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giovedì 28 novembre 2013

Recuiem, il cortometraggio di Valentina Carnelutti in gara al 31Tff

Roberto Silvestri

Irene Buonomo e Flavio Palazzoli in Recuiem
Il bambino appena nato non deve gradire affatto il trauma dell'ingresso nella vita, quella espulsione dal grembo rosso shocking. L'elaborazione del vivere è un osso davvero duro, altro che quella del lutto. Rientrare nella morte potrebbe essere la sua parola d'ordine segreta, rispetto a una vita da subito insopportabilmente piena di ostacoli, freudiani e non solo, e orrori. 

La complicità da dentro con la madre è ben altra cosa della complicità da fuori.  Solo nel sonno, meglio ancora nel sogno, si può attenuare l'obbligo del suicidio (incubi a parte). Il sonno è l'immagine della vita, scrivera Blaise Pascal, non della morte. Il sonno fa crescere. Il sonno eterno è la vita eterna, chioserebbe un credente. Il sonno è un sì alla vita fin dentro la morte, risponderebbe l'ateo, l'apateo e Bataille.

Chiose a parte, Koji Wakamatsu su questo tema ha costruito la sua intera filmografia autobiografica, mascherata da "eros più massacro", basta pensare a Angeli violati, per ricordare il film che più è vicino, nel nocciolo duro - ma ne è molto distante perché lì di serial killer efferato si tratta - a Recuiem, il bel cortometraggio di venti minuti dai colori caldi e dalla bella luce radiante (di Massimo Schiavon) presentato il 27 novembre scorso in anteprima al 31Tff, sezione Italiana.corti. 

In questo caso però il gioco è rovesciato: è la giovane mamma romana trentacinquenne, Emma (Teresa Saponangelo), che, improvvisamente, senza motivo, quasi per autoannientamento tantrico o per risucchio onirico, o per rara malattia davvero veloce nel decorso, viene spedita all'altro mondo, lasciando i due bambini piccoli, Leo sei anni, già scrive, non ancora benissimo (Flavio Palazzoli), e la sorellina Annetta (Irene Buonomo), soli e perplessi per tutto il giorno e per i giorni a venire. E il papà? Il papà non c'è. ma è vero? Succede davvero? Bè, il cinema è finzione, gioco, no?

Valentina Carnelutti, la regista
Ci dice la regista e scrittrice del copione (oltre dieci anni fa)  - non credente -  che questa situazione l'ha immaginata come mamma più o meno single di due bimbe, oggi adulte - che succederebbe se io all'improvviso sparissi? - e che certamente da piccole l'avranno tartassata di domande sul senso della morte e sulle morti simulate che si vedono al cinema e in televisione e a teatro con Shakespeare. Cos'è? Che si fa? Dove si va? E lascia così ai posteri la sua corta, ma affascinante risposta. I figli non sono della madre e del papà, dei nonni e degli zii. Degli amanti e della tribù. Sono della società. Non proprietà privata. Collettiva. Comune.

Mamma Emma era tornata dalla spesa, attraversando una piazzetta al tramonto, coi sacchetti della spazzatura e l'immancabile cane vagante (che è il marchio doc del nostro cinema assieme al prete, qui metaforizzato dal requiem), aveva organizzato la situazione, cibo e giochi, apparecchio per i denti per Leo, poi era andata a riposarsi. Ma. Non si sveglia più, nonostante le grida il solletico e le carezze più osé dei bimbi. Che, la mattina dopo, si mettono a loro volta, l'imitazione è tutto, a fare le cose di casa, pulire, fare il bagnetto, mangiare, giocare... aspettando che Emma risorga. In serata arriva la nonna (Lydia Biondi), poi Gabriele (Francesco Tricarico), l'uomo di Emma. Qualcosa vagamente si inizia a intuire. E si va verso sera... è quasi buio. I bimbi sono stati spiazzati e puniti per la loro pulsione, segretissima, inconscia, di morte... Cresceranno.

Valentina Carnelutti, attrice e regista
Io non credo che questo film sarebbe stato approvato dalla commissione di censura iraniana, pur così attenta all'età evolutiva e al suo cinema. Va bene che si preparano micidiali ordigni-film di guerra spirituale contro le donne 'emancipate', che invece di proteggere i loro figli 24 ore su 24, se ne escono di casa per farsi belle e fare shopping e caracollarsi in auto con il cellulare (mica siamo wahabite), mentre i bambini gironzolano pericolosamente attorno ai fornelli e potrebbero cadere dal balcone in un fiat o affogarsi nella vasca giocando o riempirsi di pillolacce nel bagno. Senza neanche porsi il problema che potrebbe essere il papà, o un uomo comunque, magari con il burka, a far da mangiare, il bucato e le pulizie di casa. Però addirittura ucciderla per decisione divina, sarebbe troppo anche per i komeinisti. Inoltre, in questo caso, la mamma Saponangelo è un angelo semiperfetto dagli occhi carezzevoli  (ma: si possono lasciare in casa da soli i bambini piccoli, anche solo per il tempo di andare a fare la spesa, non è meglio portarseli dietro?)

Teresa Saponangelo, mamma Emma
Recuiem è un titolo di un'operetta morale scherzosa e sgrammaticata, autoironica e certamente autobiografico che ha il coraggio non solo di aprire questioni ma di risolverle. Dare risposte è una inversione di tendenza rispetto a tanti film dai calzoni corti e lunghi che si compiacciono di aprire questioni e rifuggono dalla responsabilità di dare risposte, o almeno dal lanciare qualche occhiataccia etica di fuoco  (sul 99% delle questioni non rispondere è collaborazionismo e opportunismo).  A tanto cinema contemporaneo che la donna la mette ormai fuori quadro (da Locke in poi è tutto un tenerla al telefono, fuori mano fuori portata fino al premio romani per la sola voce della Johansson) questo film risponde con l'autoimmolazione. E vediamo che faranno adesso questi esserini senza donna.

Valentina Carnelutti e Gabriele Tricarico
Lo ha diretto traformandolo in un gioco collettivo ai confini del brivido una delle nostre più potenti e seducenti attrici, Valentina Carnelutti all'esordio nella regia di pura finzione dopo il documentario africano
Buone notizie e il videoclip Le conseguenze dell'ingenuità di Francesco Tricarico che qui riempie lo spazio di sonorità benigne e affettuose.