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sabato 16 novembre 2013

Bilancio del Festival Internazionale del Film di Roma. Le opere di Cei e di Borsetti/Cavazzoni


Roberto Silvestri

8° Festival internazionale del film di Roma





In attesa che i 7 giurati del concorso (presidente James Grey, e ci sono anche Naderi, Guadagnino, Zhang Yuan, Guskov, Llvovski, Chen)  e i 5 giurati del premio Maxxi (Larry Clark,  presidente, e poi Pakalnina, Ancarani, Ahluwalia, Wahrmann) emettano i loro verdetti, buone le giurie, interessanti i loro pareri, si spera siano allergici allo spirito festivaliero che chissà perché è sempre misteriosamente più reazionario delle opere di ricerca più estreme viste, facciamo una carrellata, da oggi in poi, sui film interessanti visti in questi giorni nelle varie sezioni (in realtà nei festival metropolitani la differenza tra concorso e fuori concorso è sempre scherzosa, bisognerebbe forzare non sullo scodellare prime assolute mondiali, ma sul socializzare le ‘cose belle’ e importanti dell’anno, dove socializzare i film belli del mondo vuol dire produrre interferenze, introdurre nell’immaginario opere sbilancianti e sorprendenti e non omogenee e consolatorie). E poi non si commentano i premi (se non si sono visti tutti i film in gara e io ne ho visto un terzo). Intanto la doppia vittoria, anche femminile, della Finlandia nella sezione Alice nella città conferma la supremazia scandinava nel settore immagini per l’età evolutiva. E’ la bellezza di una cultura socialdemocratica che pone al centro della sua riflessione il rispetto e la tutela di chi ha meno peso e potere nel consesso sociale. E combatte i pregiudizi e i preconcetti del vivere comunitario.   Her di Spike Jonze ha intanto vinto il Mouse d'oro....



Il secondo anni di Marco Mueller è stato ancora più turbolento del precedente, per fortuna non sereno nel clima e più rapido e veloce nelle scelte. Come in un set di Corman: tagli di budget, ridimensionamento delle sezioni, ‘perdite’ umane, (nelle commissioni di selezione). Ma il problema non è il taglio del budget, ma avere un budget adeguato ai film, ai cineasti da ospitare e far conoscere anche attraverso cataloghi di qualità. E non più falcidiato e ridicolizzato dal solo marketing, dal lancio promozionale del festival che in questi primi sette anni ha dovuto farsi largo nel mondo e ha appaltato ai privati fette esagerate del finanziamento totale (per lo più privato, vista la geniale intuizione start up di Veltroni di coinvolgere massicciamente la Camera di commercio di Roma).  In un rapporto che era il primo anno 6 a 1. Sei glamour, feste private, ospitalità da nababbi per le star e 1 film e cineasti ‘da scoprire’.  



Un’edizione, l’ottava, che è stata in forse per molti mesi, perennemente in bilico nel suo baricentro artistico a causa delle elezioni politiche e delle sue ripercussioni  (il centro sinistra comprensibilmente ostile a un cambio di vertice imposto in maniera così brutale dal centro destra, anche se Polverini si è fatta piuttosto telegiudare da Mueller, non viceversa, ma incomprensibilmente incapace di disegnare una strategia alternativa di crescita artistico-pop. Non vuol dire niente imporre a Mueller la parola festa al posto di festival, lasciando  la ridicola testata – parodia rondiana di Cannes - di Festival internazionale del film di Roma). C’è stato meno tempo per selezionare film e giurie perfino rispetto all’edizione 2012 (5 mesi invece di sette di lavoro vero).



Ovviamente un film che elegge a suoi punti teorici di riferimento German, Tsui Hark e Demme, non si può dire che non si ponga in un’ottica allergica e non sinergica con l’esistente e la sua ideologia apologetica.



Jennifer Lawrence
Bilancio. Rispetto alle altre edizioni, a parte il super exploit di Jennifer Lawrence, eletta super star a furor di teenager amazzoni, forse il momento più alto di ricezione non convenzionale, abbiamo trovato una maggiore approssimazione d’indentità estetico-politica, almeno una quindicina di ottimi film (che è la media di Berlino), condivisibile la riduzione dei film a 67 più 30 corti (provenienti da 30 paesi), e l’aumento delle repliche, troppo cari i biglietti, ancora troppo poco trasparente il rapporto budget-costi, pessimo il gioco dei colori per spiegare il programma sul catalogo gratuito, troppi colori simili, ma una attenzione crescente della stampa e dei media internazionali; originali e di tendenza le retrospettive, una esagerata enfasi nazionalitaria (anche se il livello dei film italiani, soprattutto nella sezione dei documentari ci sembra incoraggiante), il Maxxi che cresce di importanza e ben eredita la lezione di Extra (non a caso è Mario Sesti il cuore-cinema del museo d’arte contemporanea). Le poltrone sono scomode per una festa del cinema (che vuol dire più piaceri che in casa). L’auditorium Parco della Musica però, nella sua strutturale estraneità alla funzione ‘mostra del cinema’ ha retto bene all’impatto. E siccome è importante per un festival non il contenuto dei film ma il contenuto dei cinema si può dire che Marco sta coinvolgendo una ricezione sempre più consapevole e attrezzata.



Vacanze al mare. Di Ermanno Cavazzoni (Italia).  Prospettive Doc Italia. Utilizzando il filmato di repertorio, in questo caso il gigantesco archivio nazionale del film di famiglia – Home movies di Bologna, Lamberto Borsetti ha montato e dato il suono, dividendo per capitoletti, i beach movies  girati amatorialmente in 8mm e super8, 9,5mm e anche 16mm realizzati fin dagli anni 20 ma che ebbero il momento magico tra gli anni 50 e 60, quando la vacanza al mare divenne anche in Italia un fenomeno di massa collegato al boom economico e la cinepresa portatile un gadget antropologicamente perturbante (soprattutto quando il mare non proprio eccelso delle spiagge romagnole spingeva i bagnanti più verso il divertimentificio meno balneare: formine e palette, sale giochi, bar, nautica, caccia al tesoro, night, piste da palline, gare di nuoto, sabbiature, passeggiate notturne sulla battigia….). Il cinema diventava accessibile a tutti. Potevamo essere tutti filmaker. Un po’ meno di adesso, nell’epoca i-phone, che ci ha trasformati in telereporter, ma con molta meno rigida percezione accademica di cosa sono i piani sequenza corretti, i montaggi frenetici, la carrellata senza sbalzi, il primissimo piano sensato. Un caos estetico esplosivo che è anche il fascino della ‘differenza e ripetizione’ di queste immagini traballanti ma ad altissimo tasso emotivo.   

Rivedere i bikini e i topless, i venditori di palloni e bomboloni, le mongolfiere e gli aeroplanini pubblicitari, le partite di beach volley, i mosconi e sullo sfondo il grattecielo di Cesenatico, per me che ero un abitué luglio agosto del Bagno Romeo della cittadina romagnola (il tutto con le musiche – sarà un caso – di Giorgio Casadei e Vincenzo Vasi) è stato particolarmente emozionante. Come vedere mille film di William Asher con Annette Funicello e Franckie Avalon, e i Beach Boys in sottofondo. Perché questo diario dell’ovvio  (che immaginiamo continuerà con altri capitoli: matrimoni, comunioni, il cortile di casa, la vacanza in montagna, all’estero, la riscoperta dell’America…) è anche la base immaginaria del cinema commerciale comico e di una fetta di immaginario collettivo, a monte e a valle del cinema. A un metro di distanza da queste immagini ‘riminensi e dintorni’, Alberto Sordi girava nel 1970 Il presidente del Borgorosso.  Gli assi del ciclismo Ercole Baldini, Pambianco e Assirelli si presentavano la domenica con la bottiglia di Albana e Sangiovese e i loro amici, festeggiati dai fan senza ingombranti poliziotti a difenderli. Giorgio Ghezzi, portiere del Milan, apriva un albergo di lusso sul mare, dove Gino Bramieri giocava a tennis e Sivori sorseggiava i Martini cocktail, mentre sabato sera tutti al campo sportivo a sentire Lucio Battisti con Maurizio Vandelli. Dario Fo, Franca Rame e il piccolo Jacopo correvano sulla spiaggia prima di far colazione al Grand Hotel. Mentre l’orchestra Casadei, o almeno i suoi futuri strumentisti, suonavano slow tutta la notte al Paradiso Club…Il commento dello scrittore Ermanno Cavazzoni a tutto questo ben di dio purtroppo rompe per troppo cinismo ridanciano l’incantesimo della ricezione: a ciascuno la sua interpretazione originale e non stereotipata. Mentre per cercare di accontentare tutti prevale demagogicamente l’autoesaltazione, l’autocelebrazione, il cazzeggio comico insistito, come se si trattasse di prendere in giro Pippo Baudo, Sanremo, Zavoli al giro d’Italia, o Berlusconi…Insomma Cavazzoni imita qui un po’ il Chiambretti di tanta tv verità/falsità, che se la prendeva con i poveri diavoli invece che con chi li rende tali. E non parliamo dell’ errore compiaciuto e non quello involontario sparso per il testo off (tutti sul bagnasciuga!), la presa in giro post pasoliniana della ritualità della piccola borghesizzazione dei proletari e dei sottoproletari. Quelle migrazioni, a prezzi contenuti, non erano affatto incomprensibili. Che cittadini incontrassero contadini, che torinesi incontrassero francesi e olandesi, che quelli del bagno Romeo osassero frequentare i ricchi del Bagno Milano, era la condizione preliminare del grande gioco sessantottino a venire. Che fece le sue prove generali proprio rinfrescandosi nell’acqua bassa come trampolieri, divertendosi a eleggere le Miss notturne e socializzando le modalità stereotipate del corteggiamento. Che solo con lo standard fissato può diventare ‘originale’.        





Nato prematuro di Enzo Cei 21’ (Italia) Cinemaxxi concorso. Il 7,2% dei bambini nascono in Italia prematuri, prima della 37esima settimana. Le cause? L’età media in aumento delle gestanti? Infezioni, patologie alimentari, la tossicità in generale della vita moderna, i veleni che beviamo mangiamo e fumiamo….Ma l’assistenza ospedaliera, nel frattempo migliora,  migliora. Anche se costa allo stato tra i 50 e i 100 mila euro (a parte gli interventi riabilitativi ulteriori). Diminuisce, nel frattempo, la mortalità. Lo dimostra questo reparto di neonatologia di Pisa, specializzato nell’assistenza dei nati prematuri, raccontato da un grande fotografo che si è messo umilmente al servizio di un complesso medico-infermieristico moderno funzionante e affiatato, in un cortometraggio prodotto dal cineasta Paolo Benvenuti, con la consulenza scientifica di Antonio Boldrini, membro del consiglio direttivo della Società Italiana di Neonatologia e grazie ad un finanziamento del ministero dei beni culturali. Le riprese sono quasi sempre in primo o primissimo piano. Il montaggio di Andrea Chiantelli è implacabile nella sua esattezza musicale. Le analisi accurate; le macchine modernissime, cui sembra che nulla sfugga; le cure, che vanno al di là delle ‘regole d’ingaggio’; le flebo, sempre troppo smisurate; gli esami dei primari; il pianto dei quasi bambini di mezzo chilo che non è un pianto qualunque; la fame, finalmente adorata, perché arriva quando la cosa funziona; il peso, anche allora così centrale; il tempo, perché bisogna riempire i secondi che passano implacabili di grammi, etti, chili, insomma di peso…Il simbolo stesso della potenza di vita, il neonato, che in genere ridente ci fa ridere tutti quanti di gioia contagiosa, qui è quasi insostenibile allo sguardo, si trasforma in un mostro preumano, quando esce rosso fuoco dall’incubatrice, il simbolo della fragilità massima dei nostri corpi quando sono per un motivo o per un altro in grave difficoltà. Si teme sempre che questo ‘coso’ sia malato gravemente (non a caso Enzo Cei ha contemporaneamente presentato un libro fotografico dedicato ai neonati affetti da cancro). E queste mani, questi diagrammi, questi occhi preoccupati o teneri previsti dalla partitura sapiente (anche di Laura Guidugli) chissà cosa vedono che noi non vediamo….Non sembrano nati prematuri extra comunitari. Cosa succede in questi casi?