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sabato 30 novembre 2013

Il doppio scandalo di Emmaus. L'esordio a Torino Doc di Claudia Marelli

Roberto Silvestri

Lo scandalo di Emmaus. A Emmaus, villaggio vicino a Gerusalemme, di difficile ubicazione oggi visto il situazionistico  ridisegno topografico della Palestina/Israele, Gesù ricompare non riconosciuto e non spettrale a due suoi discepoli, dopo la Resurrezione.

Caravaggio ricorda quella cena con due dipinti, in uno di questi l'aureola è addirittura visualizzata in negativo, nera come un'ombra, nell'attimo dello sconvolgente riconoscimento, quando quel signore in rosso benedice il pane e il vino. Sono gli ultimi bagliori di un crepuscolo terreno. Ma c'è una promessa di redenzione, di estasi, di gabbie e sbarre spezzate in quel frame...Pre-tomba e oltre tomba penetrano l'uno nell'altra e si potrebbe perfino ipotizzare un post-tomba.

L'associazione sarda Casa Emmaus di Iglesias, in località Palmieri, è una comunità terapeutica di campagna che si occupa di riabilitazioni gravi. Affiancando il movimento omonimo fondato dall'Abbé Pierre e basato su un concetto scandaloso di carità cristiana, mettersi dalla parte degli ultimi per poi risalire la china insieme, questo centro, totalmente laico, è concentrato soprattutto sulla riattivazione delle facoltà più socializzanti e del rispetto di sé di chi sconta la pena fuori dal carcere o cerca di ricollocarsi nel consesso civile attraverso il lavoro, utile e biodinamico, come l'allevamento dei bovini e dei suini, e la cura, attenta e ritmica, dei campi.

Non è un caso che crescenti problemi finanziari dovuti ai tagli gometrici e meccanici della spesa sociale, soprattutto nella Sardegna gestita della giunta di Ugo Cappellacci, come vediamo nei tg di questi giorni, stiano mettendo in crisi questo modello di prestigio internazionale.  

Il secondo scandalo di Emmaus. Emmaus, l'opera prima della giovane cineasta Claudia Marelli, cagliaritana che vive a Roma, non ha però nulla del servizio giornalistico descrittivo e di denuncia. E' molto più un chant d'amour. Inebriato di ironia e di partecipazione emotiva. Senza erotismo niente reportage. E aggirandoci per le terre del Sulcis aggredite con particolare  sadismo sul versante disoccupazione e chiusura delle miniere, il gesto ha un che di egemonico e provocatorio.

La regista Claudia Marelli
Richiamata nelle sue terre anche per raccontare questa istituzione e le sue metodologie terapeutiche d'avanguardia, grazie a antiche amicizie, Marelli chiede a Giuseppe D'Amato di catturare tutti i suoni registrabili per ampliare il visuale e farne immagine e a Vic Chesnutt (autore delle musiche) di immaginarsene un altro, di mondo. Tutti questi strati sono mixati in digitale, con un montaggio finale di 85'. Una rapsodia fabbricato poi in sala montaggio assieme al complice Pietro Lassandro, nel pieno rispetto del primo comandamento di Jean Marie Straub-Daniéle Huillet o Bela Tarr o Tonino De Bernardi (dare tempo agli occhi, affinché tornino a guardare corpi, vento e paesaggi, invece che a sbirciare il nulla orpelloso) e di Alberto Grifi (assumersi la responsabilità di rovesciare sempre le gerarchie degli sguardi, non burattinizzare mai il tuo soggetto). Tonino in sala approva. Siamo per un attimo tornati al Tonino Film Festival. E non a caso i più fortunati vedranno a Torino anche il suo nuovo poema, Hotel de l'Univers.

Claudia Marelli
Il film diventa così uno di quegli oggetti fuori dogma, impropri e avulsi come quell'opera d'arte della Collezionista di Rohmer, imprendibile perché affilate lamette taglierebbero le mani. Un reportage obliquo, indiretto e impertinente rispetto ai format consentiti, dedicato non tanto alla narrazione didattica di questo benemerito centro malessere, quanto alle interferenze esistenziali, oniriche, sessuali e mnemoniche di tre suoi ospiti, Antonello Manca, Angelo Sardu e Fausto Serra.

Con i quali Claudia Marelli riesce a giocare allo scambio serissimo dei ruoli. Ipnotizza e si fa ipnotizzare. Qui avviene la vera eresia, l'originalità dell'operazione che attraversa sempre un bordo, quello tra ciò che si sa controllare e l'incontrollabile.  Equivalente al rovesciamento della prima legge della robotica di Asimov. Come il robot non può mai nuocere all'uomo il regista non può mai innamorarsi del soggetto del suo film. Ma Godard ha insegnato a gestire anche questo peccato capitale, con Anna Karina. E qui avviene qualcosa di simile. La camera digitale passa alla persona ripresa e la regista viene coinvolta, imprigionata nell'inquadratura, fucilata nello shooting, ripresa in primissimo corpo, 
in Emmaus.

I tre protagonisti, tra la cura di un maialino e una bella gita al mare, ricordano, qualcuno quasi solo con gli occhi e il silenzio, i gesti e la catatonia, altri con l'imponenza metrose del proprio corpo scolpito, il loro passato di rapine e omicidi, l'infanzia difficile, le sbronze e le risse, la violenza istigata, perché già si viveva un quotidiano isolano fatto di gabbie e recinti dentro gabbie e recinti, prima ancora di essere presi adolescenti e messi in cella per sempre.

venerdì 29 novembre 2013

Pays Barbare. Colonialismo storico e decolonialismo mediatico. Yervant Gianikian e Ricci Lucchi, combattenti urlanti




Roberto Silvestri

Senza fare i conti con il nostro rimosso coloniale (perfino con quello nobile, che so, i tanti operai italiani morti nella costruzione della diga di Kariba, Tanganika, 1960) il paese non può crescere. Resterà uno dei Pays Barbare. Come quelli europei che pensano che a fotografarci, nel profondo dell'anima, sia solo il Pil. Ma attenzione. I "Pays Barbare" sono più di uno anche in un altro senso. C'è un'Italia coloniale, poi l'Italia imperialista fascista e quella postcoloniale di oggi, dal mediterraneo trasformato in cimitero acquatico, democratica ma non per questo meno barbara.
Etiopia 1936-1937. L'aprite a lungo negata

Pays barbare è il titolo di uno di quei film documentaristici obliqui, fiction non fiction, che da soli valevano un viaggio a Torino, al primo festival di Virzì, che deve avere cambiato idea e contegno, per fortuna, da quando ironicamente sbeffeggiava Gianni Canova che gli rimproverava, 15 anni fa, di rappresentare un cinema interessante, nel filone della commedia seria, ma estraneo alla ricerca e alla competizione internazionale, perché 'mancante di sguardo'. Abbiamo perso Antonioni dal nostro cinema.

Camicie nere
Questo film vede, come Antonioni, cose che agli altri sfuggono. Ed è proprio un duro confronto e combattimento di sguardi urlanti che mette in scena: occhiatacce, osservazioni pertinenti, sottolineature sarcastiche, avvicinamenti di macchina, chiusura delle palpebre, rallentamento di visione, occhi al cielo o sgranati, ripetizione di fotogramma, insomma sguardi politici lanciati contro e sopra gli occhi prensili, violenti, machisti, paternalisti, lubrichi, sessisti che si posano sulle prede del colonialismo, siano uomini, donne paesaggi o animali, attraverso filmati di autoglorificazione dell'impresa imperiale, che esibivano, si vantavano e si compiacevano sonoramente della propria degradazione.


Un aereo costruito da Caproni
Un intervento di alta politica, per parole e immagini, sguardi e grida, su una delle pagine più buie e vergognose della storia d'Italia, la guerra d'Africa. Sezione Tff doc, quella affidata a Davide Oberto, all'interno di un focus speciale dedicato, parole del curatore, alle "tematiche coloniali e postcoloniali della storia soprattutto europea, perché pensiamo sia un modo per dotarsi di strumenti fondamentali per capire molti aspetti della contemporaneità (dalla costruzione delle identità nazionali e non, alle questioni legate alle migrazioni). "Il film che ci ha convinto a seguire questo percorso - scrive Oberto nell'introduzione al catalogo -  è The Stuart Hall Project del co-fondatore del Black Audio and Film Collective, e gigante del cinema documentario, John Akomfrah, dedicato alla figura di Stuart Hall - creatore dei cultural studies e uno dei teorici più acuti del nostro tempo insieme a Noah Chomsky, Michel Foucault e Susan Sontag. Nel focus, Pays Barbare, il grido lancinante che Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi levano per squarciare il silenzio sul passato coloniale e sul presente barbarico italiano". Questa volta dunque la camera analitica di Gianikian e Ricci Lucchi si dirige verso il punctum mica tanto simbolico del problema Italia. 

Il triangolo delle Bermude del nostro immaginario più nascostotrascurato, è la triplice avventura di rapina Libia-Etiopia-Somalia, che precede, però, certo si si sovrappone, ma anche segue il ventennio fascista.

Dalla ritrosia ad aggredire la Tripolitania del premier Zanardelli alle sfuriate del premier socialista Craxi contro i nostri puzzolenti pieds noir, per l'avidità smisurata, a Mogadiscio; da Omar Moukthar impiccato  e dai campi di sterminio per patrioti tripolitani alla iprite dispersa dagli aerei Caproni nel 1936-1937 su vecchi-donne-bambini, dalle banane rubate dai nostri maldestri importatori di Somalita, alla 'festa per il mio caro amico Gheddafi'; dall'odioso Galliani che traffica subdolamente con Pretoria apartheid per truffarci coi decoder di Silvio (la reputazione se l'è persa lì) alla cascata di fango gettata dai teppisti con l'ipad contro il ministro Cécile Kyenge... la sindrome imperialista-fascista non è stata però la sola responsabile di una malattia interiore virale, il nazionalismo razzista, epidemia più arcaica, profonda e pericolosa delle altre (dell'anticomunismo, per esempio, che ne fu solo una delle forme), perché non smette di incrementare le vittime e offuscar le teste, leghiste o grilline o veltroniane che siano. Il chinino non può farci nulla, la febbre si espande anche al di là delle frontiere. E, diffondendosi, tra Le Pen, Alba dorata e Forza Italia, sbriciolerà l'Europa internazionalista sognata da Olof Palme e Dag Hammarskjold (tò, uccisi tutti e due dai neonazisti).  


Abbiamo oggi un'occasione d'oro per ristabilire almeno il nostro equilibrio psicofisico. Non sono gli spettri dei nostri crimini quei signori e quelle signore che si aggirano per le fabbriche e per le strade comunali e extra comunali d'Italia. Sono lavoratori in carne ed ossa, cittadini del mondo immigrati, oltretutto una buona fetta di Pil, avrebbe aggiunto il premier cristiano democratico tedesco Helmut Kohl. Depennare subito la Bossi-Fini dalle nostre teste, ecco il disegno. Ma come fare? Non è un atto parlamentare. Si tratta di una rivoluzione psichiatrico-culturale.


Mussolini a Tripoli
Piazzale Loreto ci fece fare un grandioso passo politico in avanti. Non per l'esposizione dei corpi giustiziati. E neanche per l'imposizione, timida e poco numerosa, di quei pugni chiusi a salutare sorridenti in macchina da presa un ordine nuovo più gramsciano in quella radiosa giornata di sole. Ma per le armi che il popolo in quel momento ancora maneggiava sui carri e sui pullman che passano sugli sfondi. Gliele toglieranno presto. I passi in avanti etico-culturale sono più lenti e vanno fatti in comune.

C'è da chiedersi per esempio, tornando indietro nel tempo, come mai dopo il fosco caso Matteotti, Mussolini che si era vantato spudoratamente  di averlo fatto assassinare, riuscisse a rimettersi letteralmente in sella, facendosi riprendere e fotografare a cavallo (leggendo l'autobiografia di di un'ufficiale dell'epoca, Amedeo Guillet, le bellissime scene a Tripoli di Mussolini a cavallo, diventeranno un vero spasso) solo trascinando il paese nell'impresa imperiale, alla quale aderirono entusiasticamente perfino i più critici e i frondisti. L'alta missione spirituale che unì il nostro popolo quale era? Non più di un: mica siamo più fessi degli inglesi, dei portoghesi, dei tedeschi, dei francesi, degli olandesi e dei danesi.  Vendichiamoci, come Hitler, delle umiliazioni di Versailles. Come se in quelle trincee non fossero morti e non avessero combattuto dalla nostra parte, al fianco dei nostri negri di colore bianco, migliaia e migliaia di soldati negri di colore nero. I 10 milioni di morti bisognerebbe iniziare a raccontarli meglio, blocco su blocco.

C'è qualcosa che non va, dunque, un bel po' prima e un bel po' dopo del Dux. Un bubbone maligno che va rimosso. C'è, ma non si vede. E' da molto tempo che dialogando con un brutto presente, sempre più catastrofico, i nostri due cineasti, chirurghi dell'immaginario, combattono per tutti noi una guerra di civiltà contro le immagini (anche mentali, anche sonore, anche subliminali) che ci avvolgono e ci intossicano esizialmente, e che hanno avuto il compito, per più di un secolo, di nascondere quel che è successo, di mistificarlo, deviarne il senso, imbellettarlo, truccarlo, falsarlo. Reportage televisivi, film commerciale e d'arte, saggi storici, libri scolastici, foto e collezioni private di oggetti esotici, chiacchiericcio da talk show, documentari ufficiali, ma anche home movie, romanzi autobiografici... Una valanga di cazzate, direbbe Celentano, che, come telespettatori o lettori, ci obbligherebbero a pretendere un salario di cittadinanza piuttosto cospicuo, visto che, infarcite come sono tutte queste informazioni deformate di spot pubblicitari, contribuiscono (come sosteneva Alberto Grifi) ad alzare anche i prezzi dei beni di consumo indispensabili alla sopravvivenza.

Questi due cineasti esploratori, muniti delle armi da fuoco degli artisti, una tavolozza di colori con cui ricolorare i frame, gli ingrandimenti ove necessario per mettere in primo piano ciò che l'inconscio nasconde e il tempo che passa uccide, una maestria musicale nel controllo dei tempi del rimontaggio - Marco Bertozzi, autore di un bel libro sulle immagini perdute e le visioni ritrovate (Recycled cinema, Marsilio) la chiama la potente macchina ermeneutica, e questa camera analitica che interviene plasticamente, cromaticamente e nella rimessa in quadro, è simile a quella usata in Ghostbusters per domare spettri e fantasmi - dopo aver trovato, da cacciatori provetti di archivi anche domestici, diversi film privati di un medico, iniziano a catalogare il materiale.

Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi a Locarno
Il corpo del Duce sul selciato di Piazzale Loreto e poi di nuovo vispo condottiero a cavallo con la spada sguainata, pronto all'impresa militare, parate nelle strade moderniste di Tripoli, con tanto di ascari, gli eritrei cavallerizzi abili e nemici feroci degli etiopi, vedute aeree dell'altopiano nemico, il corpo nudo e il volto sorridente delle donne, prede di guerra; i bombardieri che scaricano gas chimici...

Ormai le nostre autorità militari non negano più l'uso infame di quelle armi di sterminio di civili. Anzi. Ci hanno messo  più di 70 anni per trovare la scusa per quella iprite. E adesso per salvare la memoria di Montanelli bisbigliano e minimizzano: "Non è stata che una trascurabile arma insignificante utilizzata a vittoria ormai avvenuta. E poi è stata utile nella guerra di trincea, ma spargerla dall'alto era troppo pericoloso perché il vento la poteva sospingere verso le zone occupate dagli italiani...".

Mussolini a Tripoli
Ma la cosa più sconvolgente rispetto ad altri affreschi storici rifotografati dalla camera analitica, restaurati e riportati all'originale e celata verità dal duo scientifico-alchemico Gianikian e Ricci Lucchi (Il fiore della razza, del 1991, Prigionieri della guerra, del 1995, Lo specchio di Diana, del 1996, Oh! Uomo del 2004) è l'indignazione crescente che apre una pista sonora parallela alle immagini, con un testo furibondo, una voce (anzi più voci) fuori campo che viene ridefinita nella messa a fuoco e un trattamento di questi testi e di queste voci altrettanto manipolato (raddoppiati, rallentati,  scardinamento del rapporto sintattico rispetto a ciò che si vede. Insomma il letterario non ha mai il posto di ocmando sul visivo). Pays barbare, produzione solo francese, 65', ha insomma per la prima volta bisogno di un testo obliquo, che non ha mai funzione didattica, ma di rafforzamento emotivo, affinché sia facilitato il lavoro dello spettatore, cui è affidato da sempre il finish di editing finale, e che deve imporre alle sequenze la propria cadenza, la propria andatura. E' un detour rispetto ai film precententi e alle istallazioni voice out di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, che del recycled cinema sono i maestri riconosciuti. Qui la voce fuori campo combatte altre voci in campo.

"Racconti d'amore" tra i fotogrammi. La prima volta di Elisabetta Sgarbi

Racconti d'amore
Mariuccia Ciotta

Il passato si fa presente tra la nebbia dei canali, revenant venuto dalle acque, nelle due opere di Elisabetta Sgarbi, Quando i tedeschi non sapevano nuotare, e Racconti d'amore, presentati al Festival di Roma (in attesa della versione in dvd).

Ferrara, città e provincia avvolti nel vapore fluviale, già visione onirica, è protagonista sia del documentario sia del film di narrazione (produzioni Betty Wrong, più Rai Cinema per il doc), un esordio che si affianca alla lunga lista di titoli del direttore editoriale Bompiani.

La memoria di una Resistenza possibile, nascosta nelle zone del Delta, torna a segnare la storia di oggi, e fa rivivere i suoi partigiani, quelli della pianura, inimmaginabili e oscurati, eppure combattenti e testimoni dei tanti nemici portati via dalla corrente. Il Po è lì a far scorrere i frame di una realtà riscritta dagli storici e documentata attraverso i volti dei sopravvissuti in Quando i tedeschi non sapevano nuotare (sceneggiatura Sgarbi-Eugenio Lio). Dopo Paisà del Polesine e del Basso Ferrarese resistenti poco il cinema ha indagato. 
Racconti d'amore
 

Gli spettri del fiume lievitano negli occhi della regista e si trasformano in attori speciali per Racconti d'amore, quattro storie “durante la seconda guerra mondiale” dove il luogo si materializza, si fa carne e ossa, e dichiara la sua avventura interiore, al di là delle armi e della morte.
Primo capitolo, Due partigiani, amanti traditi da una delatrice, scritto da Sergio Claudio Perroni, osa la recitazione del testo letterario con Michela Cescon, Andrea Renzi, Ivano Pantaleo, Laura Morante, e produce il primo effetto straniato. Seguono Un fuggiasco, il partigiano salvato da due staffette, che affida il testo di Fausta Garavini alle voci off di Sabrina Colle e Tony Laudadio (protagonisti insieme a Anna Oliviero); Micol Finzi-Contini nell'eco del “giardino” di Bassani, con Elena Radonicich sonnambula sulle orme di Dominique Sanda, cameo inquieto per Rosalinda Celentano, voce recitante, Toni Servillo; Un pescatore di Pila, l'innamorato illuso di conquistare la più bella del villaggio, scritto e recitato da Tony Laudadio (con Anna Oliviero e Maurizio Giberti).



Franco Battiato e Elisabetta Sgarbi al Festival di Roma
Il quartetto condivide la stessa sostanza fantasmatica, le figure dai contorni incerti, fuse nei paesaggi, connesse da un movimento fermo e dalle possenti armonie spiritual di Franco Battiato, ispirato dai soli appunti aniconici inviati da Elisabetta Sgarbi che gli ha proposto una totale autonomia.

Composizione a quattro linee parallele che ogni tanto si toccano e poi divergono, quasi un Miles Davis d'epoca rock, Racconti d'amore è un ibrido per immagini, recitazione, letteratura e suono, quattro piste dichiarate, cinema fuori canone che disorienta quando musica e letteratura schiacciano nel fondo la presa diretta dei suoni “live”.

Film che va alla ricerca di un rapporto d'amore tra forme d'arte costrette a incontrarsi in uno stesso fotogramma. E a vagare in cerca dei quattro punti cardinali, inesistenti nella carta geografia del cinema. 
Elisabetta Sgrabi
 

giovedì 28 novembre 2013

Dalle parti di Sant'Elena... 37°4 S di Adriano Valerio vince Corto Dorico 2013

37° 4 S di Adriano Valerio


Roberto Silvestri

Si ricomincia ancora dal vento dell'oceano Atlantico del sud, dai colori gelidi e dal paesaggio verde-grigio livido che ci ricorda l'opera prima di  Marco Bechis, Alambrista.

Riaan Repetto in 37° 4 S
Da un non luogo nascosto dalle alte e inquietanti onde oceaniche, da un arcipelago sperduto di 7 isolette vulcaniche disabitate che fu avvistato per la prima volta nel 1506 da un navigatore portoghese, che non vi sbarcò neppure, ma che gli diede il suo nome, Tristan da Cunha, battezzandolo di passaggio, ed è più vicina a Città del Capo che alla Terra del fuoco: a 1750 miglia a est c'è il Sudafrica.

Non è facile arrivare fin laggiù, anche le baleniere ormai non vi attraccano più. Bisogna avere un po' di Werner Herzog nell'anima. E neppure è semplice ottenere il permesso per sbarcare (senza aeroporto, senza porto...), figuriamoci per girare film da queste parti. Bisogna ringraziare "Medicine senza frontiere" e in particolare il dottor Loran Bonnardot, che lì ha una postazione speciale da sei anni per gli speciali problemi endogamici che affliggono la comunità più 'lontana' da tutto e che ha fornito al regista i lasciapassare necessari.

Qui è problematico attraccare, e senza barchette che ti raccolgono dai battelli sudafricani niente da fare, come a Filicudi. Essere poi accettati per girare film sperimentali... Bisogna convincere, sedurre gli abitanti, trasformarsi in uno di casa...  Risiedere a lungo nel luogo. Giocare a golf. E questo è un bene. Così si guarda molto, prima di girare. Ci si immedesima con il ventoso paesaggio. Non lo si sfrutta una botta e via, da marines dello spettacolo exotic. E per fare cinema bisogna guardare molto a lungo, osservare bene. Se si è responsabili.

Gli abitanti di una delle sette isole dell'arcipelago che si chiama proprio Tristan da Cunha, non sono neanche trecento. Anglicani per lo più, ma anche cattolici. Parlano, se parlano - i tipi sembrano di poche parole -  inglese, perché poi furono gli inglesi a controllare politicamente tutti gli scogli dalle parti di Sant'Elena, che dista solo 1350 miglia più a nord. Non si sa mai. Altro che l'Argentina di Papa Francesco. E' qui la fine del mondo. 

il golf nell'isola Tristan da Cunha
Gli inglesi per controllare Tristan da Cunha e Bonaparte vi cacciarono un italiano, Tommaso Corri, che assieme a due marinai americani si era autonominato padrone del posto (c'è un lago, dunque acqua dolce). Comunque due dei sette cognomi presenti nell'arcipelago sono ancora italiani, Repetto e Levarello, originari di Camogli e qui dal 1892. Gli altri 6 fondatori maschi della colonia hanno tutti nomi angloamericani (anche Swain), a parte un olandese. La colonia era scappata tutta nel 1961, a causa di una eruzione devastante (c'è un vulcano turbolento). Ma tornò laggiù nel 1962....

L'attracco pericoloso
Tra questi abitanti, contadini, marinai e pastori, ci sono infatti Nick (Riaan Repetto) e Anne (Natalie Swain), giovanissimi, ma innamorati da sempre. Cinguettano preferibilmente ai bordi di una piscina senz'acqua, che nello stereotipo del cinema d'arte dice tutto sul vuoto esistenziale, il no future, l'aridità emozionale di un paesaggio arido e cupo che costringe all'incesto tribale obbligatorio (l'endogamia fa brutti scherzi, come li ha fatti nel Sudafrica apartheid,  e diffonde asma e glaucoma, causati da inevitabili matrimoni fra componenti sempre più imparentati) anche per la fine di ogni velleità turistica. Pochissimi anche i visitatori estremi. Ed è un peccato. C'è tanta pace, e le aragoste sono rinomate, quanto ricarcati i francobolli, rarissimi, made in Tristan da Cunha.

Anne, però, non ne può più. Vuole abbandonare l'isola, per studiare a Londra. Nick, invece di seguirla (tra il tifo da stadio del pubblico) tanto più o meno si sopravvive a Londra in un modo o nell'altro, è terrorizzato, e fa uscire da sé tutto il conservatore passatista che è in lui. Oltretutto il Liverpool, la sua sua squadra del cuore, ha venduto Torres, e quanto a Suarez gli basterà chiamare la barca che sta fabbricando con il suo soprannome, 'G-Force', invece di utilizzare il melenso "Anne", e veder i suoi goal in tv. Insomma. Non se la sente di lasciare il suo borgo,
Edinburgh of the Seven Seas (alias "The Settlement"), di spezzare così brutalmente le radici. Ha paura di perdere Anne nella metropoli tentacolare che lui non sa gestire. E resiste alla proposta del nonno. "Ti pago il viaggio se porti con te la nonna"....   


Anne e Nick in piscina
Scopriamo tutto dalla voice over, perché i due ragazzi non hanno voluto imparare i dialogare e imparare le battute. E' una voce off che spiega tutto. Recitare sì. Parlare no. Ma l'effetto video clip spunta qua e là

Il regista che vorrebbe girare lì un lungometraggio di finzione si è messo dunque a prendere appunti con questo corto 'fiction non fiction'. Si chiama Adriano Valerio, 36 anni, è italiano, di Varese, è un girovago del cinema - dal vivaio Bellocchio alla Francia, dal Libano al Marocco, ai talent campus di Berlino e Locarno - vive tra Parigi e Berlino, è al suo sesto corto (più videoclip, pubblicità, doc e graphic novel), è stato un selezionatore del festival Immaginario di Perugia e ha fondato un Ong specializzato nel organizzare workshop per giovani cineasti dei tre mondi, Camera Mundi e sta per trasformare questo corto d'atmosfera in un lungo d'azione.


il regista Adriano Valerio
Era già in selezione ufficiale a Cannes con questo 'one man movie' digitale di 12', dal titolo toponomastico di 34° 4 S, vincendo una menzione speciale (la giuria era guidata da Jane Campion), è stato in gara a Torino tra i corti e ha vinto a Corto Dorico di Ancona il primo premio (in giuria Maurizio Nichetti, Giancarlo Basili, Elena Radonicich) e quello della stampa (in giuria Mariuccia Ciotta, Giulio Sangiorgio e Andrea Chimento). Sta facendo il giro del mondo dei festival (ha appena vinto una menzione speciale all'Aguilar de Campoo International Short Film Festival, Spagna). Ma. Le esatte coordinate dell'isola di Tristan da Cunha sono, comunque, secondo Wikipedia, 37°6′44″S 12°16′56″W.

Recuiem, il cortometraggio di Valentina Carnelutti in gara al 31Tff

Roberto Silvestri

Irene Buonomo e Flavio Palazzoli in Recuiem
Il bambino appena nato non deve gradire affatto il trauma dell'ingresso nella vita, quella espulsione dal grembo rosso shocking. L'elaborazione del vivere è un osso davvero duro, altro che quella del lutto. Rientrare nella morte potrebbe essere la sua parola d'ordine segreta, rispetto a una vita da subito insopportabilmente piena di ostacoli, freudiani e non solo, e orrori. 

La complicità da dentro con la madre è ben altra cosa della complicità da fuori.  Solo nel sonno, meglio ancora nel sogno, si può attenuare l'obbligo del suicidio (incubi a parte). Il sonno è l'immagine della vita, scrivera Blaise Pascal, non della morte. Il sonno fa crescere. Il sonno eterno è la vita eterna, chioserebbe un credente. Il sonno è un sì alla vita fin dentro la morte, risponderebbe l'ateo, l'apateo e Bataille.

Chiose a parte, Koji Wakamatsu su questo tema ha costruito la sua intera filmografia autobiografica, mascherata da "eros più massacro", basta pensare a Angeli violati, per ricordare il film che più è vicino, nel nocciolo duro - ma ne è molto distante perché lì di serial killer efferato si tratta - a Recuiem, il bel cortometraggio di venti minuti dai colori caldi e dalla bella luce radiante (di Massimo Schiavon) presentato il 27 novembre scorso in anteprima al 31Tff, sezione Italiana.corti. 

In questo caso però il gioco è rovesciato: è la giovane mamma romana trentacinquenne, Emma (Teresa Saponangelo), che, improvvisamente, senza motivo, quasi per autoannientamento tantrico o per risucchio onirico, o per rara malattia davvero veloce nel decorso, viene spedita all'altro mondo, lasciando i due bambini piccoli, Leo sei anni, già scrive, non ancora benissimo (Flavio Palazzoli), e la sorellina Annetta (Irene Buonomo), soli e perplessi per tutto il giorno e per i giorni a venire. E il papà? Il papà non c'è. ma è vero? Succede davvero? Bè, il cinema è finzione, gioco, no?

Valentina Carnelutti, la regista
Ci dice la regista e scrittrice del copione (oltre dieci anni fa)  - non credente -  che questa situazione l'ha immaginata come mamma più o meno single di due bimbe, oggi adulte - che succederebbe se io all'improvviso sparissi? - e che certamente da piccole l'avranno tartassata di domande sul senso della morte e sulle morti simulate che si vedono al cinema e in televisione e a teatro con Shakespeare. Cos'è? Che si fa? Dove si va? E lascia così ai posteri la sua corta, ma affascinante risposta. I figli non sono della madre e del papà, dei nonni e degli zii. Degli amanti e della tribù. Sono della società. Non proprietà privata. Collettiva. Comune.

Mamma Emma era tornata dalla spesa, attraversando una piazzetta al tramonto, coi sacchetti della spazzatura e l'immancabile cane vagante (che è il marchio doc del nostro cinema assieme al prete, qui metaforizzato dal requiem), aveva organizzato la situazione, cibo e giochi, apparecchio per i denti per Leo, poi era andata a riposarsi. Ma. Non si sveglia più, nonostante le grida il solletico e le carezze più osé dei bimbi. Che, la mattina dopo, si mettono a loro volta, l'imitazione è tutto, a fare le cose di casa, pulire, fare il bagnetto, mangiare, giocare... aspettando che Emma risorga. In serata arriva la nonna (Lydia Biondi), poi Gabriele (Francesco Tricarico), l'uomo di Emma. Qualcosa vagamente si inizia a intuire. E si va verso sera... è quasi buio. I bimbi sono stati spiazzati e puniti per la loro pulsione, segretissima, inconscia, di morte... Cresceranno.

Valentina Carnelutti, attrice e regista
Io non credo che questo film sarebbe stato approvato dalla commissione di censura iraniana, pur così attenta all'età evolutiva e al suo cinema. Va bene che si preparano micidiali ordigni-film di guerra spirituale contro le donne 'emancipate', che invece di proteggere i loro figli 24 ore su 24, se ne escono di casa per farsi belle e fare shopping e caracollarsi in auto con il cellulare (mica siamo wahabite), mentre i bambini gironzolano pericolosamente attorno ai fornelli e potrebbero cadere dal balcone in un fiat o affogarsi nella vasca giocando o riempirsi di pillolacce nel bagno. Senza neanche porsi il problema che potrebbe essere il papà, o un uomo comunque, magari con il burka, a far da mangiare, il bucato e le pulizie di casa. Però addirittura ucciderla per decisione divina, sarebbe troppo anche per i komeinisti. Inoltre, in questo caso, la mamma Saponangelo è un angelo semiperfetto dagli occhi carezzevoli  (ma: si possono lasciare in casa da soli i bambini piccoli, anche solo per il tempo di andare a fare la spesa, non è meglio portarseli dietro?)

Teresa Saponangelo, mamma Emma
Recuiem è un titolo di un'operetta morale scherzosa e sgrammaticata, autoironica e certamente autobiografico che ha il coraggio non solo di aprire questioni ma di risolverle. Dare risposte è una inversione di tendenza rispetto a tanti film dai calzoni corti e lunghi che si compiacciono di aprire questioni e rifuggono dalla responsabilità di dare risposte, o almeno dal lanciare qualche occhiataccia etica di fuoco  (sul 99% delle questioni non rispondere è collaborazionismo e opportunismo).  A tanto cinema contemporaneo che la donna la mette ormai fuori quadro (da Locke in poi è tutto un tenerla al telefono, fuori mano fuori portata fino al premio romani per la sola voce della Johansson) questo film risponde con l'autoimmolazione. E vediamo che faranno adesso questi esserini senza donna.

Valentina Carnelutti e Gabriele Tricarico
Lo ha diretto traformandolo in un gioco collettivo ai confini del brivido una delle nostre più potenti e seducenti attrici, Valentina Carnelutti all'esordio nella regia di pura finzione dopo il documentario africano
Buone notizie e il videoclip Le conseguenze dell'ingenuità di Francesco Tricarico che qui riempie lo spazio di sonorità benigne e affettuose.

La pazza della porta accanto. Alda Merini secondo Antonietta De Lillo. Al 31TFF

Antonietta De Lillo




Roberto Silvestri

La pazza della porta accanto - Conversazione con Alda Merini. 
Di Antonietta De Lillo. 
Anteprima mondiale al 31°TFF. Sezione "E intanto in Italia". 

Alda Merini
Nella sua casa di Milano, ai Navigli, in una stanza disordinata, la sua, famosa perché sottosopra come quella di un beatnick ("quando non ci sono più convitati perché pulire i piatti, la tavola e per terra?"), contigua alla camera da letto, quella tutta imbrattata, con le scritte gigantesche e lettriste sulle pareti (ma che qui non vedremo), davanti a una tavola dominata da una gigantesca bottiglia di Coca Cola e al pacchetto di Marlboro, filo di perle al collo, anello e orecchini d'oro,
il poeta Alda Merini racconta, non senza momenti di blasfemia pura, coraggiosi per una artista sedicente religiosa, la propria vita. I traumi di una esistenza mortale non trovarono mai radiografa così accurata, spietata e imbarazzante. 

Con Roberto Benigni
Non proprio troppo facilmente decifrabile, poi, quella vita. Il flusso di parole è un sussulto a ruota libera, si sprigiona come getto geiser, bolle e zampilli, nonostante il perfetto lavoro al suono di Silvia Moraes. Due giorni interi di intervista con Antonietta De Lillo (che è sempre fuori campo), realizzata nel 1995, diventano meno di 50 minuti. Si parla di (quasi) tutto. Interventi densi, saggi, massime a volte frutto di uno stato di trance, con passaggi improvvisi all'invettiva (soprattutto sulla mafia dei manicomi: "quelle madri che mandarono i loro figli in manicomio per farne fare esperimenti, io le manderi al muro!"). Di una dolcezza furibonda e di una crudeltà inaspettata. 

Viveva sola, i suoi mariti erano tutti morti, i suoi 26 amori svaniti, anche le figlie (ha partorito perfino in ospedale psichiatrico) le erano state portate via tutte. Per fortuna ci sono i giovani che la assistono, più dei coetanei. Danno e ricevono. In genere si prende solo senza dare. "Un sacco di ragazzi mi circondano, facendo ingelosire, chissà perché le loro bellissime fidanzate ventenni. Ovvio che vengano da me. Ho settant'anni, molta più esperienza, la vecchiaia mi piace, riemergono dal passato così tanti traumi, snetimentali e no, somatizzati... Loro sono ventenni, ancora cuccioli".

Antonietta De Lillo
"Io sono una donna molto facile, molto normale, hanno fatto una costruzione enorme, ma in fondo sono una persona di tutti i giorni, sono proprio la pazza della porta accanto. Avrei voluto diventare una psichiatra, una psicoanalista o una imbalsamatrice, mi piacciono molto i lavori che mettono a contatto con la morte".  

Alda Merini e la figlia
"In fondo noi però eravamo la contraddizione assoluta - aggiungerà -  la società non era ancora preparata ad accogliere chi vuole stare nello stesso tempo in compagnia ma anche nella solitudine più assoluta, chi desidera ardentemente il denaro, ma solo per poi buttarlo via". Non esistono poeti masochisti. I poeti sono goderecci. E comunque sono inconoscibili. E inoltre se ne vogliono andare da questa società - e qui il tono si fa artaudiano - sempre più horror: fuori dal manicomio, dove impera la proprietà, ecco aggirarsi solo canne bramose che vogliono solo saziarsi di carne umana. Dentro derelitti che non riescono neanche a piangere trasformati in ladruncoli di calzini, pantofole, piatti e forchette perché lì dentro non possiedi nulla. Se non un antico ricordo dell'istinto di vita.
 

La pazza della porta accanto. Certo, è il libro in prosa scritto dalla Merini per Bompiani nel 1995. Ed è una delle prime frasi che dice nel film (di prossima programmazione televisiva, si spera), in quella sua lingua a cadenza nordica, più emiliana che meneghina, parlando molto anche con i gesti e con gli occhi ("dovremmo averne dappertutto, di occhi, per capire meglio quel che osserviamo e sentiamo e non riusciamo a vedere e a patire"). E spiegandoci così il titolo di questa seconda parte dell'omaggio della cineasta napoletana - esperta nell'altalena fiction non fiction -  alla scrittricie più martoriata della modernità (per i lunghi soggiorni, 27, in manicomio, per le troppe sedute di elettroshock sibite), dopo Ogni sedia ha il suo rumore (1995). Che poi era terzo ritratto d'artista di De Lillo, dopo quelli dedicati al fotografo Angelo Novi e al cineasta Lucio Fulci. 

Molto materiale girato in quella occasione non era stato utilizzato nel montaggio finale di un documentario che alternava le parole della Merini alle performances graficovocali di Licia Maglietta. Questa volta sono invece le immagini di Luca Musella rubate al Naviglio e a Milano, ombre che camminano, alberi scheletriti, papere compunte, acqua che scorre riflettendo i palazzi, a ritmare topograficamente la seconda parte della conversazione, prodotta da Marechiaro (la società di Antonietta De Lillo nata per favorire l'incontro e lo scambio tra generazioni diverse e che sta realizzando in questi mesi il film partecipato - sul tema "l'amore" - Oggi insieme domani anche), grazie all'aiuto di RaiCinema.  


Nei suoi interventi esistenzial-filosofici, intervallati da letture della stessa Merini di brani dai suoi libri, si discute o meglio si monologa con apparente semplicità di ispirazione e poesia, arte e vita, parto e orgasmo, amore e incubi, infanzia e vecchiaia, anarchia e gelosia, figli e educazione (insegnare a elaborare i propri segreti, si cresce solo tutelandoli), Madre Teresa di Calcutta (di cui amava l'invettiva contro l'indifferenza, che è peggio del crimine) e certo femminismo (perché voler essere come gli uomini?), vizi e peccato ("i primi sono monotoni e ripetitivi, il secondo invece, come provano la vita di parecchi santi prima della conversione, è 'la più bella invenzione della vita' "), fornicare e elettroshock, materassi mal messi e portieri di casa dal volto orribile "che mi portarono al delirio", Renato Curcio (con cui ha cercato di raccontare in un libro di Sensibili alle foglie cosa è l'atroce esperienza dell'elettroshock, è come un uscire e rientrare insensato, e a frammenti, dalla morte) e religione. "Dio? E' proprio come la mia casa, con tante cose messe a casaccio di cui non ci si ricorda neanche l'origine". 

Alda Merini in "La pazza della porta accanto" di Antonietta De Lillo
Di Cesare Accetta sono le immagini devote, tutte in primo, primissimo piano e dettagli (degli occhi, delle mani, delle unghie smaltate, del corpo 'espanso') della scrittrice che fu adorata da Manganelli, Spagnoletti e Quasimodo. Le sequenze sono ritagliate, ingigantite, allontanate e avvicinate con la appassionata consulenza della montatrice Valeria Sapienza, mentre la melodia inquietante eppure affascinante di Philippe Sarde (La vie devant soi) avviluppa con calore il tutto. In fondo, sui titoli di coda Ascanio Celestini intona una sua canzone, striata di umorismo nero, L’amore stupisce. 
Alda Merini in "La pazza della porta accanto2 di Antonietta De Lillo





martedì 26 novembre 2013

La ragazza di fuoco non è umana. The Hunger Games, capitolo secondo

The Hunger Games: Catching Fire

Roberto Silvestri


I gladiatori del XXI secolo sono scolaretti imberbi e scolarette sexy, tra i 12 e i 18 anni, collari elettronici al collo, che si massacrano all'arma bianca senza potersi liberare. Il più grande spettacolo televisivo del mondo è un mega-gioco annuale che dura tre giorni come una partita di cricket, e prevede il combattimento all'ultimo sangue in un'isola sperduta, di teenager raggruppati per arma, a chi il forcone a chi la spada a chi l'arco a chi il coltellaccio... Il vincitore o la vincitrice sarà l'unico sopravissuto. 


Battle Royale il film di Kenji Fukasaku

O meglio il vero vincitore sarà il dittatore di questa società anti-utopica del futuro, di questa distopìa, senza problemi di concorrenza sugli indici d'ascolto perché la tv è a canali obbligatori (perfezionamento del sistema Sky). E mentre il 99% lavora supersfruttato in stato di schiavitù e l'1% se la gode un mondo, l'unico divertimento concesso ai miserabili è questa merda, vedere massacrarsi i propri figli, cocktail indigesto di L'isola dei famosi e Truman show, più un pizzico di pedofilia macabra, di snuff pleasures (la goduria di vedere uccidere in diretta esseri umani) e di paesaggio esotico. Chi vince è un/a liceale super star. Ma l'anno dopo il campione uscente sarà ancora della partita. Però qualcosa non va secondo i piani e i vincitori saranno due, ribelli e in fuga...
BR (Battle Royale) di Kenji Fukasaku

E' il primo pezzo del dittico Battle Royale, per tutti i fan BR, produzione di megastudio (Toie), l'ultimo capolavoro di Kinji Fukasaku firmato nel 2000, per salutare il nuovo secolo, un istant movie dagli intenti metaforici fin troppo espliciti, tratto da un romanzo di Koushun Takami del 1999. Il film, che scatenò la furia dei conservatori nipponici che lo considerarono un film porta jella, dagli apocalittici retrogusti, altamente diseducativo per i giovani, come L'arancia meccanica, fu proibito ai minori di 15 anni e bandito per molti anni in molti stati, Stati Uniti e Canada compresi, in Italia credo solo per colpa del titolo, tutti ancora sotto shock per gli avvenimenti di Columbine. 

Anche perché non si può far vedere ai ragazzi con tanta crudezza l'essenza stessa del neo liberismo, l'uomo che è lupo per l'altro uomo, e fin da cucciolo, e neppure la riuscita opera di devitalizzazione da ogni reazione emotiva umana provocata dalle news televisive che annichiliscono ora dopo ora, nello show ripetitivo e tambureggiante, qualunque differenza tra rappresentazione e tragedia cruenta autentica. E figuriamoci se non sia diseducativo incattivirli ancora di più rendendoli protagonisti, come se avessero in mano un joystick, della rivolta contro tutto questo (come accade nel finale del primo episodio). Piace all'estrema sinistra come ai libertarians.



BR è diventato in Giappone e ovunque un super successo ineguagliato tra i kids. E poi l'horror ha vinto il primo premio a Sitges e a San Sebastian e molti riconoscimenti ufficiali giapponesi. Uno dei suoi super fan è Quentin Tarantino.
BR, Battle Royale

Morto per un cancro alla prostata nel 2003, il sequel del cult movie, Battle Royale II: Requiem  (sempre con Takeshi Kitano tra i protagonisti, nel ruolo del professore-addestratore di mostri da combattimento)  fu realizzato dal figlio Kenta Fukasaku nel 2003, bissandone il successo.  Un duetto che ha a poco a poco influenzato profondamente la cultura pop mondiale, dai fumetti Marvel (Avengers Arena, Reptil...), ai manga, dai videogames alle anime e, naturalmente al cinema, perché è lunga la sequenza delle citazioni e degli omaggi filmici a BR. Gogo Yubari, un personaggio di Kill Bill interpretato da Chiaki Kuriyama assomiglia molto al personaggio intepretato da Takako Chigusa in BR, super citato nella commedia zombie Shaun of the Dead, nelle clip della band rock The Flaming Lips, in Thank you for Smoking e Juno di Jason Reitman e nei telefilm Lost e Community. E ancora più esplicitamente in un genere ormai consolidato, la commedia crudele liceale apocalittica più o meno satirica: Kaiji e The incite Mill di Hideo Nakata, The Condemned (2007), The Most Dangerous Game, Smokin' Aces (2008), Kill Theory, The Tournament, The Kick Ass e, naturalmente, più clonante di tutti, The Hunger Games, come hanno riconosciuto tutti i critici del mondo. E non so se anche i tribunali che decidono sui furti e sui plagi dei film. Avranno ben analizzato il romanzo di Suzanne Collins e il primo The Hunger Games di Gary Ross? O il racconto The Lottery di Shirley Jackson? Perché solo Sergio Leone ha pagato par aver rubato molto di Per un pugno di dollari ai giapponesi? 
The Hunger Games: Catching Fire di Francis Lawrence

Adesso The Hunger Games è arrivato al secondo capitolo della trilogia, Catching Fire, La ragazza di fuoco (nella brutta e imbarazzata traduzione italiana che trasforma il personaggio di Jennifer Lawrence in una specie di super eroe Marvel, dunque in una dea, in una Diana cacciatrice della mitologia, perché se no come fa a sbaragliare tanti muscolosi ragazzotti?) e ha portato al Festival di Roma in occasione dell'anteprima mondiale delle magnifiche orde selvagge di fan della protagonista,  premio Oscar 2012 per Silver Linings Playbook, Jennifer Lawrence, cioé Katniss Everdeen, che non ha proprio niente della dea greca della caccia, semmai dell' olimpionica di tiro con l'arco, infatti è la vincitrice eretica del 74° torneo del mondo postapocalittico di Panem, che, come nell'originale giapponese non è terminato secondo regolamento. Anche se i due vincitori sovversivi dei Giochi - c'è anche l'amico Peeta Mellark (Josh Hutcherson) - straordinariamente risparmiati per machiavellica cattiveria nonostante la beffa al regolamento, si devono sottoporre a un tour promozionale in treno per la 75esima edizione (The Quarter Quell), abbandonando famiglia e amici e tuffandosi nel glam depravato di Distopìa. Durante il tour della vittoria Katniss (che naturalmente ha accettato di partecipare al gioco suicida solo per salvare dalla morte certa la sorellina) si rende conto che la ribellione, covata segretamente dal popolo superschiavizzato e impoverito, sta per trasformarsi in Rivoluzione, anche se la capitale, Capitol City (scene in realtà girate al Marriot Marquis Hotel di Atlanta) è ancora strettamente protetta dalle truppe dello psicopatico presidente Coriolanus Snow, Donald Sutherland che imita alla perfezione Peter Ustinov nell'intepretazione del più eccentrico degli imperatori romani dopo Eliogabalo. Ma Katniss e Peeta staranno al copione che gli hanno imposto. Fingeranno di essere una coppia innamorata pronta al matrimonio e a diretti verso il gioco di massacro, tomba sicura dell'amore. Katniss sta qui amleticamente e atleticamente perplessa, come nel magnifico Twilight, indecisa  se essere o non essere, tra avere il vampiro o il lupo mannaro, in questo caso tra l'uomo che ama (che ha lasciato a casa) e il compagno di combattimento o tra il diventare la leader della rivoluzione o far parte, come super star, invece dell'1% di privilegiati di Panem.



Il poster del film 
The Hunger Games, giochi prevedibili nel finale di fuoco, almeno come risultato (come uno Juve-Chievo) serviranno per preparare il sollevamento generale, anche se i migliori effetti speciali e i più arzigogolati 'effetti semplici' di un necrothriller d'azione ad alto budget (l'isola rotante, l'attacco degli uccelli assassini, la nube di gas tossico...) avranno il solo compito di stupire, indorare la pillola,  rendere più sopportabile e quasi invisibile la sostanza putrida dell'immondo spettacolo (anche se uccidere per non essere uccisi è previsto dal codice penale quando diventa un gioco oltretutto molto truccato perché Snow vuole a tutti i costi la morte di Katniss...). Come in The Truman Show si scoprirà che il set è uno studio tv e non la spiaggia e giungla hawaiiana che avevamo sperato. Come in Duello nel Pacifico assisteremo all'ingegnosa preparazione di ciascun combattimento.  
Come in Final Fantasy tutti gli attori sembrano virtuali e sono truccati per apparire tali. 
Jennifer Lawrence

Gli analisti hanno interpretato l'entusiasmo speciale per questo film avventuroso di fantascienza - ormai devitalizzato di tutta la sua parte horror e più scabrosa - puntando sull'identificazione delle ragazze con la prima supereroina donna armata (di arco e frecce) che sappia tenere testa a uomini altrettanto armati, e bellocci come Josh Hutcherson. Come se non avessero già visto la stessa cosa in un recente cartone animato Disney come The Brave, capelli ricci e folti a parte. Se è vero che i primi 200 blockbuster per incassi della storia sono tutti dominati da star maschili non è detto che sia tutto merito del pubblico adolescenziale maschile omosessuale o che quegli eroi (penso a Clint Eastwood o John Travolta o Johnny Depp) non avesse dentro di se tutte tutte le caratteristiche maschili dolci di Jennifer Lawrence e tutte quelle femmminili toste di Jennifer Lawrence (che forse qualche anno in più di una teenager, visto che ha 23 anni, lo esibisce sfrontatamente).  
E poi. Come se queste coriste dell'erotismo adolescenziale urlante non avessero ben altro in testa che alienarsi in un modello di cinema così conformista nel linguaggio e nella struttura (nonostante lo sfoggio di talenti performativi mozzafiato, da Stanley Tucci, presentatore del programma tv a Woody Harrelson, cervello ideologico alcolizzato del regime e del gioco, ma anche traditore super cool, dal cinico pianificatore ludico Philip Saymour Hoffman alla stilista eccentrica Elizabeth Banks, vestita in realtà da Alexander McQueen, e alla stessa Jennifer Lawrence, già premiata dai critici di New York come migliore attrice del 2012) e in un modello di adolescente altrettanto protesa verso la fatale normalità a venire, famiglia, fidanzato, prossimo matrimonio, buoni sentimenti, cristianesimo subliminale (in tutti quegli atti di carità e nei martiri dispiegati), presa del potere, etc. nonostante il dopo apocalisse i dodici distretti, di cui uno infernalmente minerario, i tributi, i Giorni Neri, il fatto di sentirsi telecomandati da burattinai invincibili (apparentemente)... 
Jennifer Lawrence

No, credo che ci sia altro. Certo, i 7 milioni e mezzo di dvd venduti nel 2012 dal capitolo uno (migliore performance dell'anno) sono cifra sorprendente. E' bello questo film proprio come vedere in tv i propri figli morire in Iraq e in Afghanistan, o saltare in aria per gloria di Allah ovunque nel mondo. Ma è altrettanto eccitante immaginarsi un mondo salvato dai ragazzini. Doppia morale da oratorio e rivoluzionari di questo dittico bel confezionato e impacchettato che deve al design delle olimpiadi moderne militarizzate, alla cultura Mtv di Francis Lawrence (il regista clippettaro) e al reparto dei trucchi digitali una parte della sua forza ipnotica e della qualità suggestiva.  
Però il mondo salvato dai ragazzini è anche quello della generazione svitata e fuori di testa di Spring Breakers e Palo Alto e soprattutto di quella razionacinante e saggia di Occupy Wall Street, è proprio lo sguardo biforcuto e obliquo rispetto al film, questo inventare un fuori campo appassionante e percorribile, pieno di speranza, che è il sorpendente effetto virale che neanche i manager dell'operazione Lions Gate (da cui si è defilato all'ultimo secondo Danny Elfman, ovvero l'universo sonoro di Tim Burton) si aspettavano. Quello che ha portato a Roma migliaia di ragazzi autoconvocati dai social network e che hanno messo in difficoltà polizia e inservienti dell'Auditorium Parco della Musica più dei collettivi dei senza casa. Solo i ragazzi riescono a immaginare il film come deve essere proiettato, nel superbo Imax (come è infatti proiettato ovunque). Uno schermo che solo in Italia non esiste, perché se no Berlusconi non faceva i soldi stipando tutti in casa,  ma che i ragazzini esultanti e anti domestici sanno immaginare. E vedono le immagini di Jo Willems molto più belle di quanto non siano. E ritrovano lo spirito del cinema bis dentro una saga politicamente inebriante, da George Lucas. Questa forza in più che, un po' a fatica, un po' trombonescamente, come nel remake di I, a legend (rispetto al capolavoro di Matheson) dello stesso Francis Lawrence (niente a che vedere con Jennifer) chi ha occhi non inquinati sa trovare. 
Jennifer Larwrence e Josh Hutcherson, sposi per finta