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venerdì 1 novembre 2013

Sicilia? No Brasile. "Transeuropae Hotel". Il più bel musical dell'anno




 di Roberto Silvestri

Dalle due Sicilie, quella dei poveri e quella dei ricchi, ai due Brasile, quella dei super ricchi e quella dei super poveri. Hanno molto in comune, anche la ricchezza di un patromonio musicale e coreografico profondissimo. Ma. Chiamatela pure mafia ma non chiamatela mai più più favela, non fidatevi delle 'truppe d'elite' armate fino ai denti, che sparano all'impazzata nei quartieri poveri arrampicati sul panorama più bello del mondo, e chiunque uccidano lo chiameranno 'gangster' o 'negro' o 'terrorista' anche se sono assistenti sociali impegnati nella lotta contro la povertà e per l'affermazione della dignità dei cittadini emarginati. Prima legalizzate la droga, poi chiamatela 'comunità' e poi la droga come mafia, non come sostanza ricreativa, sparirà. 

Il filo storico-politico, un senso sociale forte, materico, non manca in Transeuropae Hotel, opera indipendente, realista e simbolica nello stesso tempo, che, reduce dai festival di Montreal e Rio de Janeiro, ha iniziato il 9 ottobre scorso, al Nuovo cinema l'Aquila di Roma, il suo giro commerciale nelle sale italiane dopo aver vinto il R.i.f.f. 2013.

Luigi Cinque e Pippo Delbono
E non fidatevi mai delle immagini esotiche e tropicali che vengono catturate in Brasile come se si trattasse di bersagli da caccia grossa o specie in via di estinzione, e neanche del sensazionalismo candomblé. Già David Byrne in Ile Ayié (La casa della vita) penetrò nel 1989, con anima blues e sguardo mai blasé, nei riti pacifici e spirituali del voodoo bianco bahiano. Schiavi, esuli, esseri che perdono coscienza e conoscenza, memoria e radici, lo siamo un po' tutti, oggi, anche se non tutti anneghiamo nel Mediterraneo. Ovvio che il voodoo sia un contributo prezioso se quel che ci serve è un antidoto possente al disadattamento contemporaneo della globalizzazione.
E qui siamo in pieno mélo. La melodia agrodolce di una storia di amori impossibili.

Identica la sensibilità di Byrne, rispettosa dell'altro, a quella di Maya Deren, che voleva danzare a Haiti insieme al sacro sound del 'cavallo divino'. Non farne vetrino da entomologa. Qui però si sprigiona una più che decennale comunicazione con i musicisti tropicalisti e antropofagi. Non sappiamo se Luigi Cinque, compositore di musica contemporanea, folk e jazz, conosce così a fondo le favole popolate di santi consacrati da Nelson Pereira dos Santos. Ma geneticamente è un po' stato modificato da quelle immagini black, delocalizzate rispetto al codice lusitano, e mai riconciliate. Forse Luigi Cinque no, ma certamente la costumista Stefania Benelli sì, perché strappa dai corpi tutti i vestiti che fanno tanto "film di interesse nazionale e culturale" e si aggrappa alla filologia novista. Se confrontiamo i costumi di Luiz Carlos Lacerda in L'amuleto di Ogun che Nelson Pereira dos Santos firmò nel 1974, ritroviamo la stessa passione per il "fantastico invisibile", per il capo originale mai vistoso e elegantemente obliquo, che è la chiave segreta del film stesso. In ogni camicia e in ogni paio di occhiali scuri si palleggiano cromatismi emozionali convergenti o divergenti tra i personaggi e i paesaggi.  
Non manca una drammaturgia forte, seria, da giallo-noir, e dunque piena di humor. Non è un documentario. E' piuttosto un ipertesto. Non a caso hanno contribuito alla sceneggiatura il poeta Valerio Magrelli e la scrittrice Rossana Campo.

Jurema Da Matta
Con amore non dissimile e con la stessa grinta sincretica di Enzo Avitabile, raccontata da Jonathan Demme in un film non fiction - un doc più tradizionale, con tanto di interviste e set transmusicale finale registrato - che finalmente riesce a uscire nelle sale italiane, il compositore e strumentista Luigi Cinque, esordiente nel lungometraggio (ma non sembra proprio per la maestria nella formulazione d'immagine), ci inietta direttamente nelle vene la musica, al di là della infarinatura tecnica più o meno assente nel nostro pubblico e della sensualità armonica, altissima. Siamo consapevoli che la musica, scienza e arte nello stesso tempo, o forse ancora di più, come ci fa intuire il professore di fisica Giuseppe Vitiello, è un mezzo di trasporto e di conoscenza collettivo, immateriale e seducente, e che ci conduce ai confini della realtà: tra fiction non fiction, vita e non vita, visibile e invisibile, ragione e immaginazione, scienza e fantascienza. L'atteggiamento fiabesco, patafisico, metareale e poetico è lo stesso di Rod Sterling. Siamo tra essere e non essere.  
Siamo in pieno, vibrante, road musical. 

Keuri Poliane
Alla ricerca vagabonda di un musicista scomparso. Serve un mago, uno stregone per farlo riapparire. Come nelle fiabe antiche. Ma chissà dove si è cacciato, quel Merlino poco di buono (è l'attore con la grande barba bianca Preto de Linha) fuggito a Salvador da Rio, e che forse ha fatto sparire in un limbo, in un mondo parallelo, in un buco nero, il grande musicista Darcy do Jongo, fondatore di una scuola di samba sub-proletaria, che fece uno sgarbo al boss locale del narcotraffico ed è stato in questo modo messo in salvo. Rapparirà? 

Alex Balanescu (a sinistra) e Badara Seck
Certo è che dietro di noi quando suoniamo, e anche quando ascoltiamo, ci sono legioni di musicisti scomparsi. Basta non girarsi mai alle spalle e saranno sempre con noi. Quello strumento chiamato Teremin non è forse la prova che, invisibili nell'aria, si producono vibrazioni acusticamente reali e sonore? Che la musica sia uno 'spostamento di molecole', sottoposte o meno alle radiazioni Bx... Lo jongo, danza e forma musicale del sud est brasiliano, è invisibile, perché ormai sta dietro e dentro il samba, è di origine bantù, viene dall'Angola, cementava le comunità schiavizzate e le preparava alla rivolta o alla diserzione psicofisica, e produce tuttora tecniche 'paranormali' come la comnicazione telepatica o la trance.

L'originalità del film è assicurata. Ogni bel film musicale è un urlo di rabbia per la scomparsa misteriosa di Robert Johnson, il cui blues è invisibile ma sta dietro al jazz e al rock.... 


Preto de Linha (in mezzo)
Ma torniamo all'inizio del film. Tra Palermo e Trapani.
 
Le prove di una big band trans-jazz, di quelle classicamente e avant-gardmente world, nonostante il luogo sia sacro alle contaminazioni - nel cuore del mediterraneo fenicio arabo turco latino armeno berbero ashanti ebraico ateo - subiscono un intoppo davvero strano. 

Senza strumento Peppe Servillo, maitre d'albergo dallo sguardo obliquo, ha accolto tutti gli artisti nella pace fuori dal mondo dell' hotel Transeuropae. In Sicilia, tra montagne di sale, battigia, mare e profumi d'agrumi. Ma qualcosa non funziona. Basta guardare il tavolo dove si beve. Così borghese, ordinato, bicchieri di vino bianco solo sorseggiato... Si vede che manca furia artistica e tensione creativa. Fossero l'Art Ensemble of Chicago lì intorno si troverebbero almeno 30 bottiglie claudicanti di Budweiser o Forster.

Luigi Cinque sul set
Regista e protagonista nello stesso tempo, Luigi Cinque, sax soprano, autore di Tangerine Café, uno dei migliori album di World Music, ha riunito l'ensemble, assieme a un attore amico che sarà corpo recitante e danzante sensibile, doppio scultoreo del sound,  nell'imminente performance pubblica (Pippo Delbono). 

A Marina Rocco, reduce dal film romano di Woody Allen, il ruolo di assistente video bionda e riccia, ed è proprio lei, maneggiando le vecchie registrazioni del gruppo, che ritrova le immagini di un vecchio percussionista sudamericano che deve unirsi alla session, così impongono due fatine venute dal Brasile, Keuri Poliane, l'Angela Davis del Samba, e Jurema da Matta, l'anziana antropologa militante, che trascinano Luigi - sopraffatto dai sensi di colpa perché non lo ha ancora fatto - a cercare l'amico e collega a Copacabana e dintorni. 

Restano a far le prove i membri della band: colti e misteriosi violinisti rumeni (Alex Balanescu), pianisti sardi cui l'etichetta di super-virtuoso sta stretta (Antonello Salis), cantanti mandingo dalle voci extraterrestri (la giovane Diarra Guye e il griot Badara Seck), percussionisti bahaiani con l'amuleto di Ogun, soliste sinti dai capelli biondi (Basia Witchsloska), clarinettisti klezmer orfani di Molly Picon (Merlin Sheperd), tastieristi ex Area (l'antropofago di Cesenatico Fabrizio Fariselli), polistrumentisti come Gianluigi Trovesi, 'ufficiale della repubblica italiana', pianisti siciliani come Sal Bonafede, a cui intrecceranno anche i lamentatori di Montedoro e Ensemble Candomblé Terreirao de Luisinho do Jeje... Il concerto è imminente. La deviazione dal programma lo mette a rischio. Prima della prima  quel viaggio alla fine del mondo, in America Latina, non ci voleva. L'agente dei musicisti, la produttrice dell'evento, Ilaria Drago, trema e si infuria, non si dà pace. Ma chi può fermare un assolo di jazzman?

Marina Rocco
Trapani, Palermo, Salvador de Bahia, Rio de Janeiro, Roma. Il centro e la periferia. La scuola di samba e i riti esoterici. Le favelas e Fiumicino. In questo film polimusicale interpretato da oltre trenta musicisti la geografia è importante più della storia, proprio come in un road movie americano, infatti Pippo Del Bono, nella parte dell'attore e regista Pippo Del Bono, afferma a un certo punto: "non capisco mai la storia". E uno della band afferma, all'inizio della tourneé: "Noi musicisti siamo commessi viaggiatori". Il montatore, Lughi Faletra, diventa a poco a poco il perno della sezione ritmica, acustico-visiva, il contrabassista ombra. Unifica tutti i piani geopolitici scodellati. Dalla Sicilia, per 4 secoli islamizzata, si è verificata la più alta fuga di profughi politici del mondo, a parte i 2 millenni di persecuzioni contro gli ebrei. E la Romania latina circondata da popolazioni slavi, e i rom così indocili al lavoro schiavizzato, veri eroi della ribellione all'omologazzione e al consumismo, e il regno Mandingo, schiacciato dal colonialismo e solo per superiorità tecnologica nelle armi da guerra...