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mercoledì 10 giugno 2015

Cannes A Roma. "Masaan" di Neeraj Ghaywan, premio Fipresci a Cannes sezione Un Certain Regard. Al di là di Bollywood,Tollywood e Kollywood

Nikhil Sahni si getta nel Gange in Masaan


Roberto Silvestri

Un film indiano ha vinto il premio Fipresci (critici internazionali) e quello dell'Avvenire nella sezione Un Certain Regard del festival di Cannes. Si intitola Masaan, titolo internazionale inglese Fly Away Solo ed è l'esordio di Neeray Ghaywan. Siccome non si tratta del solito rimescolar le carte posmoderne giocando con gli stereotipi di Bollywood, come avviene nei film di Mira Nair e Peter Boyle, ma di un interessante esperimento controculturale, prepotente e egemonico, il film merita un discorso più lungo e una contestualizzazione più dettagliata. In questi giorni è in programmazione nella manifestazione Cannes a Roma all'Alcazar e all'Intrastevere.

L'India è vicina. Più di quanto noi non pensiamo. Non solo per le 5 caste, lì stabilite religiosamente, qui ereditate da un feudalesimo (più mafia e corruzione) millenario, più invisibile, ma non meno inossidabile (il 25% di super poveri è più o meno una identica percentuale).  Per la goffagine speculare delle rispettive istituzioni giuridiche  (caso Battisti/caso Marò). Perché le due società sono patriarcali e, maggioritariamente, conservatrici e e misogine.

Da noi qualche speranza di cambiamento di classe, di salto in avanti, in vita, c'è ancora. Almeno a giudicare dai telequiz. Basta scimmiottare idee e valori della classe dominante.  Ma in India è inutile fare i soldi, gli steccati aristocratici sono ferrei, la mobilità è morta. Anche chi, come i Sikh, rifiuta il sistema delle caste, si rinchiude nella propria comunità ma non rompe il giocattolo sacro. Non ci fosse la reincarnazione (come da noi il Paradiso dell'aldilà) a premiare con un salto di casta i più pii dopo la morte... Oppure il cinema, che premia sempre, in anticipo, i karma meritevoli.

Vicky Kausal nel ruolo di Deepak Chaudhary, l'ingegnere innamorato, figlio di un becchino
I problemi bellici in Kashmir, poi, occupata militarmente nonostante un'antica risoluzione dell'Onu, hanno costretto da anni molte produzioni di Bollywood, Tollywood e Kollywood (ovvero i tre poli produttivi di Bombay, che realizza circa 250 film all'anno; quello del sud-est indiano, in lingua  tamil e telogu, che produce 600 film all'anno, e comprende gli stati Andhra Pradesh, Télangana, Kerala e Karnataka; e infine, ancora più a sud, il Chennai) ambientate tra le montagne, a emigrare, a cercare location altrove. Svizzera e Austria hanno mangiato in un solo boccone la concorrenza italiana, per la lentezza con la quale le film commission e i politici locali analfabeti di media si sono adeguati agli standard dell'Europa più nordica. Perfino Paolo Sorrentino ha preferito la Svizzero allla Valle d'Aosta, al Veneto e al sud Tirolo /Alto Adige...Sarà bene occuparci di cinema indiano e seguire annualmente River to River a Firenze e altre manifestazioni simili. Perché anche il cinema indiano, così potente e gigantesco, ha qualcosa in comune con il nostro. E' difficilmente esportabile. Ha un desing grafico narrativo incomunicabile (diaspora hini a parte).

Se fossimo stati più rispettosi delle altre culture, per esempio programmando un numero superiore di film indiani in tv, e non solo di Bollywood (Anurag Kashyap, cavaliere delle arti e delle lettere in Francia nel 2013, è un nome proprio sconosciuto alla Rai? Mai sentito parlare di Ugly?)  ne avrebbe beneficiato di molto il nostro pubblico, il nostro prodotto cinematografico medio, la nostra bilancia dei pagamenti (e anche il trattamento riservato ai nostri marò, più risentito del normale a causa del nostro disprezzo culturale per un resto del mondo che si conosce mediamente malissimo). Possiamo sempre invertire la marcia. "Cambiare di passo", come dice il presidente del consiglio. C'è un'occasione.

Richa Chadda in Masaan pronta a cambiare il saari
Speriamo che tra i film selezionati per "Cannes a Roma" ci sia dunque questo film candidato alla Camera d'or. Masaan, opera prima di Neeray Ghaywan - che è stato l'assistente alla regia di Anurag Kashyap in Gangs of Wasseypur, visto proprio a River e River - è stato lanciato, in prima mondiale, proprio a Cannes. E' di produzione franco-indiana, Macassar/Sikhyar.

Non è un film di Bollywood, una grossa produzione di studio stampata da un unico cliché (colori metallizzati, ogni tre minuti una canzone, ogni sei un balletto, una pletora di ralentì e di zommate). Non è un film d'arte mozzafiato e rigoroso (sulla scia di Satyajit Ray, Mrnal Sen, Ritwik Ghatak, John Abraham...). Non è una piccola produzione indipendente no budget e miserabilista che sul mercato internazionale si compiace del proprio esotismo.  Ma è il prototipo di una quarta via.

E' un film pensato per il mercato internazionale non solo d'essai. Drammatico, umoristico, serio ma anche popolare. E che tocca, nel contesto, nervi scoperti dell'architettura morale-religiosa. Per esempio: i flirt e le relazioni sessuali extra matrimoniali non sono autorizzate. Ora in epoca Facebook come credere che un flirt possa causare disonore, cacciata di casa e suicidio? Ma non basta il messaggio edificante o combattente. Bisogna trovargli un punctum emozionale forte per trasformare un "prodotto medio" in medio-alto, il regista non ama "spezzare una lancia in favore". Detesta appendere immagini a una "problematica". Per apparire come un avanposto da nouvelle vague bisogna avere in mente una forma forte, un'immagine generatrice di turbativa all'immaginario publico dominante.

Il giovane regista indiano Neeraj Ghaywan
Anche perché la censura indiana è implacabile su sangue, parolacce, sesso e politica... Dunque bisogna scartare quell'aura da film radical chic di protezione e vedere oltre le apparenze. Il cinema non ha valore se non mostra la società così com'è. Ma l'astuzia della ricezione e il sottinteso ben congegnato dal regista fanno vedere cose che la censura non vede e non sente. Perfino un film porno che la protagonista femminile del film sta guardando tranquillamente sul suo computter. L'idea disturbante (che fa volar via il turbante) è pensare a un lavoro di routine da paria come bruciare cadaveri a ripetizione, considerare quei corpi come fantocci inermi o robot tutti uguali (in realtà è proprio la stessa idea di Laszlo Nemes in Il figlio di Saul) è improvvisamente rompere la routine, far irrompere come shock emotivo il corpo della persona amata "al di là della morte". Questa è stata l'immagine "madre" di tutte le sequenze del film di Ghaywan.

E così in Francia, Masaan esce nelle sale il 24 giugno. Tra i pochi film indiani esportabili.

Robusta è infatti l'impostazione e l'intenzionalità documentaristica. Il set è Benares (in indiano Varanasi), una delle sette città sante induiste, una località "più vecchia della storia, più vecchia della tradizione" (Mark Twain), a nord est del gigantesco paese. Centro mistico e funereo (è stata fondata dal dio della distruzione e della costruzione del nuovo mondo, Shiva), meta di pellegrinaggio induista (l'80% della popolazione della più grande, anche se castigata, democrazia al mondo), è il posto dove i vecchi vanno a morire, i vivi si purificano in attesa del salto di casta con la cremazione, ma che non è esente, nel frattempo, da laceranti ingiustizie sociali.



Richa Chadda, ex modella, femminista combattiva in Masaan 
Un fiume l'attraversa e sulle rive si accendono i roghi funebri. 50, 60 corpi al giorno vengono cremati. Lo stato di diritto ha non poche difficoltà ad esistere. Se non formalmente. Lo avranno ereditato dal colonialismo inglese che ha distrutto una società che nel 1700 aveva un reddito pro capite superiore a quello dei sudditi di sua Maestà britannica (Fabio Fazio ricordatelo: i crinini del liberalismo sono giganteschi. Non puoi permettere ai tuoi ospiti di dimenticarselo, anche se sono scelti tra "i grandi della Terra").

La polizia irrompe nella stanza d'albergo....
La corruzione in India come alla Fifa non si può combattere. Per ora. La polizia colpisce i poveri e protegge i ricchi. Anche perché gli eroi del film, due ragazzi, due ragazze, un bambino vispo e un vecchio intellettuale impaurito, vivono sui bordi del fiume Gange: in alto i potenti, prestigiosi e ricchi, Bramini, Khsatriya e Valshyia in basso, sui ghat, gli scalini che discendono sul fiume, gli shudras, i servi, e gli intoccabili, i paria dei paria, i senza casta, coloro che bruciano 30.000 corpi dei morti all'anno, e hanno il corpo nerofumo come all'inferno. Alcuni ghat sono proprietà privata secolare delle famiglie secolari, dei maraja che hanno costruito sontuosi edifici  e templi sul Gange. Se una cremazione costa 600 dollari, 500 vanno al proprietario del ghat e 100 all'operaio che materialmente la esegue.

Richa Chadda e il padre, l'attore Sanya Mishra
Dunque via le canzoni e banditi, per motivi religiosi, i balletti, che caratterizzano il format standard dei bollywood-movies. Resta il melò, ma ha il sapore acre e avulso, dei cadaveri bruciati.
Molti i roghi e i dettagli macabri. Sono i becchini e i figli dei becchini e gli amici dei becchini i protagonisti di queste tre storie intrecciate collegate solo dal fiume che le rispecchia.

Vediamo cosa racconta il film. Un piccolo orfano spiritato, Jhonta (Nikhil Sahni), nuotatore provetto, intraprendente fino all'incoscienza, che cerca affetto e almeno un padrino, sopravvive grazie al giro delle scommesse clandestine (si butta nel fiume e afferra più rupie possibili, lanciate sul fondale dal banditore mentre i maniaci dell'azzardo perdono tutti i loro soldi, come qui alle slot machine).



Vicky Kaushal e Shweta Triphani
Un professore universitario in pensione, Vidyadat Pathak (Sanya Mishra) è costretto dalla crisi a far traduzioni sottopagate, a scommettere sui bambini sub e a trasformarsi in bottegaio di cianfrusaglie per mantere la figlia Devi (Richa Chadda, l'ex modella lanciata in Gangs of Wasseypur 1 e 2), appena laureata, e molestata e concupita ovunque vada a lavorare, perfino alle ferrovie pubbliche. Inoltre si svena perché lei è sotto pesante ricatto poliziesco.
Scoperta in un hotel a far l'amore con il compagno di studi, fotografata discinta e minacciata di arresto per oltraggio al pudore (sic! neanche negli alberghi puritano-sabaudi succedono cose di questo tipo) è turbata e angosciata dai sensi di colpa perché il suo amante si è suicidato nel corso dell'incursione poliziesca, per non finire in carcere. Il padre di Devi è terrorizzato che la notizia trapeli, rovinandole per sempre la reputazione (altro sic!). E ne approfitta il perfido losco e disonesto ispettore della polizia Mishra.
Infine il romantico futuro ingegnere Deepak Chaudhary (Vicky Kaushal), figlio di becchini, che si è innamorato di Shaalu (Shweta Tripaty), una ragazza di casta superiore che lo ricambia e che ha deciso di fuggire comunque con lui, i genitori lo accettino o no, ma che non potrà avere mai....

A Cannes da sinistra Richa Chadda, il regista Neeraj Ghaywan, Shweta Tripaty e Vicky Kaushal
Le due tristi storie d'amore di Benares,  scavalcano il dramma (il duro contesto politico) e il melodramma (l'impossibile happy end che scatena le lacrime) perché comunque urlano un formidabile sì alla vita proprio in un luogo che ha un permanente contatto con la morte. Questo è il cuore ritmico del film, un grande sì alla vita fin dentro la morte, come avrebbe spiegato George Bataille. La tragica condizione della donna viene declinata attraverso l'evoluzione di questi amori impossibili (per veti di casta o di castità obbligatoria). Le due ragazze hanno personalità forti, però, sono intellettuali, raffinate, intuitive, passionali, esperte di poesia e informatica, donne moderne, ma non adeguatamente fiancheggiate da istituzioni che le arrancano dietro senza raggiungerle. Sappiamo che questa insorgenza femminile in India come altrove sta provocando una reazione di debolezza patetica negli uomini più deboli e insicuri, che reagiscono con buffi travestimenti (barba virile, mitra fallico, bandiera nero-nazi) e terrificanti atti di violenza vigliacca e squadrista. Ma la distruzione delle due coppie (è lei che muore questa volta, in un incidente di pullman, e il suo anello verrà trovato dal disperato Deepak tra le ceneri di un rogo sul Gange) forse feconderà qualcos'altro. Sono dieci anni che si parla di nouvelle vague indiana. Sarà la volta buona? In realtà ogni grande industria in crisi produce una generazione di iconoclasti costruttivi (come le new waves anni 60) che rivoluzionano tutto e aspirano a prendere il controllo della macchina e... non ci riescono. In Francia come in Brasile, in Polonia come in Inghilterra. Appena il restyling è completato ecco che arrivano le superproduzioni fresche a ricominciare da capo.

Richa Chadda
Il regista Neeraj Ghaywan viene dall' università critica dei blogger. Ha scritto su Bela Tarr, i Dardenne, Kieslowski, Pialat che, lui dice, sono i suoi modelli. Presa la laurea in economia e commercio aveva trovato un lavoro molto ben pagato e orrendo. Per fortuna Anurag Kashyap lo ha spinto violentemente alla regia (assumendono nella troupe e dandogli da girare il making off di Gangs of Wasseypur , a dimettersi dall'ufficio, a rompere con la famiglia e con la promessa sposa che Neeraj non amava, ma gli era stata imposta dalle solite rigide convenzioni sociali e religiose. C'è dell'autobiografia dunque in questa opera prima a basso costo scritta prima da solo poi  riscritta da Varun Grover (di Benares) e di nuovo modificata dopo un lungo soggiorno-inchiesta, ispirato dice il regista al metodo Haneke e Dardenne Bros,  intervistando gli intoccabili becchini del Gange e le it girls scatenate delle cittadine di provincia.

Nel frattempo, scossa dalla crisi di crescenza, il sistema Bollywood-Tollywood-Kollywood deve fare un salto di qualità o entrerà in crisi. La novità arriva dagli studi più grandi del mondo, secondo il Guinness dei primati, Ramoji Film City, proprietà del magnate della stampa Ramoji Rao, il William Hearst indiano, proprietario di una villa da nababbo con un giardino pieno di alberi e cespugli a forma di animali che sembrano opera di Edward Mani di forbici. Negli studi, che si estendono su più di ottocento ettari di terreno, a un'ora dalla quarta città più grande e popolata del paese, Hyderabad, capitale dello stato di Télangana è in post produzione l'iper kolossal in lingua telogu Baahubali, un fantasy dalle tinte anche sonore vivacissime, diretto dal quarantenne S.S.Ramajouli, ben 600 addetti agli effetti speciali, che, secondo gli analisti e anche secondo una bella inchiesta del mensile francese Sofilm cambierà la storia del cinema indiano. Il regista afferma di ispirarsi alla mitologia, al folklore (non solo indiano) e ai comics e il film è un adattamento di miti e leggende transculturali. Il budget è il più alto fin qui in India 45 milioni di dollari. Insomma una sfida alla Hollywood dei blockbuster digitali e in 3d. Sarà doppiato anche in tamil, malayalam, hindi e vorrebbe approdare nel mondo intero. Si vedrà.   
Vicky Kaushal, il figlio dell'addetto alla cremazione