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venerdì 12 giugno 2015

Jurassic World nell'isola perduta di Spielberg



Mariuccia Ciotta



Passeggiare nell'era giurassica non genera più meraviglia come accadde ventidue anni fa con l'opera pionieristica di Spielberg che ci mostrò il futuro del cinema nel salto all'indietro, verso il passato e oltre, coniato con il primo esperimento (dopo Tron) di computer-graphic. Riaccendere i sensi alla vista dei giganti prima del tempo è il problema di Jurassic World, quarto capitolo in 3D della saga ispirata al romanzo di Michael Crichton, progetto rimasto a lungo in stand-by, dopo la doppietta del regista di E.T e il terzo sequel firmato da Joe Johnston, grandi incassi ma poco fascino, datato 2001.

Molti anni e molti cervelli hanno covato le uova del T-Rex che si schiudono nei titoli di testa e promettono un nuovo prototipo, esemplare unico creato in laboratorio a base di innesti di Dna, pixel e motion-capture. A chi siano stati applicati gli elettrodi per ricavarne e-motion e movimento è un mistero, ma l'Indominus Rex, per gli amici I-Rex, è nato, ha la pelle biancastra, i geni selezionati dalle miglior specie, rapidità da velociraptor, capacità mimetica, potenza massima e un tocco eccentrico ricavato dal genoma di seppia.

Il mostro celibe, incapace di relazioni (ha divorato il fratello clone) fa spavento per un dettaglio: non è un dinosauro. E' un ibrido, un tecno-animale dall'intelligenza artificiale.

Qualcosa di innominabile deve essere finita nella pentola del genista capo Henry Wu che se la gode nel laboratorio annesso al parco tematico Jurassic World come ogni scienziato pazzo pagato bene, e di cui si trova traccia nel filone Isola del dottor Moreau e nella cronaca. 
Chris Pratt
 

L'idea è buona. E anche lo slogan, “Più denti”, alla base del rilancio dell'Isla Nublar, al largo del Costa Rica, dove Crichton immaginò di aprire il villaggio turistico per grandi emozioni e dove il magnate entusiasta John Hammond (Richard Attenborough) sognò una convivenza ludica con i rettili preistorici. “Più denti” è la richiesta del pubblico che vuole sempre nuove attrazioni e spinge ogni parco a tema a sfornarne di più spettacolari, anche a costo di sfigurarne l'anima. Metafora dell'esistente, vale anche per l'ingordigia da botteghino. Se ne avesse meno di denti, Jurassic World sarebbe quasi all'altezza di un altro sequel spielberghiano, Lo squalo 3, scritto dall'insuperato scrittore di Science Fiction Richard Matheson.

“Divergenze tra l'Universal e gli sceneggiatori” è il motivo ufficiale dei tredici anni di attesa e l'alternarsi di nomi importanti (tra cui quello di John Sayles) fino alla scelta di un quasi esordiente, Colin Trevorrow, al suo secondo film dopo il premiato al Sundance 2012 Safety Not Guaranteed, non a caso, un viaggio sulla macchina del tempo. Il trentanovenne regista (co-sceneggiatore insieme a Derek Connolly) ha scelto il set di una immensa Disneyland con una sola area tematica, Adventureland, abitata da pacifici maestosi erbivori, plasmata sul modello zoo-safari, visitabile a bordo di “girosfere”, veicoli a forma di palla trasparente, e dotata di uno spazio per bambini invogliati a cavalcare mini-dinosauri proprio come accade ad Anaheim (con i pony). Set, lo zoo di San Diego, tra i più belli del mondo, i paesaggi verdeggianti delle Hawaii (l'isola di Kauai), le pianure d'acqua di New Orleans... 


L'orribile macelleria di Jurassic Park si muta in paradisiaco mondo della creatività invaso da decine di migliaia di visitatori nella luce radiante del Pacifico e sulle note esuberanti di Michael Giacchino che, come tutto il film, rende omaggio al capostipite della serie, e cita il leit-motiv di John Williams. A rinsaldare l'effetto remake è Chris Pratt, il protagonista del blockbuster anomalo dell'estate scorsa, Guardians of Galaxy, ironico danzante reebot di Guerre stellari.

Ma, ci vogliono “Più denti” e Jurassic World si piega ai diktat dell'Universal. Non prima però di aver scodellato il pezzo forte dello script. Owen Grady (Pratt), istruttore di velociraptor, anziché di delfini, è in grado di comunicare con i feroci e snelli dinosauri, battezzati Blue, Charlie, Delta e Echo, sottomessi dall'imprinting, ammaestrati e ubbidienti (quasi) al “maschio Alpha” davanti a una folla sbalordita e all'eccitamento dell'affarista Vic Hoskins (Vincent D'onofrio, The Cell, Men in Black) che li vorrebbe reclutare al posto dei marines per un business di guerra.

Il contatto uomo-animale si produce nell'impossibile non solo perché riscrive la (prei)storia, ma perché prefigura il rapporto con il “selvatico”, la bestia che non si può addomesticare, tranne se al posto della frustra a battere sul muso non sia una carezza. E siamo dalle parti di Dragon Trainer, il cartoon. 
Owen Grady, il domatore di velociraptor


A spazzare via l'incantesimo arriva la fuga e la caccia all'Indominus Rex, così furbo da strapparsi dalla carne il chip di rilevamento, e il film perde d'intensità con le scene dejà vu. Due ragazzini inseguiti dal colosso dentuto, peripezie varie con addetti al parco divorati a decine, il boss di turno (indiano) della Masrani Corporation che oscilla tra la protezione dell'investimento miliardario e quella dei visitatori aggrediti dai dinosauri “cattivi” in combutta genetica con il bestione, il nerd imbranato (anche se per una volta è una lei), e tutti gli avidi malefici fatti a spezzatino.

La nota dominante, però, resta la fanta-commedia, un gioco di rimandi con la memoria cinefila, a cominciare dalla solerte Claire (Bryce Dallas Howard), capelli rossi come il padre (Ron), responsabile delle operazioni del parco, che da signorsì in tailleur si trasformerà in amazzone accanto al tenero macho Owen, pronta a sfidare stormi di pterosauri in una sequenza-tibuto a Hitchcock pur di salvare i nipotini.

Altra strizzata d'occhio riservata al maestro Spielberg sta nell'”attrazione” Mosasauro, coccodrillone nutrito a squali che, appesi a una gru, lo fanno balzare a fauci spalancate dalle acque di una immensa vasca. Promozione del tour agli Studios Universal dove campeggia l'icona di Jaws


Il kolossal costato 150 milioni di dollari (più dei tre precedenti) rischia nella sua vocazione meta-cinematografica di perdere proprio la meraviglia che non è mai una formula, come credono gli executives. Se non fosse per l'imprevisto, il fuori fuoco, l'incertezza emotiva degli esseri resuscitati per incontrare l'uomo, per scambiarne lo sguardo amorevole che li sedurrà tanto da tradire la specie e l'ordine devastatore del “figlio della provetta”, l'unico alieno, lo snaturato killer per piacere.

Spielberg, produttore esecutivo, innesta suggestioni originali (la sua “unica” idea) come la corsa degli uomini in motocicletta affiancati dai velociraptor, un affresco videoarte nel buio della giungla. E nel finale ci vuole lo striscione scolorito di Jurassic Park per dare un fremito di nostalgia e ricordare il senso liberatorio della generazione New Hollywood e il gioco anarchico delle immagini. E' il T-Rex stilizzato nel celebre profilo, ombra cinese in fermo immagine, a riprendersi il podio nell'ultimo ruggito solitario in cima all'Isla Nublar, l'isola che non c'è.