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venerdì 15 novembre 2013

E' difficile essere un dio. Il film postumo di Aleksej German, premio alla carriera del festival di Roma





Roberto Silvestri


E’ difficile essere un dio, di Aleksej Jurevic German, con Leonid Yarmolnik, Yuri Tsurilo, Alexsandr Ilin; sc: Aleksej German e Svetlana Karmalita; f. Vladimir Ilyn e Yuri Klimenko; montaggio: Irina Gorokhovskaya, Marijia Amosova; scenografia: Sergey Kokovkin, Georgy Kropachev, Elena Zhukova; costumi: Ekaterina Shapkaits; musica: Viktor Lebedev;  (Lenfilm, Russia 2013) 

E' difficile essere un dio, film postuo di Aleksej German
Premio alla carriera del Festival Internazionale del film di Roma a Aleksej German (1938-2013)

Aleksej German
C’è da divertirsi con questo Helzapoppin ascetico; se si gioca con questo super splatter alla Vodka clandestina, sprofondando nei suoi 170 minuti in bianco&nero di alta filologia (per costumi, scene, e recitazione wellesiana/alla Carmelo Bene) back to the future. Se ci lasciamo sedurre senza resistenza da questo affresco feroce, alla Hieronumus Bosch, tra arti squartati, pance rigonfie, volti sformati, schiavi perennemente alla gogna, seni alla Russ Meyer, ani in primissimo piano, terreno liquefatto e vacillante dove si sprofonda, piscio ovunque, gobbi sfigati, nani vaganti, occhi divelti, denti spaccati, deretani flaccidi, cinture di castità sbriciolate dalla scure, lance e spade minacciose, dementi e asini affondati nel fango, in un paesaggio alla Golem o alla Dybbuck (gli esterni sono stati girati a Praga) così esiziale, contiguo a quello indio di Eli Roth in Green Inferno, sulla crudeltà che regna sulla terra, e in polemica con ogni ipocrisia criminale (quella sì buonista), come fossimo nella prima parte della Divina Commedia.

Leonid Yarmolnik
C’è da spaventarsi a morte per la violenza insistita dei piani sequenza ipnotici, per il notevole quoziente gore delle sequenze, per gli orrori inanellati all’arma bianca e insostenibili, per i sadismi e le torture più efferate, per la capacità nonostante tutto di dire un profondo sì alla vita, e dunque per la quantità di amore diffuso, che c’è, è palpabile sotto la superficie terrificante delle immagini liquamose e maleodoranti, anche se sembra sradicato per sempre da questo misterioso pianeta, così lontano e così vicino, alla riscoperta dell’ umanità nova 

Che poi verrà solo scavalcando ventralmente la Russia brezneviana, e nella metafora di oggi, quella putiniana. A cui si contrappone questo “cinema d’attacco contro la menzogna travestita da verità, contro il cattivo gusto, il conformismo, l’autocompiacimento” attraverso le avventure di un barone rampante, di un cavaliere inesistente e di visconte dimezzato, tutti e tre riuniti in un solo personaggio puskiniano, Don Rumata, l’eroe forse illuminista ante litteram, l’angelo sterminatore in incognito, il forse dio, per ora flautista e filosofo, astronomo, fisico e gran fisico, economista pare neoliberista per come sa reprime le rivolte contadine (anche tra le divinità c’è grande confusione in materia) che, con la sua spada di Soan, certo di provenienza angelica, sale ovunque, sparisce, è imbattibile, è invulnerabile come Clint in un western spaghetti, e dimezza qualunque avversario e il più corazzato nemico. Li taglia in due metaforicamente, come dimostra nella scena in cui è alle prese con un massiccio, vescovile, pitale ligneo.


Ma niente paura. Siamo in piena fantascienza. Si parla di cose molto lontane o molto future nel romanzo che ha originato il film. In un pianeta dominato dalla violenza del più forte, che non ha niente di umano, arriva un gruppo di studiosi, storici e antopologi, spediti dalla Terra per studiare una società ferma ai Secoli bui. Uno di loro vorrebbe reagire alle ingiustizie e ai soprusi, ma i superiori lo bloccano.... La storia del massacro di Arkanar, titolo originale del progetto, insomma con la scusa della fantascienza o del lontano passato sepolto parla di un medioevo prossimo futuro segnato dai soprusi permanenti dei più armati, dalla distruzione della cultura, dalla legalizzazione della xenofobia, dalla guerra civile permanente… Ci vorrebbe un superman per fermare tutto questo. O una gang, come quella di Guerre stellari. Ma qui il regista è più impertinente. I numerosi sguardi in macchina dei protagonisti e delle comparse di questa avventura trans-storica, segnalano una preoccupazione di autenticità documentaria che fa rabbrividire e ritornare quella paura rimossa. Non a caso la musica extradiegetica è bandita. Solo chi suona in campo ha diritto di fiato, di battito o di pizzico.  Rabbioso, coraggioso come Terry Gilliam, German ha fabbricato immagini di combattimento.  Certo però vederlo due volte…no. Consigliarlo con calore a un amico? Sì. Il film è piuttosto complesso. E fa venire in mente cose molto serie.

Mai superata completamente, infatti, nonostante il tentativo fantapolitico di Lenin, la fase medievale in Russia, la piattezza spaziale dell’icona sacra, dall’era Andrej Rublev ai ritratti Stalin-Putin, il dio padre che pretende feudalesimo anche se la borghesia regna. Come leggiamo sui giornali con il ri-presidente Putin sempre più super-omofobo, affetto platealmente (come un suo caro amico lombardo) da gravi problemi di virilità e machismo; con la chiesa cristiana ortodossa che aizza, ringalluzzita come Rasputin, al pogrom anti-femen e con lo stillicidio di giornalisti, ceceni, artisti come nemmeno negli anni neri del Kgb… Senza che nessuno si ponga nemmeno per sogno l’obiettivo legittimo di boicottare i XXII giochi olimpici invernali di Sochi, come fecero invece con Mosca 1980 - anche quelle erano le XXII - alleggerite di 66 nazioni, Usa compresa. Ridateci (solo questo) Reagan.

Prendiamo, a proposito di icone, un amico di German, Sokurov. E il suo Faust. Che qualche cosa a che vedere con Trudno byt’ bogom ce l’ha, i mille colori e odori del beige e della merda anche lì imperano con grande fracasso iconoclasta e mistica ansia aniconica. La più riuscita messa in scena, prima di questo, del flusso narrativo convulso e concitato alla Luis Ferdinand Celine (penso a Grand Guignol) tradotto in grande schermo. Lo avete riletto prima di inebriarvi di immagini materiche, verdevomito e terragne, da versione serializzata di un solo fotogramma di Brakhage

Ebbene Sokurov ha espulso ogni retrogusto gay dal testo di Goethe, nel finale davvero prepotenti, onde non infastidire il nuovo zar (entusiasta del film e suo producer) e il suo partito di riferimento, la chiesa ortodossa che ha annichilito gli eretici principianti dell’altra chiesa sessuofoba, dal 1931, il Pcus. Difficile essere un dio, in queste situazioni, ma ci si può provare. Però: ci si deve proprio provare? Anche qui monaci e monastero hanno ben poco di popesco e eisenstaniano. Non si sa mai. Meglio alludere all’esotico. Sono le scappatoie che ti permette la fantascienza.

E prendiamo pure Andrej Arsen’evic Tarkovski. Ritroviamo molti elementi esteriori e interiori dell’ Andrej Rublev in questo film. Atmosfera simile, gli spazi senza aria respirabile di un rinascimento che non riesce mai a nascere, le feroci rivolte contadine represse, le invasioni armate, la carne umana ancora appesa alla corda a seccare ovunque, la voglia di volare (lì mongolfiere, qui delle ali improvvisate e improbabili), i buffoni di corte, i monasteri incombenti, i monaci infidi, i fienili, le carni appestate, i soldati feroci, gli accecamenti, le feste, i tanti nudi e i tanti coiti, il cibo esagerato dei ricchi e la fame atroce dei poveri, gli intellettuali distratti, gli scrittori inermi, gli artisti trattati come ebrei e comunisti, i musici perseguitati come zingari…e che invece dovrebbero maneggiare, è ora, le leve del potere politico.  

Aleksej German
Aleksej J. German, nato a Leningrado, figlio dello scrittore Yuri Pavlovich German, è stato autore di soli cinque film e mezzo, in 46 anni di lavoro: Il settimo compagno di viaggio; Controllo stradale; Venti giorni senza guerra; il più conosciuto di tutti, anche all’estero, il poliziesco in bianco e nero, “perché la memoria non ha colore”, Il mio amico Ivan Lapsin, sulle ‘innumerevoli spaventose piccole verità’ della caccia all’uomo in piena purgomania (1935); Chrustaev, la macchina! sul complotto anti semita dei camici bianchi, negli ultimi mesi di vita di Stalin e E’ difficile essere un dio. Tutti film drammatici, realizzati con molte difficoltà e problemi di censura, gli ultimi due economici, tutti più o meno inaccessibili al pubblico, tratti da romanzi di guerra del padre o di Konstantin Simonov.

Aleksej German sul set
German è morto senza aver finito (ma era già in fase di sincronizzazione) il suo ultimo lavoro, portato a termine dal figlio Aleksej German jr. e da Svetlana Karmalita (la sua compagna di sempre e collaboratrice anche nell’allevamento di giovani talenti alla Lenfilm fin dal 1988), e tratto da un romanzo di fantascienza metaforica, pubblicato da Urania nel 1989, scritto in epoca kruscioviana, nel 1964, dai fratelli Arkadij e Boris Strugackij, il duo cult della sf sovietica, che ebbero non pochi problemi negli anni immediatamente successivi all’invasione di Praga. Il primo è morto nel 1991 e il secondo nel 2012. Una precedente trasposizione sullo schermo è del 1989, firmata dal radicale cineasta tedesco Peter Fleischmann con il titolo Es ist nicht leicht ein Gott zu sein.

Ci sono voluti 13 anni per terminare questo progetto, iniziato nel 2000 e ripreso nel 2006… E anche qui niente eroe tutto d’un pezzo. Ma uomini pieni di debolezze, ferocia e lati dark, che cercano di sopravvivere con dignità e integrità ma non sempre ci riescono se non sono spalleggiati da una sorta di spirito santo. Tempi dilatati, spazi rigonfi e barocchi pronti a esplodere, forme inusuali fino all’astrazione, slittamenti verso l’onirico e il grottesco, come in un Alex de la Iglesia ma senza alcun ammiccamento nichilista e anarchico, né sgangheratezze, realismo ipnotico e magico seducente, perché non c’è mai stanchezza in sala. Sarà il contagio dello schermo ma sembrano tutti in grazia di dio.

Negli ultimi anni German è stato oltretutto anche impegnato nella controversia con Mikhalkhov (che di Russia Unita, il partito di Putin, è un fan) per la direzione del sindacato cineasti russi, rappresentando le posizioni più progressiste e aperte ai talenti più giovani (certo, ha vinto, nel 2009, Mikhalkov).  Finalmente in anteprima mondiale (quest’anno sono poche ma buone al festival, meno di 20 su 65) il film ha consacrato nei giorni scorsi, con un premio del festival alla carriera, questo filmaker delle missioni impossibili, come lo ha definito Marco Mueller nel suo bel saggio sul catalogo. Un artista tanto geniale quanto ostinato nella sua radicalità.  Che poi vorrebbe essere il motto di questo festival. Che poi forse è il motivo per il quale un po’ di poteri forti della città, e anche La Repubblica, gli fa guerra. Non si può tollerare la contiguità German/Eli Roth; peplum/Vitor Goncalves; Demme/Swaroop; Tsui Hark/Hunger Games: the Cathching fire  con quel tifo da curva sud commuovente.

Aleksej German
Ma torniamo indietro. Prendiamo il realismo socialista. Come si poteva rappresentare l’individuo nuovo e liberato, al centro della storia e dell’universo, descrivendone la personalità a tutto tondo e la sua tipicità combattente per la causa del proletariato internazionale, ma non stereotipata e ridicolizzata, dentro un paesaggio che si pretendeva addomesticato dalla lotta di classe, e addirittura dalla sua estinzione, se mai si era attraversata, approfondita e superata – nella pittura, nella scultura, nell’architettura, nella letteratura, nelle scienze - la fase umanistico-rinascimentale e poi quella illuminista, mai approdata sul Volga?   Siamo eurocentrici? Non consideriamo l’orientalismo di un paese così altrettanto asiatico, e l’importanza anticristiana delle sue tradizioni altre, islamiche, buddiste, maoiste e altrimeni atee? La Cina e il Giappone, si vede dalla maggiore disinvoltura con la quale stanno maneggiando l’economia di mercato, anche quella quella capitalista all’europea, fastidiosamente espansionista e perversa, per riprendere il giudizio critico di Adam Smith, ma fascinosa, dimostrano una secolare abilità contaminativa, un gioco più dinamico tra vertice e moltitudini e una più sofisticata leggiadria sessuale. Forse Mosca potrebbe migliorare guardando a est piuttosto che a ovest, ci dice il film. E se si andasse verso un Rinascimento per una volta acristiano?  

C’è solo da sperare, se no, almeno in un dio minore, quasi insignificante, crocifiggibile, per far fare alcuni salti epocali alle popolazioni inermi intrappolate nel bigottismo violento medievale che fa molti milioni al giorno per fame, mentre l’1% si abbuffa. Uno di questi dei in terra è proprio il protagonista del film.  Uno scienziato, un musico (flautista), un brillante guerriero (a cui, ovviamente, non è concesso uccidere, ma, come a Mike Tyson, solamente staccar le orecchie, e lo ha fatto circa 190 volte). E’ Don Rumata, imbattibile spadaccino come Scaramouche. Viene spedito, ci dice una scritta all’inizio, assieme ad altri scienziati sul “pianeta Arkadar” (che poi è il doppio del mondo talebano, putiniano, wahabita, berlusconiano…rappresentato con i più cupi bianchi e neri, per come è veramente dentro, non per come si trucca fuori) per salvare dalla gogna, dall’impiccagione, dalla morte per soffocamente nelle feci, gli artisti, i poeti, gli studiosi, letteralmente gettati nei cessi. Dei contadini qui non si tratta. Dei proletari di tutto il mondo imbarcatevi nei gommoni! neanche.

Svetlana Karmalita e Aleksej German jr.
Eravamo quasi arrivati al Crepuscolo degli dei e invece, dopo la speranza e poi la sconfitta (con punteggio tennistico) del 1848, del 1870, del 1917 e del 1949, ricominciamo da capo. Eccole riemergere le divinità. Passano attraverso la violenza massima della storia senza essere mai colpiti a morte. Ripiombiamo in piena alba divina, a seguire, in un mondo-sequenza a più piani mentalmente sovrimpressi, le peripezie di questo Don Rumata (Leonid Yarmolnik), sempre in campo, scienziato-musico-falso eroe, capitato a mettere ordine e più giustizia e più pace (eguaglianza non direi, visto come distrugge Arata, il leader contadino che gli ha ucciso la donna) nel pianeta Arkanar che poi non è altro che quello inciso da Duhrer con altrettanto dolore, e più furore rivoluzionario, mettendo in scena l’osceno della repressione contadina ferocissima nel XV secolo, e con l’ostinazione di un nuca-movie alla fratelli Dardenne e di un reportage muckraker in diretta dall’inferno dello sfruttamento, affinché ci si indigni imbufaliti. Almeno quello.