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mercoledì 3 giugno 2015

L'invincibile Alberto De Martino di "sti cazzi" e di "me cojoni". E' morto a 85 anni lo scienziato romano del cinema di qualità commerciale


Avevi visto molti western prima di girare, dal 1964 al 1967, Gli Eroi di Fort Worth, 100 mila dollari per Ringo e Django spara per primo?


Alberto De Martino: No, solo Ombre rosse, Shane Il cavaliere della valle solitaria…Ma nessuno era un esperto, neanche Sergio Leone. Comunque fare western, così come girare pepla, horror, thriller, polizieschi, non significa imitare i grandi maestri del genere, ma seguire lo loro orme per cercare il consenso del pubblico. Se così non fosse tutti i registi, tranne Fellini, Pasolini e Antonioni, e quei pochi che hanno fatto un cinema personal, o di poesia, dovrebbero essere definiti degli imitatori. Il che è assurdo, no?






di Roberto Silvestri






Arthur Kennedy e Carla Gravina in L'anticristo (1974)
“Il mio desiderio, ora che ho lasciato il cinema, sarebbe quello di tornare a suonare del buon jazz freddo con i miei amici, Lucio Fulci alla tromba e Antonio Margheriti alla batteria. Io al pianoforte, anche se le dita ormai non sono quelle di una volta” (da Spaghetti Nightmares, un’intervista di Luca M. Palmerini e Gaetano Mistretta, cito a memoria) .

A destra Eli Roth, a sinistra Alberto De Martino e in mezzo credo Enzo G. Castellari e Ruggero Deodato
Che grande trio old fashion avremmo ascoltato! Bisognerebbe proprio rifare la storia del cinema italiano partendo dai registi spuri che, come Carmelo Bene, Luchino Visconti o Mario Martone, o i “pittori” Fellini e Grifi e molti della cooperativa cinema indipendente o della “scuola romana”, e gli scrittori come Soldati e Pasolini, e i jazzisti come Centazzo… sono stati capaci di creare “immagini” di ogni tipo, attraversando le arti e non fossilizzandosi mai in una sola “professionalità”. In questa storia di artisti polistrumentisti avrebbe certamente un posto importante un cineasta che è morto poco prima di compiere 86 anni e che passò gli anni di studi (giurisprudenza, tesi Il concetto di lavoro nella filosofia del diritto) suonando gli standard deformati della swing era nei night, negli ospedali americani, nelle sezioni di partito (di sinistra, visto gli amici) ma non alla radio pubblica, perché allora il jazz era off limits.   E che probabilmente proprio da quel jazz strutturato, tra be-bop e free jazz, in “tema, improvvisazione di differenti strumenti sul tema, e ripresa arricchita del tema nel finale” aveva preso l’ispirazione di partire, sul set, proprio dalla fine, nel piano sequenza, per disegnarne a ritroso tragitto e disegno. Che è quello che un suo esegeta e allievo Luca Rea ricorda oggi su facebook tra i tanti insegnamenti di regia di questo Maestro, colto, lettore onnivoro e persona modesta e riservata.      

Alberto De Martino con Marco Giusti al cinema Trevi di Roma  nel giugno del 2014
Stiamo parlando di Antonio De Martino, romano di via Po, figlio d’arte, suo padre è stato un pioniere del make-up, il truccatore Romolo De Martino (che sarà il braccio destro del regista in Horror, Holocaust 2000, Extrasensorial, La casa maledetta, Alien Killer…; a sei anni è attore bambino (“ero uno dei tre figli di Scipione l’Africano di Carmine Gallone, girato a Cinecittà nel 1935, appena nata”), poi assistente al montaggio di Otello Colangeli, montatore, documentarista, assieme all’amico Sergio Sollima dal 1949 (Turismo col pollice e Intervista al cervello), aiuto regista, dopo aver abbandonato i quintetti cool, nei primi anni 50, “perché di jazz non si viveva”, e ancora sceneggiatore, direttore di produzione, direttore della seconda unità (Giù la testa, per l’amico Sergio Leone, nel 1971) ma soprattutto regista, esperto scienziato del cinema commerciale italiano, all’attivo 29 regie, con star del calibro di Kirk Douglas, John Cassavetes (“si impasticcava con stimolanti per tenere alto quel registro sopra le righe che ha fatto la sua fortuna di performer”), Telly Savalas, Michael Moriarty, Donald Pleasence (“squisito uomo di cultura che amava declamare poesie”), Martin Balsam, Tomas Milian, Rossano Brazzi e tanti altri, punto di riferimento fidato, dal 1962 al 1986, dell’industria italiana, specialista in ogni filone di punta, pepla, western, thriller, horror, poliziottesco, iperviolento… capace di portare il pubblico al cinema, non farsi mai acciuffare da un festival "normale" e incassare magari un miliardo di lire spendendo 100 milioni di budget. 

Alberto Lupo in Django spara per primo
Negli anni 70 e 80 il cinema italiano di genere è quello che ha salvato i livelli di occupazione del settore solo attraverso coproduzioni vincenti “estero-estero” cioè  attraverso filiali straniere di società italiane che giravano thriller e polizieschi o horror e sexy movie annusando e riproponendo in set nordamericani e in lingua inglese quel che i giovani cineasti delle major  Usa (la generazione di Joe Dante e James Cameron) avevano più o meno “rubato” ai Mario Bava, Vittorio Cottafavi, Lucio Fulci e Riccardo Freda di qualche lustro prima. Opere come L'uomo dagli occhi di ghiaccio, Blazing Magnum, per il mercato internazionale concorrenziali per ritmo, trovate, design e professionalità, al prodotto medio hollywoodiano grazie a regie sempre fantasiose (e non a caso adorate da Tarantino, che presentò a Venezia 100.000 dollari per Ringo, finalmente in un festival, e Eli Roth) firmate Enzo G. Castellari, Romolo Guerreri, Ruggero Deodato, Luigi Cozzi, Lamberto Bava, Alberto De Martino (spesso al suo fianco come direttore della fotografia Joe D’Amato, alias Aristide Massaccesi) e altri. A proposito di Massaccesi fu proprio la visione casuale, assieme a De Martino, di Gola profonda  a San Francisco, tra una pausa e l’altra di lavorazione di Il consigliori a far deviare Joe D’Amato verso il soft porno e l’hard fantasiosamente rivisitato. Genere che invece sembrava del tutto disinteressante a De Martino: “Ma mi sa che aveva ragione lui”….



Il compositore della neoavanguardia e re della musica applicata, Ennio Morricone, ha lavorato ben 8 volte con lui (anche se la bella partitura dell’Anticristo va divisa con Bruno Nicolai) più che con Sergio Leone (5 soundtrack), ma in nessuno dei suoi film – e questo lo ha sempre contrariato, è riuscito a raggiungere i livelli artistici, le forme melodiche e armoniche indimenticabili e inarrivabili, del sodalizio con Leone.
Registi preferiti? Sergio Leone, Federico Fellini e Steven Spielberg, “un genio” (mentre Coppola è stato miracolato grazie all’incontro con Mario Puzo). Pseudonimo? Martin Herbert (nome con il quale è firmato il film che più detestava tra i suoi, Gli eroi di Fort Worth). De Martino è stato lanciato dal produttore-regista Italo Zingarelli, e, come molti cineasti della sua generazione (pensiamo a Vivarelli, Deodato, Aristide Massaccesi…) quando girava, primo film Il gladiatore invincibile, del 1962, si dedicava anima e corpo al progetto, in una sorta di possessione…invincibile. Escogitando anche geniali idee produttive come quella di girare il peplum Gli invincibili sette nel 1964 rilanciando (primo di una interminabile serie) proprio quel numeretto aureo, 7, rubato a Sean Connery e a Steve McQueen, e arrangiandosi con sette attori semisconosciuti in mancanza di una vera star body builder, utilizzata invece in Perseo l’invincibile, con il culturista Richard Harrison. Fu lui a dare a un genere per lo più straniero, e che fino al 1963 veniva definito in Italia “gotico”, un nome nuovo di zecca, Horror, dal titolo di un suo film del 1963.  Intanto era diventato anche produttore, non proprio felice (“solo i napoletani con il loro cinema locale e musicarello si sono arricchiti con il cinema, nessun altro”)  e si sarebbe occupato sempre più spesso  di più direzione del doppiaggio (da La Dolce Vita, solo per ricordare un titolo dell’epoca d’oro del cinema a Dallas e Kojac), polemizzando con la nuova generazione dei doppiatori che mancando di eleganza e fantasia  utilizzano in modo sempre più noioso parolacce e gerghi dialettiali. E’ stato inoltre presidente di una cooperativa di attori, “perché con la Siae non si vive, e senza quel lavoro non avrei mai potuto sopravvivere, da quando il cinema in televisione nei primi anni 80 ha ucciso il nostro cinema popolare”.
A Marco Giusti, in una bella intervista registrata al cinema Trevi di Roma, in occasione dell’omaggio che la Cineteca Nazionale dedicò l’anno scorso al regista di L’anticristo e L’assassino è… al telefono (con una strepitosa Rossella Falk “la migliore attrice italiana in assoluto”), dopo aver chiarito che è sua e non di Castellari la paternità del celebre detto filosofico “al cinema un titolo funziona quando lo ascolti e pensi me cojoni, e non funziona se invece reagisci con sti cazzi” (il suo titolo più me cojoni? Il sessantottino Dalle Ardenne all’inferno) e aver svelato che il suo nomignolo sul set era “pisello” perché amava vestirsi di verde, confessò: “Mi ricordo la traumatica risposta dell’esercente alla domanda come aveva reagito il pubblico in occasione della prima di L’uomo puma nel febbraio del 1980: ‘quale pubblico!? in sala non c’era nessuno”. Era un certo tipo di cinema ad essere finito. 
Il tironfo di Ercole (1964)