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domenica 7 giugno 2015

Il cinema come partito d'azione. E' morto Callisto Cosulich, il navigatore della critica, a 93 anni


È morto a Roma Callisto Cosulich, giornalista e decano dei critici cinematografici italiani. Era nato a Trieste il 7 luglio 1922. Studente di ingegneria navale a Genova, coltivò subito la passione per il cinema. Imbarcato sull'Eugenio di Savoia come Aspirante Guardiamarina di complemento,
a bordo, Cosulich organizza per l’equipaggio proiezioni di film, anche censurati dal regime. Nel 1947 dà vita con Tullio Kezich alla sezione cinematografica del Circolo della cultura e delle arti di Trieste e partecipa alla fondazione della Federazione italiana circoli del cinema (Ficc). Dopo aver collaborato con Il Giornale di Trieste (testata de Il Piccolo durante il periodo del Gma) e con riviste come Cinema, Filmcritica, Bianco e nero, Cinema nuovo, Cinemasessanta, si trasferì a Roma dove divenne segretario generale della Ficc e membro del circolo dell'Anac. Con Enrico Rossetti fondò il primo cinema d'essai italiano, il Quirinetta di Roma, contribuendo in modo significativo alla diffusione dei film d'autore. Negli anni Settanta curò per la Rai cicli monografici su sport e cinema, sul cinema giapponese, sulla New Hollywood, su Billy Wilder, Ozu Yasujirō, Josef von Sternberg. Nel 1960 sostituì Vasco Pratolini nella rubrica di cinema del settimanale Abc, realizzando anche inchieste su politica e attualità. Un impegno portato poi avanti anche con gli interventi su Paese Sera e sul settimanale Avvenimenti e con diversi incarichi ministeriali nelle commissioni di esperti cinematografici. Tra le sue pubblicazioni Scalata al sesso (1969), Hollywood Settanta (1978), I film di Alberto Lattuada (1985), la cura del numero monografico di «Bianco e nero» Sessantotto e dintorni (1998). Membro di giuria nei principali festival come Berlino (1987) e Venezia (1996), si dimise dalla prima nel 1992 in polemica con l'Anica e con i produttori italiani che avevano preferito inviare a Venenzia tre film 
(Il ladro di bambini di Gianni Amelio, Morte di un matematico napoletano di Mario Martone e La discesa di Aclà a Floristella di Aurelio Grimaldi) già selezionati per la Berlinale. Cosulich è stato anche sceneggiatore (Flashback di Raffaele Andreassi, Terrore nello spazio di Mario Bava) e attore (Cuori senza frontiere di Luigi Zampa). E' appena uscito il volume Il coraggio della cinefilia. Scrittura e impegno nell’opera di Callisto Cosulich, a cura di Elisa Grando e Massimiliano Spanu, edito da EUT – Edizioni Università di Trieste, che esamina e sistematizza la produzione critica di Cosulich, catalogandone gli scritti e analizzandone lo stile, mediante una raccolta di testimonianze, immagini e un significativo numero di saggi firmati da docenti universitari, amici ed esperti del settore.


I funerali si terranno lunedì 8 giugno alle 12 nella chiesa degli Artisti di piazza del Popolo a Roma.


 "Perché ho fatto il critico cinematografico? L’unica giustificazione che posso addurre a conforto di una decisione che oggi più che mai dovrebbe apparire inconsulta, oggi che i critici di quotidiani e settimanali, quando trovano spazio, debbono limitarsi a compilare dei boxini e delle minicritiche, oggi che i mensili di cinema non li legge più nessuno, potrebbe essere data dall’aver iniziato la mia carriera non come critico, ma come organizzatore di Circoli del cinema. “Operatore culturale” sarebbe il termine attualmente in uso, un’attività che nell’immediato dopoguerra ti dava la sensazione di creare qualcosa, l’illusione di migliorare i gusti del pubblico, o di creare il pubblico di domani, e anche di soddisfare un tuo particolare capriccio: quello di renderti possibile la visione di film altrimenti invisibili” (Callisto Cosulich)

"Io ero un fan degli horror, Tullio Kezich dei western" (Callisto Cosulich)







Roberto Silvestri


Prima del manifesto leggevamo tutti, a Roma, Paese Sera. Il nostro Daily Mail. E il settimanale Abc. C'erano infatti, oltre alle foto politicamente più provocanti (non era ancora nato e poi presto chiuse il quotidiano demenziale La luna) le bellissime recensioni (e le polemiche contro i mali del settore) di Callisto Cosulich che andava al cinema (in tutti i cinema anche in quelli off off) e ai festival, non solo di regime, ma anche alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro allora eretica e blasfema, non solo con la testa ma con il corpo intero libero - secondo le indicazione di Pasolini e Ginsberg, che consigliavano di abbassava il baricentro della sensibilità estetica dal cervello a molto più giù - e insegnava a reagire alle immagini con tutti e sei i sensi (olfatto, udito, tatto, vista, gusto e... senso critico). Laico, loico.
Non c'era magistrato che non temesse di essere ridicolizzato da Cosulich, quando sequestrava un film. Solo con Ultimo tango a Parigi non ci fu nulla da fare. Ma quello è stato un blitz squadristico-giuridico ordinato dall'alto, i nomi e i cognomi li sapremo, da chi ordinò la strage della Banca dell'Agricoltura, l'eliminazione di P. P. Pasolini (come racconterà il film di Davide Grieco) e tante altre tragedie che hanno sfigurato il nostro paese.
Aspirante guardamarina di complemento
Quel corpo portava in sala buia una memoria storico-politica non indifferente (di chi aveva attraversato molte cose da scodellare ai giovani: guerra e resistenza, Cinema di Aristarco e il reticolo dei cineclub battaglieri di sinistra, il maccartismo e la sessuofobia di Greggi, le nouvelle vague e la new Hollywood sulla quale scrisse un eccitante saggio) raccontata con lo stile leggiadro calviniano, rinfrescante in anni di grammatologia e narratologia strizzacervello, ma deliziosamente distruttivo, blasé e impertinente, come noi, adolescenti in quel decennio magnifico, pretendevamo: almeno essere degni della cultura mitteleuropea radicale capace di mettere caos nell'orine anzi, come Schoenberg, Musil, Loos, Kraus, Schiele, Kafka... molto più caos quando regna troppo Ordine. Erano quelli gli anni di piombo il decennio prima del sessantotto. Solo chi non li ha vissuto non lo capirà mai.
Così Cosulich per esercitare la sua critica anti autoritaria (mai settaria, mai ringhiosa, più illuminista e tagliente nell'ironia che "espressionista") si portava dietro nelle recensioni anche molti libri, romanzi gialli e saggistica pulp, Ado Kirou, fumetti, comics, Hara Kiri, inchieste sociali sul campo, giornalismo a tutto schermo, icone pop ben maneggiate -  ne sa qualcosa Oscar, il figlio - perché c'erano sempre appassionanti interferenze elettriche da attivare tra letteratura bassa e immagini (visive e musicali) alte, e viceversa, per abbattere dal piedistallo sacro l'oggetto film, bisognoso di essere rielaborato dalla ricezione collettiva più sorprendente, viscerale e iconoclasta. Il finish dell'arte inizia con il The End. E quel che il film attraversa, la vita, va cambiata, in meglio, se no perché fare e vedere film? Per vincere le Grolle d'oro?

Callisto Cosulich (a sinistra) con Valerio Caprara (a destra)
Il metodo dava risultati estetici impeccabili. Se scorriamo un po' di titoli e icone d'affezione scopriamo più o meno l'attuale catalogo Criterion, la leader mondiale delle edizioni dvd per intenditori d'arte, e cioé, via via, Agnes Varda e Robbe Grillet, la Dolce vita, Elvira Madigan, Koji Wakamatsu, gli 007 e non Jacopetti, Brakhage, Godard e Resnais, Vilgot Sjoman, Ombre di Cassavetes, Makaveiev, Joaquim Jorda, Norman ailer e i grandi nude movies e blu movies di Warhol e Russ Meyer, Ruy Guerra e Glauber Rocha, Gangster Story di Penn e Mickey One, Riccardo Freda, Bunuel, Menzel, il suo amico Mario Bava con il quale lavorò come sceneggiatore e fu tra i pochi a difendere, e Alberto Grifi, che esaltà dalla Mostra di Venezia con entusiasmo da situazionista rimasto storico e indelebile: "Anna non è un film, non è cinema, è vita".  In questo senso Cosulich è stato una sorta di Amos Vogel italiano, l'autore del fondamentale Cinema come arte sovversiva, e solo Enzo Ungari morto prematuramente è stato il suo erede vero. Anche perché in un numero del 1969 tracciò una sorta di porno-geografia, che Ungari avrebbe approfondità a Cannes 1070 quando il cinema hard esplose sulla scia di pellicole destabilizzanti come Gola profonda. Gaetano Baldacci, direttore di Abc, lo spedì per qualche mese in Parlamento e da cronista politico affinò le sue doti di critico e individuò, nel testo audiovisivo, i “contesti” sociologici, economici, legislativi e politici che non tutti sanno cogliere.



Anche per questo ci piaceva di più il Paese Sera degli anni  Callisto Cosulich e Gianfranco Corsini. E poi perché se si ritagliavano dei "buoni sconto" nella pagina spettacolo si entrava al Nuovo Olympia, al Rialto e al Planetario pagando la metà. E perché era anti clericale senza essere anti religioso. E inoltre dopo Avola quel giornale del pomeriggio pretese a titoli cubitali il disarmo immediato della polizia e non degli scafisti che trasportano i profughi politici come succede di leggere oggi a sinistra solo perché i sondaggi dettano ciò che devi scrivere. Infatti il clima cambiò subito. E, a 68 inoltrato, i suoi cronisti e notisti politici iniziarono  a raccontare le stesse bugie degli altri sugli studenti aggrediti e sui gatti selvaggi alla Fiat, dando prova di essere ben degni di aspirare a diventare la futura classe dominante i media e di occupare oggi dei bei posti ai Tg senza che ancora nessun magistrato intervenga a fermarli e a zittirli. Quel Paese Sera stava nel frattempo scomparendo.  
Mentre il Paese sera di Cosulich ci piaceva anche perché vedevamo che gli horror movie e i film fantasy, la fantascienza di Antonio Margheriti e i western spaghetti di Questi e Sollima venivano trattati - non senza presumibili scazzi di redazione perché qualche stalinista ancora scalpitava - come "esseri umani" e non come immondizia (certo, ne scriveva Dario Argento, ma chi lo conosceva allora?) come succedeva invece su l'Unità e sul Tempo con stroncature di identica perfidia firmate Gian Luigi Rondi o Maurizio Liverani (ex Pci dissociato), Felice Laudadio o Sauro Borelli ... Anche allora non era questione di destra e di sinistra ma di quale destra e di quale sinistra si stesse parlando.
Poi c'era José D'Arcangelo, origine argentina credo, faceva un lavorone che gli ho sempre invidiato, perché, culo di pietra, scriveva, benissimo, tutti i minifilm in redazione (quelli a cui Callisto Cosulich aggiungeva poi le stelline e le segnalazioni del Sncci, il sindacato dei critici che in quegli anni si batteva ancora per cose più nobili della propria corporazione o dei film di regime da proteggere servilmente) e riusciva a strappare, ogni tanto, dei graditissimi spazi per fare pubblicità al Politecnico e al Filmsudio (come faceva l'indimenticabile Massimo Pepoli sul Messaggero). Aurora Santuari era invece la vice-critica, acidina, burbera, solo a tratti benefica, anche perché i vice in quegli anni diventavano tristi a forza di sbeffeggiare con la grammatica e con la sintassi i film che più odiavano perché glieli rifilava il "boss". Della vecchia scuola Pci, dalle Frattocchie avevano imparato che si doveva dire che il marxismo "non era un dogma ma una guida per l'azione" ma nel modo più dogmatico possibile, in modo tale che qualche antico aroma ultra sinistro potesse rievocare spettri dimenticati (il baffone) e delimitare ancora il fossato che divideva noi da loro, i rivoluzionari dai reazionari, quelli del partito contro i frazionisti trotzkisti del manifesto..... Il pci però non c'è più, il manifesto sì. Peccato che andando avanti con gli anni Aurora confondeva sempre di più la dicotomia, dando per esempio del fascista imperialista a Robert Aldrich dei Ragazzi del coro, cosa che Cosulich non avrebbe mai fatto perché considerava più che lecita la critica al capo della polizia di Los Angeles che per sterminare l'esercito simbionese aveva bruciato un intero isolato di South Central.
I triestini: Franco Giraldi (a sinistra), Callisto Cosulich e Tullio Kezich 
Rispetto a Rondi, Grazzini, Savioli, Casiraghi, Biraghi, Kezich e Micciché, Cosulich era più dalla parte di Chiaretti e di Morandini, "sciolto dal giuramento", senza perversioni gesuitiche o ambizioni di potere. Per esempio spiccava nel modo di fare con i giovani appassionati, curioso sempre di cosa ne pensassimo all'uscita dei film, disposto a socializzare la sua esperienza e le sue conoscenze, abile nello scodellare senza farsene accorgere due o tre cose tecniche che ci sarebbero state utili nella lettura dei "sensi in più" (collaborò anche con Filmcritica) di un film.  Credo che sia stato l'unico critico a non erigere mai barricate dentro il fronte progressista. Con Aristarco, Edoardo Bruno, Chiarini, Maselli, Abc (dove sostituì Pratolini), Umberto Barbaro (alla biblioteca Umberto Barbaro Cosulich aveva donato negli anni 70 il suo immenso archivio di articoli, ritagli e foto) si poteva stabilire un rapporto di unità nella diversità basato sul rispetto e sulla contrapposizione delle idee. Le idee sono pacifiche, la guerra non lo è. Come dice Brad Pitt in Fury. Non mi pare che la nuova generazione dei critici abbia ereditato questo valore del rispetto. Il rispetto e l'amicizia che c'era tra lui e Franco Giraldi, per esempio, è scontata, ma la stima tra Cosulich e Rossellini, per esempio, pur duramente criticato dal critico triestino? I nuovi critici non hanno né la capacità di fare fronte comune né di avere relazioni altrettanto rispettose con i cineasti che criticano. Anche i rapporti con i critici stranieri, nonostante l'Ue...peggiorano invece di migliorare: non succede più, neanche, che a Cannes i critici italiani arrivino in gruppo e lancino caramelle e cioccolatini ai colleghi stranieri in occasione della prima proiezione comune. Era l'usanza di Micciché, Cosulich, Kezich, Grazzini, Rondi. Un altro mondo.    
Il più bel libro di Callisto Cosulich