

Credo che Quentin Tarantino consideri Greg McLean il migliore cineasta horror del momento perché è un regista che sta ricalibrando il purificante delirio posmoderno con la Storia e le sue straordinarie possibilità narrative. Dare sfondo e senso all'insignificanza ludica cinematografica per raddoppiare il godimento dello spettatore è un procedimento che abbiamo visto all'opera quest'anno nel Lincoln, in Django e negli ultimi tempi dalle operazioni di Jonze e Gondry.   

giovedì 29 agosto 2013

"L'inferno di Dante". Apre il concorso di Venezia 70 "Via Castellana Bandiera" esordio della scrittrice e drammaturga Emma Dante

Roberto Silvestri

Via Castellana Bandiera di Emma Dante, con Elena Cotta, Emma Dante, Alba Rohrwacher. Italia 2013. In competizione
 

E' proprio "L'inferno di Dante", commenta alla fine del film, mentre il pubblico applaude, il decano francese della critica Positif Michel Ciment, azzardando in italiano un gioco di parole su Alighieri e Emma Dante, aggiornato nell'epoca dell'Imu sulla prima casa. Battuta niente affatto  gratuita, visto che attraversiamo e ammiriamo, nella prima parte del film due spazi urbanistici antitetici. La morsa barocca della Palermo multistratificata di Villa Igieia, del cimitero dei Rotoli, e della chiesetta di San Ciro a Mare Dolce (i luoghi che la scrittrice e drammaturga Emma Dante non ha mai voluto abbandonare). E, contemporanemente, la Palermo della morsa mafiosa, William Friedkin la chiamerebbe : "Il braccio violento della Legge", compresa l'autostrada dall'aeroporto dove hanno fatto saltare in aria, vantandosene, "quella fogna di Falcone" e delle speculazioni selvagge e indolore. Le due Palermo che si affrontano ogni giorno, una contro l'altra. Non tutti i migliori siciliani sono dunque emigrati... Letizia Battaglia, Emma Dante, Ciprì e Maresco, Battiato (anche se mal provocato) restano. E una delle due Palermo sembra stia morendo, magari risucchiata da organizzazioni criminali più moderne ed efficaci nell'interpretare la globalizzazione di epoca Versace, Gucci, Pucci....
L'Inferno di Dante, dunque. E non è questione di simboli e metafore. Come la Mercedes di Ciprì. Sono fatti. Piccole cose insignificanti dai grandi significati. E' il cinema, no?
E in quale il Girone stiamo? In un 'burb' di Palermo, una favela immaginaria-reale sotto il monte Pellegrino, dietro l'Ucciardone, in una 'Via Castella Bandiera' (che esiste davvero, ma che la scenografa Emita Frigato ha impercettibilmente delocalizzato e via via deformato) rampicante e brulicante di 'brutti, sporchi e cattivi' cui è sottratta anche la benedizione populista, e dove non passa che una macchina sola: e che l'altra, 'jus soli' coniugata alla reazionaria, faccia retromarcia. Impossibile uscire dal girone. Troppa la povertà (soprattutto di immaginazione).
Quale è la temperatura? Afosa, superumida, infernale...una domenica di scirocco che se non ti butti in acqua muori o impazzisci. 
Quale è il peccato? Le 'corna dure'. L'ostinazione. La tradizione. Il fondamentalismo delle radici e della subcultura della proprietà privata.
Elena Cotta
Quale l'eresia? E' un inferno per sole donne. Un dramma di donne, che finirà con una sfida all'ultimo colpo di clacson, all'ultimo sangue, all'O.K.Corrall - in stile Sergio Leone o Allan Dwan - con tanto di scommesse, quote e bookmaker all'inglese, del vicinato. 
I duellanti? L'anziana Samira (Elena Cotta, che ha i capelli come Casaleggio) e la più giovane Rosa (Emma Dante, dalle espressioni che non hanno mai un inizio un centro e una fine), indocili a ogni sopraffazione, a costo di morire. 
Emma Dante (a sinistra) e Alba Rohrwacher
Dice Samira. Qui è casa mia, non mi sposto neanche morta. Replica Rosa: qui era casa mia molto prima che tu arrivassi, non mi sposto di certo. Come se recitassero, incorporandole, parti altrui, la tragedia dell'identità, del più 'macho' del 'macho', dell'italiano vero contro l'italieno, il forestiero, lo straniero. Come animali le due donne delimitano il proprio territorio inviolabile, a tracce di pipì. Come supereroi resistono al sonno, alla sete, alla fame. Due 'siciliane', oltretutto, in stato di allarme. L'inferno è nel mondo, non abita solo qui.  
Palermitana, solo di adozione, è infatti la prima, che viene da Piana degli Albanesi, la 'Stalingrado della Sicilia', dove è imperituro il culto di Enver Hoxha, ed è impazzita per la morte prematura della figlia che onora ogni domenica al cimitero; e ormai è una forestiera anche la seconda, che si è trasferita in continente da anni, ma che bambina, alle pendici del Monte Pellegrino, prima che venissero così maldestramente edificato e 'imbrattato', aveva proprio lì, in quella via Castellana Bandiera, il suo rifugio segreto, e come vicino di casa il 'genius loci'. 

Simmetrici i destini.  Samira accompagna controvoglia tutta la famiglia a casa, dopo una defatigante giornata al mare che ha drogato tutti di jodio puro. I bambini e le bambine, sovreccitate, si fanno anche di birra. Rosa accompagna al matrimonio di un amico, litigando continuamente, fino all'esasperazione e alla virtuale rottura, forse per gelosia, l'amante Clara (Alba Rohrwacher mai come questa volta partigiana della sua parte, metà nera metà bionda, metà estroversa metà oscura), dal tatuaggio conturbante che pare disegnato da Brus, e che fa una baronessa dimezzata, di mestiere illustratrice, una fumettara che non la smette di fare schizzi a matita dei suoi piedi e della sua donna, che "ha bellissime gambe, un bel culo ma soprattutto dei magnifici seni".  Un personaggio lontanamente autobiografico, Rosa, che Emma Dante ha tratteggiato e poi ap
Emma Dante e Alba Rohrwacher (destra)
profondito in un romanzo omonimo del 2008.

Le due testarde, indocili al buon senso e alla gentilezza, si fronteggeranno con le loro automobili (Panda contro Multipla) in quel vicoletto-budello in salita (o in discesa), provocando spintoni, parole grosse, risse, smottamenti, ferimenti, prima di restare, nel buio della notte, sole, ferme e 'mobili' come erano le donne delle antiche canzonette. Padrone del sistema simbolico. O solo 'gestanti' di un sistema simbolico sempre patriarcale? 
 
Emma Dante e Elena Cotta (a destra)

Ovvio che il film cresce, la suspense è innestata, si va verso un baratro cruento, nonostante i tanti freni a mano attivati per uscire dal format film d'arte/telefilm: lo stratagemma del coro (le vicine, il 'camorrista', i Calafiore capitanati da un grandissimo Renato Malfatti, l'intero quartiere che sfila sui titoli di coda...) serve a separare il sonoro dal visuale, e a spostarci più sul piano tattile, gustativo o olfattivo. Tanto più che il duello è muto. Che Samira è pressoché senza battute e Rosa si irrigidisce nel silenzio più tattico. Finalmente, come sognava Artaud, un cinema parlato che è densità sonora anarchica oscura e inespressa e non un sistema mercantile congegnato per uccidere con la parola l'immagine e viceversa. Qui ci si scontra con la morte. Non c'è nessuna trattativa, nessun patteggiamento, nessun accordo clandestino sottobanco stato-mafia.