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sabato 4 luglio 2015

Sergio Sollima, il più grande tra i nostri cineasti "sconosciuti"


Sergio Sollima

di Roberto Silvestri

Il critico francese Laurent Aknin (autore del fondamentale Cinema bis – 50 anni di cinema di quartiere) lo collocava “tra i cineasti italiani più importanti della sua epoca”, nonostante mezzo secolo di filmografia relativamente scarna (12 lungometraggi, un corto e molti film tv tra il 1962 e il 1998) e una pensione (certo involontariamente)  “anticipata”. Aggiungerei “di importanza non solo italiana”. E importanza non sempre fa rima con celebrità.

Sergio Sollima

Infatti il poliziesco Revolver, del 1973, coproduzione internazionale con Oliver Reed, Agostina Belli, Fabio Testi e Paola Pitagora (in Francia La Poursuite implacable), con l’uomo della legge che si rivela ancor più sordido e violento dei gangster, anticipa certe elucubrazioni visive a venire di Clint Eastwood sul lato dark dell’Ordine e affascina la nuova generazione dei cineasti di tutto il mondo, ancora impegnati nella contestazione generale mondiale

E la scena della morte di Diane Kruger in Ingloriuos Basterds, confesserà Quentin Tarantino a Marco Giusti, è la citazione del finale di Requiem per un agente segreto (1966), quando Stewart Granger uccide Daniela Bianchi. Non a caso nei titoli di coda non manca il ringraziamento al nostro maestro del cinema d’azione venuto dalla critica per la mirabile sequenza di questo zerozerosette capovolto. In Francia il film lo potete rintracciare sulle bancarelle con il titolo Un Certain Mr. Bongo… 

Persino un cineasta olandese, Martin Koolhoven, nel 2005 si confesserà suo discepolo, sottolineandolo nei credits di una commedia sentimentale, Het schnitzelparadijs. Charles Bronson, Telly Savalas, Lee Van Clift, Kabir Bedhi, Philippe Leroy, John Ireland, Donald O’Brien, Keir Dullea, Maurice Ronet, Micheline Presle… quanti gli attori e le star mondiali che hanno lavorato con lui.  

Molto indicativo già il suo pseudonimo.
Simon Sterling, americano, come si usava allora a Cinecittà. Nome raffinato, transculturale, più che sessantottino. Contiene, quell’alias, tutte le lettere del suo nome, oltretutto, e le prime tre del cognome. E poi, ben applicato alla triade dei suoi western atipici e radicali realizzati tra il 1966 e il 1968, La resa dei conti, Faccia a faccia e Corri, uomo, corri, è il punto di congiunzione tra Michel Simon, l’attore francese più oltranzista e decomposto dell’epoca classica, e (per assonanza) Rod Serling, lo scrittore e produttore tv di Ithaca (New York State) che avrebbe anticipato tutto il cinema del futuro, e anche la filosofia a venire. Ai confini della realtà” (cioè Twilight Zone) non è forse l’equivalente pop del celebre passo di Gilles Deleuze “si scrive sempre nella zona di confine tra ciò che si conosce e ciò che non si sa ancora”?

I prediletti film francesi del realismo sociale anni trenta, antidoto immaginario dei giovani turchi allevati al cinema durante il fascismo (la generazione frondista di Pietrangeli, De Santis, Visconti, Monicelli, Puccini, Mida…) già avevano insegnato ad aprire e mai a chiudere gli spazi pulsionali e ludici. Erano la bussola “sovversiva” per esplorare, da ottimisti e da pessimisti contemporaneamente, le zone più oscure della storia e dell’inconscio collettivo. Bastava, da antichista com’era Simon Sterling, ricucirla ad antiche tradizioni pagane, greche e romane, repubblicane e imperiali. Ed ecco l’erotismo, esplicito e nascosto, declinato a 360 gradi, dei peplum scritti per Campogalliani, Parolini, Paolella e Nick Nostro (Ursus, Ercole, Maciste, Goliah, i gladiatori) e l’umorismo estremo che misura l’oscillazioni del potere simbolico tra i sessi (il suo sketch in L’amore difficile si intitola Le donne ed è scritto da Ercole Patti); il sistema motorio snodabile e osceno, liberato da standard, tabù e format (il rock dei musicarelli, I teddy boys della canzone, per esempio), scaturigine della imminente rivolta totale; e la violenza, perché la rivoluzione non è un pranzo di gala, al centro degli 007 (il dittico a budget zero, dell’agente segreto 3S3 non sempre eroico, con Giorgio Ardisson, musiche di Umiliani), dei suoi celebrati western e del ciclo d’avventure esotiche di Sandokan, adeguata a quella, incontenibile, dei tre mondo insorgenti contro qualcosa di diverso e di ancora più mostruoso - Spectre come globalizzazione - del bipolarismo est-ovest…

Colto, mai sapienziale, perché maneggiava da esperto la cultura di massa nelle sue mille diramazioni, anche parodistiche, senza darsi tante arie, trasgressivo (e modesto), Sergio Sollima, con l’accento sulla o, è stato uno dei tre grandi Sergio del cinema italiano, assieme a Corbucci e Leone. C’è il cinema d’autore e c’è il cinema di genere. E tutti ad azzuffarsi, come sei snob, come sei basic…Ma poi c’è qualcosa di travolgente, il grande cinema, come dice Alberto Abruzzese pensando al ciclo Bond, al Batman di Tim Burton, a King Kong, a Billy Wilder, l’Ululato di Joe Dante, o a Orson Welles... Che è esperienza non letteraria, non filosofica, non “liceale”, ma viscerale, da baraccone mutante ovidiano, da trasmutazioni sensorie. E anche noi abbiamo avuto la nostra grande cine-triplete anti-umanista. 

Tomas Milian
Sergio Sollima non era speciale perché veniva, come Umberto Lenzi, dal Centro Sperimentale (allora di alto livello), di cui racconterà nel televisivo I ragazzi di celluloide (1981-1984) riti e mito; o perché nel 1947 l’esordiente Luigi Squarzina diresse un suo dramma teatrale, L’uomo e il fucile, con Rossella Falk e Tino Buazzelli, vincendo il primo premio al festival mondiale della gioventù di Praga.  O per Ercole Patti e per il sodalizio con Franco Solinas (a cominciare da Persiane chiuse) e per quello con Suso Cecchi D’Amico (lo psicothriller Il diavolo nel cervello) e Ennio Morricone… 

Certo ce ne accorgiamo sempre tardi, soprattutto oggi che è morto, a 94 anni (classe 1921) nella sua casa romana. Ma la sua personalità e le sue opere erano inusualmente potenti e diversamente telluriche. Senza inutili esibizionismi. E’ vero che Lotta Continua si invaghì subito di Cuchillo Sanchez e dei suoi coltelli anti-imperialisti, equivalenza tra il peone Tomas Milian e il guerrigliero Che Guevara (Corri uomo corri, in Francia Saludos Hombre!). Finalmente un western dal punto di vista di Zorro, con i cowboys brutti, sporchi e cattivi, vigliacchi e violentatori di bambine, e tagliatori di scalpi come erano davvero. Ma quella generazione di cineasti, che abbiamo amato ma non sfruttato e studiato abbastanza (e alludiamo anche alla linea rossa e rossonera del nostro cinema, Matarazzo, Vivarelli, Questi, Fulci, Bava, Freda…e l’epopea con Paolella e Lenzi nella Romana Film di Fortunato Misiano….) è come se ci avesse tramandato (certo da decifrare e distillare dalle loro immagini) della guerra, del fascismo e dell’antifascismo, informazioni ed emozioni occultate, rabbia e voglia di rivoluzione e orizzonti ludici e collettivi umiliati dalla retorica resistenziale e dalla guerra fredda prima e dalla “convivenza pacifica” poi. 

Insomma vedevamo in quei loro “grandi film” molto di più del comunismo come programma minimo che il Pci e i suoi apparati burocratici e culturali, da Alicata a Renzi, neanche desideravano mettere in scena, figuriamoci realizzare. E il resto del quadro politico-culturale era ancora più miserabile. La lotta di classe c’è in La resa dei conti. Non a caso il soggetto è di Franco Solinas. Il tradimento degli intellettuali borghesi passati dalla parte della classe sfruttata ha un che di retrogusto pasoliniano in Faccia a faccia, che per molti è il suo capolavoro.  Ed è Milian il proletario vero, l'anarchico messicano Beauregard, mentre è l’odiato Gian Maria Volonté a incorporare quanto di malato c’è nei professorini della rivoluzione, che facilmente si trasformano in massacratori fanatici (William Berger in quel film fa invece il gramsciano, simbolo di un’altra legge e di un’altra giustizia).  Si poteva fare anche in Italia un cinema di grande respiro e popolarità, capace di guardare dentro i mali del paese con l’acutezza e l’amarezza di chi ha un rapporto vivo con la cultura. E si poteva esportare questo cinema. Questo ci ha insegnato Sollima. 

Lee Van Clift nel ruolo di Colorado Corbet in La Resa dei Conti (1966), cosceneggiatore Franco Solinas, Sergio Donati e Fernando Morandi

L'amico Sergio Leone (che introdusse Sergio Sollima al produttore Alberto Grimaldi), Sollima, che impose a tutti, anche all’attore cubano, Tomas Milian e i suoi vezzi da Actors Studio come attore di western vissero l'ultimo grande momento del cinema italiano come industria a tutto tondo. Poi, come se fosse arrivato un ordine dall'alto, tutto si è fermato. La forbice si è di nuovo allungata. Film d'arte da una parte, film di genere televisivo locale dall'altra. L'Italia diventava un'ennesima preda di Hollywood. Che nel frattempo aveva ben studiato, inghiottito e metabolizzato il grande cinema italiano di Fulci, Bava, Sollima, Freda, Cottafavi, rifondandosi.

Faccia a faccia
Sergio Sollima lascia due figli, Samantha e Stefano, che ha esordito con un corto folgorante, omaggio sfegatato a Martin Scorsese e poi con «Romanzo criminale» e «Gomorra» è stato il reinventore del seriale televisivo all’italiana non istituzionale.  



domenica 7 giugno 2015

Wolf Creek 2. L'horror preferito da Tarantino. Esce finalmente nelle sale italiane due anni dopo la Mostra di Venezia

Roberto Silvestri

L'Outback australiano. Terra rossa, desolazione, al di là di ogni mappa turistica per bene. Crateri giganteschi formati da meteoriti, pesantemente atterrate, di 50 mila tonnellate... Forse solo i cammelli di miss Robyn Davidson lo solcherebbero con non chalance. 

Il cratere del parco nazionale Wolf Creek
E un sadico solitario, psicopatico serial killer, che di mestiere caccia i maiali. Ma 'di ogni tipo'. Come: due poliziotti 'aussie' che abusano del loro potere; Katarina e Paul, una coppia di giovani turisti tedeschi drastici anche agli antipodi, autostoppisti alla ricerca kantiana del sublime paesaggistico che trovano solo dove nessun altro va, e si accampano dentro il cratere di Wolf Creek e si accoppiano in terra 'sacra'; anziani coniugi locali gentili e altruisti con gli estranei, dunque 'traditori'; un giovane surfista inglese, anzi un 'bastardo inglese' a zonzo (dove non dovrebbe) a salvare ragazze (e non dovrebbe), nel paese dei canguri e di Hanging Rock...e decine di altri alieni, stranieri, turisti che deturpano la purezza della sacra terra di Australia.

Sono queste alcune vittime di una nuova entità maligna dello schermo che, come il mostro di Dusseldorff, la creatura di Frankenstein, Dracula, il serial killer di Elm Street e di Halloween, ma molto più patriottico, e storicamente informato, di tutti loro: Mick Taylor (John Jarratt). Un mostro come Calderoli ha sempre sognato di essere ma che, a differenza del razzista verdastro, viene dal sud, purifica il nord bastardo  e ha le carte in regola per diventare un beniamino delle nostre notti più dark e 'dinamiche'. 

Sperando di replicare il successo del primo episodio del 2005 (che prende spunto dall'assassinio misterioso del turista inglese Peter Falconio), il più alto incasso in Australia per un film vietato ai minori di 18 anni (dopo la prima a Cannes), e la zuffa critica che ne è derivata, Mick Taylor è stato invitato anche a Venezia dove i sequel sui sub-eroi o sui super eroi capitano di rado (ma ricordo un Mad Max III, a proposito di Australia). 

Alto, gigantesco come una montagna di giocatore di football o di rugby aussie, beve birra Forster e molto di peggio, ha un ghigno, riconoscibile tra mille, che dà i brividi, senso dell'umorismo grossolano ma sciovinismo da guinness dei primati (sciovinismo non banale: ci sono canzoni patriotti che proprio detesta). Utilizza pick up e camion giganti e teppisti, per cacciare, come in Duel, seghe a motori sbriciolanti come in Quel motel vicino alla palude e Non aprite quella porta, sotterranei degni della fantasia sottovalutata di Pete Walker.  La quantità di vittime imprigionate nelle segrete infernali della sua casa non supera certe quello dei sequestrati e annichiliti nei fortini inglesi che tennero in pugno l'Oceania per quasi due secoli. La regina d'Inghilterra, ricordiamolo, può cacciare un premier australiano quando vuole e se lo vuole....

Mick viene dal sud, ma il suo terreno di caccia è nel nord, come abbiamo detto. Perché lì il vero autentico nativo vive. E lui finge di esserlo. Puro, incontaminato, australiano al cento per cento. Come un aborigeno bianco. 

Mick Taylor (John Jarratt)
La postmodernità entra così in biblioteca e inizia a indignarsi, a 'far politica', balbettando. Dilettantisticamente, magari. Insomma siamo in una sorta di horror 'grillino'. Fuori concorso alla mostra di Venezia due anni fa, esce finalmente nelle sale italiane approfittando di qualche primo varco estivo l'horror di Greg McLean, australiano, seconda parte della sua bella saga horror-splatter, ma rosselliniana e patriottica, Wolf Creek, scritto questa volta con Aaron Sterns. Se Emma Dante l'orrore lo tiene tra le righe del film, perché anche nello stile e nella poesia in Italia è bene mostrarsi ermetici, suggerire, alludere, essere calligrafici (non tutti sanno essere Freda e Bava, Argento e Soavi nel paese dei trasformismi), McLean come ogni australiano verace e ruspante non è, invece, affatto omertoso, e lo tira fuori tutto (sanguinolento) e subito, l'orrore.  Essendo anche un pittore paesaggista sa come innestare una storia agli esterni giusti e luci non banali all'azione. E come incastrare il suspense all'immaginario collettivo. La sua è un'indagine che smuove il rimosso del pubblico degli antipodi sulla natura dell'identità nazionale australiana. In lui il conflitto tra passato coloniale, rancori storici e cicatrici culturali trova una risposta. Ma non quella 'bastarda' e sanculotta che piace a noi, quella che avrebbero dato i galeotti che Sua Maestà cominciò a spedire laggiù alla fine del 1700, affinché non si replicasse la rivoluzione francese, come scopriamo nella scena più bella del film, quella del quiz sulla storia aussie: "se mi dai 5 risposte giuste su dieci, piccolo stupido bastardo inglese, ti libero". Le risposte che esige Mick sono, ironia della sorte, da ufficiale inglese di Sua Maestà, sconvolto all'inizio del XIX secolo da quell'innesto impuro, dalla 'specie introdotta' che avrebbe imbastardito il Paese Nuovo. Sono risposte da afrikaneer razzista. Da nazista antisemita. Da grillino disinformato. Disgustosamente utili per capire il problema primario di un paese che non riesce a riconoscersi ancora in Rocky Horror Picture Show,  nella fusion etnica e sessuale (fusion che continua con i nuovi immigrati smistati da Fmi e Banca Mondiale e metodi apartheid per 'combatterla' che ogni governo conservatore ripropone, come fosse un Mick Taylor qualunque.  

John Jarratt (a sinistra) e il regista Greg McLean
Nella prima immagine del film il coltellone di Crocodile Dundee, il sinistro sistema di ganci da macelleria e scuoiamento e il fucilone nel sedile di dietro del pick up, sono in primissimo piano. Nell'ultimo sembra di entrare in un antro di anime dell'inferno degno di Mojica Marins. O in un sotterraneo del marchese De Sade, aperto ormai al godimento non solo di vescovi, conti, generali e gerarchi nazisti, ma proprietà di allevatori, contadini, cacciatori di maiali dei giorni nostri. Il sadismo seriale è a portata di mano. Basta non pagare l'Imu.

Un promemoria per il pubblico, quella scena iniziale, e una inaspettata scossa di brividi, in quella finale, che lascerà traccia per sempre nell'immaginario del pubblico mainstream e di adepti ai lavori.

E i due film, quello di Dante e di McLean, sempre dell'incontro/confronto/scontro a morte tra residenti e alieni, tra stranieri e concittadini, tra turisti e residenti, tra io e gli altri parla. Una goduria per il leghista e per l'anti leghista, per il nazionalista e per il nazionalitario, a seconda dei rispettivi automatismi identificatori. Credo che anche l'internazionalista possa apprezzare questo affresco gore, 'insostenibile' per tutti coloro che non sopportano la vista degli squarciamenti, degli sventramenti e della più lenta tortura (con sega elettrica e simili, un dito salta ogni risposta errata) ma si fidano della loro patria quando essa si rifiuta di legiferare per abrogare ogni forma di violenza da Sadik sui proprii prigionieri. Ebbene qui è il trionfo dell'effettista speciale, della macchina cinema che ha il sopravvento. A differenza di Peter Jacskon (ampiamente deriso nella scena della caccia notturna) è bene che il regista ceda a altri lo scettro del comando di tanto in tanto. Sia il make-uppista, il direttore della fotografia che si lancia in effettistica alla National Geographic perché il film è anche della Film Commission locale, e poi lo spettatore, lo storico, il rivoluzionario... McLean permette sempre di farlo. Intanto. Bisognerà prima o poi fermare Mick Taylor. Dice una scritta all'inizio che ogni anno in Australia spariscono 90 mila persona e che solo la metà viene ritrovato. Io non credo che siano solo gli stregoni della Tanzania o le gang di Ciudad de Juarez che hanno bisogno di carne albina. Qui c'è materiale per il giro grosso dei trapianti di organi. Altro che serial killer. Anche in questo episodio non ci riusciamo a fermare la carneficina. Anzi siamo ancora tutti 'perdenti'. Le risposte alle 10 domande vanno date. Tutte giuste, devono essere. E perfette, anche nel modo di darle. Solo così Mick Taylor svanirà per sempre dalla faccia della terra.

Credo che Quentin Tarantino consideri Greg McLean il migliore cineasta horror del momento perché è un regista che sta ricalibrando il purificante delirio posmoderno con la Storia e le sue straordinarie possibilità narrative. Dare sfondo e senso all'insignificanza ludica cinematografica per raddoppiare il godimento dello spettatore è un procedimento che abbiamo visto all'opera quest'anno nel Lincoln, in Django e negli ultimi tempi dalle operazioni di Jonze e Gondry.   

mercoledì 3 giugno 2015

L'invincibile Alberto De Martino di "sti cazzi" e di "me cojoni". E' morto a 85 anni lo scienziato romano del cinema di qualità commerciale


Avevi visto molti western prima di girare, dal 1964 al 1967, Gli Eroi di Fort Worth, 100 mila dollari per Ringo e Django spara per primo?


Alberto De Martino: No, solo Ombre rosse, Shane Il cavaliere della valle solitaria…Ma nessuno era un esperto, neanche Sergio Leone. Comunque fare western, così come girare pepla, horror, thriller, polizieschi, non significa imitare i grandi maestri del genere, ma seguire lo loro orme per cercare il consenso del pubblico. Se così non fosse tutti i registi, tranne Fellini, Pasolini e Antonioni, e quei pochi che hanno fatto un cinema personal, o di poesia, dovrebbero essere definiti degli imitatori. Il che è assurdo, no?






di Roberto Silvestri






Arthur Kennedy e Carla Gravina in L'anticristo (1974)
“Il mio desiderio, ora che ho lasciato il cinema, sarebbe quello di tornare a suonare del buon jazz freddo con i miei amici, Lucio Fulci alla tromba e Antonio Margheriti alla batteria. Io al pianoforte, anche se le dita ormai non sono quelle di una volta” (da Spaghetti Nightmares, un’intervista di Luca M. Palmerini e Gaetano Mistretta, cito a memoria) .

A destra Eli Roth, a sinistra Alberto De Martino e in mezzo credo Enzo G. Castellari e Ruggero Deodato
Che grande trio old fashion avremmo ascoltato! Bisognerebbe proprio rifare la storia del cinema italiano partendo dai registi spuri che, come Carmelo Bene, Luchino Visconti o Mario Martone, o i “pittori” Fellini e Grifi e molti della cooperativa cinema indipendente o della “scuola romana”, e gli scrittori come Soldati e Pasolini, e i jazzisti come Centazzo… sono stati capaci di creare “immagini” di ogni tipo, attraversando le arti e non fossilizzandosi mai in una sola “professionalità”. In questa storia di artisti polistrumentisti avrebbe certamente un posto importante un cineasta che è morto poco prima di compiere 86 anni e che passò gli anni di studi (giurisprudenza, tesi Il concetto di lavoro nella filosofia del diritto) suonando gli standard deformati della swing era nei night, negli ospedali americani, nelle sezioni di partito (di sinistra, visto gli amici) ma non alla radio pubblica, perché allora il jazz era off limits.   E che probabilmente proprio da quel jazz strutturato, tra be-bop e free jazz, in “tema, improvvisazione di differenti strumenti sul tema, e ripresa arricchita del tema nel finale” aveva preso l’ispirazione di partire, sul set, proprio dalla fine, nel piano sequenza, per disegnarne a ritroso tragitto e disegno. Che è quello che un suo esegeta e allievo Luca Rea ricorda oggi su facebook tra i tanti insegnamenti di regia di questo Maestro, colto, lettore onnivoro e persona modesta e riservata.      

Alberto De Martino con Marco Giusti al cinema Trevi di Roma  nel giugno del 2014
Stiamo parlando di Antonio De Martino, romano di via Po, figlio d’arte, suo padre è stato un pioniere del make-up, il truccatore Romolo De Martino (che sarà il braccio destro del regista in Horror, Holocaust 2000, Extrasensorial, La casa maledetta, Alien Killer…; a sei anni è attore bambino (“ero uno dei tre figli di Scipione l’Africano di Carmine Gallone, girato a Cinecittà nel 1935, appena nata”), poi assistente al montaggio di Otello Colangeli, montatore, documentarista, assieme all’amico Sergio Sollima dal 1949 (Turismo col pollice e Intervista al cervello), aiuto regista, dopo aver abbandonato i quintetti cool, nei primi anni 50, “perché di jazz non si viveva”, e ancora sceneggiatore, direttore di produzione, direttore della seconda unità (Giù la testa, per l’amico Sergio Leone, nel 1971) ma soprattutto regista, esperto scienziato del cinema commerciale italiano, all’attivo 29 regie, con star del calibro di Kirk Douglas, John Cassavetes (“si impasticcava con stimolanti per tenere alto quel registro sopra le righe che ha fatto la sua fortuna di performer”), Telly Savalas, Michael Moriarty, Donald Pleasence (“squisito uomo di cultura che amava declamare poesie”), Martin Balsam, Tomas Milian, Rossano Brazzi e tanti altri, punto di riferimento fidato, dal 1962 al 1986, dell’industria italiana, specialista in ogni filone di punta, pepla, western, thriller, horror, poliziottesco, iperviolento… capace di portare il pubblico al cinema, non farsi mai acciuffare da un festival "normale" e incassare magari un miliardo di lire spendendo 100 milioni di budget. 

Alberto Lupo in Django spara per primo
Negli anni 70 e 80 il cinema italiano di genere è quello che ha salvato i livelli di occupazione del settore solo attraverso coproduzioni vincenti “estero-estero” cioè  attraverso filiali straniere di società italiane che giravano thriller e polizieschi o horror e sexy movie annusando e riproponendo in set nordamericani e in lingua inglese quel che i giovani cineasti delle major  Usa (la generazione di Joe Dante e James Cameron) avevano più o meno “rubato” ai Mario Bava, Vittorio Cottafavi, Lucio Fulci e Riccardo Freda di qualche lustro prima. Opere come L'uomo dagli occhi di ghiaccio, Blazing Magnum, per il mercato internazionale concorrenziali per ritmo, trovate, design e professionalità, al prodotto medio hollywoodiano grazie a regie sempre fantasiose (e non a caso adorate da Tarantino, che presentò a Venezia 100.000 dollari per Ringo, finalmente in un festival, e Eli Roth) firmate Enzo G. Castellari, Romolo Guerreri, Ruggero Deodato, Luigi Cozzi, Lamberto Bava, Alberto De Martino (spesso al suo fianco come direttore della fotografia Joe D’Amato, alias Aristide Massaccesi) e altri. A proposito di Massaccesi fu proprio la visione casuale, assieme a De Martino, di Gola profonda  a San Francisco, tra una pausa e l’altra di lavorazione di Il consigliori a far deviare Joe D’Amato verso il soft porno e l’hard fantasiosamente rivisitato. Genere che invece sembrava del tutto disinteressante a De Martino: “Ma mi sa che aveva ragione lui”….



Il compositore della neoavanguardia e re della musica applicata, Ennio Morricone, ha lavorato ben 8 volte con lui (anche se la bella partitura dell’Anticristo va divisa con Bruno Nicolai) più che con Sergio Leone (5 soundtrack), ma in nessuno dei suoi film – e questo lo ha sempre contrariato, è riuscito a raggiungere i livelli artistici, le forme melodiche e armoniche indimenticabili e inarrivabili, del sodalizio con Leone.
Registi preferiti? Sergio Leone, Federico Fellini e Steven Spielberg, “un genio” (mentre Coppola è stato miracolato grazie all’incontro con Mario Puzo). Pseudonimo? Martin Herbert (nome con il quale è firmato il film che più detestava tra i suoi, Gli eroi di Fort Worth). De Martino è stato lanciato dal produttore-regista Italo Zingarelli, e, come molti cineasti della sua generazione (pensiamo a Vivarelli, Deodato, Aristide Massaccesi…) quando girava, primo film Il gladiatore invincibile, del 1962, si dedicava anima e corpo al progetto, in una sorta di possessione…invincibile. Escogitando anche geniali idee produttive come quella di girare il peplum Gli invincibili sette nel 1964 rilanciando (primo di una interminabile serie) proprio quel numeretto aureo, 7, rubato a Sean Connery e a Steve McQueen, e arrangiandosi con sette attori semisconosciuti in mancanza di una vera star body builder, utilizzata invece in Perseo l’invincibile, con il culturista Richard Harrison. Fu lui a dare a un genere per lo più straniero, e che fino al 1963 veniva definito in Italia “gotico”, un nome nuovo di zecca, Horror, dal titolo di un suo film del 1963.  Intanto era diventato anche produttore, non proprio felice (“solo i napoletani con il loro cinema locale e musicarello si sono arricchiti con il cinema, nessun altro”)  e si sarebbe occupato sempre più spesso  di più direzione del doppiaggio (da La Dolce Vita, solo per ricordare un titolo dell’epoca d’oro del cinema a Dallas e Kojac), polemizzando con la nuova generazione dei doppiatori che mancando di eleganza e fantasia  utilizzano in modo sempre più noioso parolacce e gerghi dialettiali. E’ stato inoltre presidente di una cooperativa di attori, “perché con la Siae non si vive, e senza quel lavoro non avrei mai potuto sopravvivere, da quando il cinema in televisione nei primi anni 80 ha ucciso il nostro cinema popolare”.
A Marco Giusti, in una bella intervista registrata al cinema Trevi di Roma, in occasione dell’omaggio che la Cineteca Nazionale dedicò l’anno scorso al regista di L’anticristo e L’assassino è… al telefono (con una strepitosa Rossella Falk “la migliore attrice italiana in assoluto”), dopo aver chiarito che è sua e non di Castellari la paternità del celebre detto filosofico “al cinema un titolo funziona quando lo ascolti e pensi me cojoni, e non funziona se invece reagisci con sti cazzi” (il suo titolo più me cojoni? Il sessantottino Dalle Ardenne all’inferno) e aver svelato che il suo nomignolo sul set era “pisello” perché amava vestirsi di verde, confessò: “Mi ricordo la traumatica risposta dell’esercente alla domanda come aveva reagito il pubblico in occasione della prima di L’uomo puma nel febbraio del 1980: ‘quale pubblico!? in sala non c’era nessuno”. Era un certo tipo di cinema ad essere finito. 
Il tironfo di Ercole (1964)

martedì 21 aprile 2015

Quella sporca dozzina. Quando i cinema occupati danno lezione di mercato al circuito commerciale. Il Palazzo di Roma e l'horror invisibile in 35mm. Dal 14 maggio


di Roberto Silvestri

Se il film si trasforma per sempre in file potrebbe cadere vittima di una maledizione... Attenzione, infatti, al monopolio del digitale. Non è solo questione di omologazione dell'offerta cinematografica. La cautela deve essere perfino tecnologica e commerciale. 

In archivio, senza adeguato controllo quinquennale delle copie, i file elettronici possono perdere per sempre interi frammenti o sequenze (se non se ne fanno copie anche in pellicola)... E' già successo. 
E poi la proiezione in sala buia con il cono luminescente vivente pulviscoloso e incorporato e una corposità differente di immagine e di suono, un certo fascino in più lo conserva, anche perché l'analogico aiutava la mente a inventare definizioni e spazi e pause e interferenze "oltre" il visibile. Per questo il cinema era chiamato, da una bella rivista universitaria americana, la trappola di luce vellulata. 
Il ritorno del vinile e della densa riproduzione analogica mono qualche cosa dovrebbe poi insegnarci. E poi. Grazie anche alla voce grossa di Quentin Tarantino (che mesi fa ritirò clamorosamente i suoi film dalla Cineteca di Lione perché Thierry Fremaux, il direttore di Cannes, voleva proiettare la sua retrospettiva utilizzando solo copie digitale), il desiderio di 35mm o di 70 mm vellutati sta diventando una domanda mercantile in più e anche una questione di politica dell'immaginario per nulla passatista. Il libro non sparisce con l'Ipad. 
Così è una grande notizia quella del ritorno del vero cinema, quello in pellicola, al Nuovo Cinema Palazzo di Roma. Almeno per 4 giorni dal 14 al 17 maggio. Mentre tutto il mondo del cinema in è in costa azzurra e dunque le esperienze underground sono più eccitanti e blasfeme. E speriamo che il cinema vero prossimamente conquisti anche le altre zone liberate dell'immaginario romano (zone fantasmatiche comprese, Valle ex occupato, Cinema America, Angelo Mai, Nuovo Cinema Aquila che ha subito mesi qualche decapitazione sciagurata nei vertici artistici per misteriose volontà dei vertici amministrativi, e mi riferisco al caso Max Vattani). Perché questa inversione di tendenza, quasi un rovesciamento di fronte, ci dà anche una indicazione di quello che potrebbe diventare il senso in più del cinema off off, parallelo, autonomo, marginale, indipendente davvero, in un prossimo futuro.
Grazie all’occupazione della sala del quartiere San Lorenzo avvenuta nel 2011, che ne ha permesso il salvataggio dall’ennesimo scempio e cambio di destinazione d’uso, il Palazzo è diventato da tempo un importante centro di elaborazione critica e di attività culturale e politica; ma la proiezione in 35mm è rimasta a lungo un sogno nel cassetto. Siccome ci vogliono circa 65 mila euro per realizzare una digitalizzazione sala come si deve (sezione riproduzione del suono compresa) molte sale strappate alla speculazione dei centri storici potrebbero costruire un circuito ombra Cinemeccanica/Pio Pion....
Sensibile alla questione della conservazione, preservazione e restauro delle pellicola 35mm, richiesta oggi a gran voce da altri cineasti autorevoli come Christopher Nolan e Martin Scorsese, il regista e produttore indipendente Michele De Angelis ha deciso di aprire le porte della propria collezione privata di film in 35 mm e di organizzare una rassegna di rari horror movies anni settanta. Quando Coscarelli, Henenlotter, Yuzna, Hooper e Craven gareggiavano in audacia, non subivano pressioni censorie di sorta e il genere visse un momento di eccitante e aurea effervescenza.
Con la collaborazione di Interiora Horror Fest, l’evento, prodotto da Kinoglazorama International e Nuovo Cinema Palazzo, si svolgerà, in quattro giorni, questo "Michele De Angelis Horror Picture Show" kermesse che scodellerà 12 film piuttosto introvabili sia sul web che nelle estinte videoteche e che hanno ispirato i lati più dark ma non ancora emersi delle generazioni successive, più pudiche e controllate.
Per l’occasione, un proiettore cinematografico classico ed un nuovo schermo installato in sala renderà possibile la manifestazione.
Film bis statunitensi, spagnoli, canadesi, inglesi e italiani divenuti invisibili cult, trascurati dalle tv, perfino da Freccero, inediti in home video e pizzicati solo tra i buchi neri del web, torneranno a brillare nel buio dello storico cinema, introdotti da Michele De Angelis con un ospite diverso, scelto tra critici, scrittori e registi che mai trovarono Henry pioggia di sangue una boiata pazzesca.
Lupi mannari teenager, vampiri, laboratori terrificanti, squartatori e scienziati folli, bambini killer, possessioni demoniache, reincarnazioni, ferocissimi sciami assassini, viaggi nel tempo e topi super intelligenti...  "Un campionario completo - scrive De Angelis - di incubi di celluloide che, nell’era della dominazione digitale, segnano il ritorno ad un celebrato passato; ad una parte imprescindibile della nostra storia.



Giovedì 14 Maggio:
– ore 18:00
L’ULTIMA CARICA DI BEN (Ben) USA – 1972, 94 min. | Regia di Phil Karlson
– ore 20:30
DEMONIO DALLA FACCIA D’ANGELO (Full Circle) UK/CANADA – 1977, 98 min. | Regia di Richard Loncraine
– ore 22:30
IL MISTERIOSO CASO PETER PROUD (The Reincarnation of Peter Proud) USA – 1975, 105 min. | Regia di Jack Lee Thompson

Manitù lo spirito del male di William Girdler
Venerdì 15 Maggio:
– ore 18:30
MANITÙ LO SPIRITO DEL MALE (The Manitou), USA – 1978, 104 min. | Regia di William Girdler.
– ore 20:00
DOORS, ITALIA/USA/MACEDONIA – 2012, 11 min. | Regia di Michele De Angelis.
– ore 20:30
L’UOMO VENUTO DALL’IMPOSSIBILE (Time After Time), USA – 1979, 112 min. | Regia di Nicholas Meyer
– ore 22:30
L’ALTRO CORPO DI ANNY (Legend of the Spider Forest), UK – 1971, 91 min. | Regia di Peter Sykes





Sabato 16 Maggio:
– ore 16:30
LE MESSE NERE DELLA CONTESSA DRACULA (La Noche de Walpurgis), SPAGNA – 1971, 82 min. | Regia di Leon Klimovski
– ore 18:30
BEES – LO SCIAME CHE UCCIDE (The Savage Bees), USA – 1977, 90 min. | Regia di Bruce Geller.
– ore 20:30
E SE OGGI FOSSE GIÀ DOMANI? (Voices), UK – 1973, 91 min. | Regia di Kevin Billington.
– ore 22:30
MA COME SI PUÒ UCCIDERE UN BAMBINO? (Quien Puede Matar A Un Niño?), SPAGNA – 1976, 107 min. | Regia Narciso Ibanez Serrador


Domenica 17 Maggio:
– ore 21:00
DOVEVI ESSERE MORTA (Deadly Friend), USA – 1986, 91 min. | Regia di Wes Craven.
– ore 23:00
FUTURE ANIMALS (Day of the animals), USA – 1977, 97 min. | Regia di William Girdler

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