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venerdì 8 novembre 2013

Tsui Hark, perché è una leggenda vivente del cinema mondiale



Roberto Silvestri
Roma

Tsui Hark
E' Marco Mueller che ce lo ha fatto scoprire in Italia nei primi anni 80 di ritorno dalla Cina assieme a tutti i grandi della nuova onda hongkonghese, da Allen Fong a Ann Hui. La grafica dei suoi movimenti interni e esterni alla scena, il cromatismo pop delle luci e delle ombre, la dinamica del montaggio e della costituzione e formazione d'immagine erano innovativi e stupefacenti. Ci folgorarono. Un mago. Neppure Joe Dante arrivava a tanta audacia armonica e visionaria. Forse solo Orson Welles andando indietro nel tempo era altrettanto prestidigitatore e radicale. E' giusto che sia Marco "Polo" Mueller a premiarlo. 

Indimenticabile fu infatti la sua retrospettiva pesarese, e il quartetto di capolavori che ci propose: il visionario e busbyberkeleyano The Butterfly Murders, 1979, un wuxia (l'equivalenza del nostro 'cappa e spada') dalle coreografie kung fu mozzafiato e surreali. 

Il macabro umorismo dell'horror We are going to eat you, 1980, versione in cantonese di 2000 maniaci di Hershell Gordon Lewis visto che anche qui i cannibali vendicatori e sciovinisti sono all'opera. 

La censurata brutalità apatica di una gang giovanile capitanata da una dodicenne istigata alla violenza massima (tipo mettere bombe che esplodono solo quando i cinema sono pieni zeppi) perché "solo violenza aiuta dove violenza regna" di Incontri pericolosi del primo tipo (1980) che metteva con le spalle al muro la pesante ipocrisia del colonialismo democratico britannico e l'avvelenamento progressivo delle anime belle che, in ogni parte del mondo, erano ormai state istigate alla follia violenta, dalle Br ai Khmer rossi. 

E infine il primo successo commerciale, Zu: Warriors from the Mountains (1983) che ci fece commentare: non c'è differenza tra Hong Kong e la new Hollywood. E infatti gli effetti speciali di quel fantasy così tradizionalmente mandarino erano di Peter Kuran e Robert Blalack, della tecnoband di Star Wars...Da quelle proiezioni scomparve per sempre dall'orizzonte eurocentrico la demicinefilia, il piacere schermico dimezzato. L' Oriente è rosso voleva dire anche che dall'Asia arrivava un contributo originale e postmoderno ante litteram, per tastiera di generi maneggiata più velocemente, al nuovo cinema/altro cinema indipendente. Tsui Hark, allievo del generale filmaker King Hu (una leggenda vivente del cinema hongkonghese: fu davvero emblematico in modo in cui lo trattò la pezzente Rai craxiana quando lui gli espose un magnifico progetto su Matteo Ricci...), diventava un leader spirituale dell'immaginario a venire. La sua società, Film Workshop, fondata con la moglie Nansun Shi, divenne un punto di riferimento non inferiore alla New World di Roger Corman, decuplicandone le opere sulfuree, rivoluzionarie, femministe, controculturali, pacifiste e militariste solo rispetto alla lotta contro l'aggressione occidentale in Vietnam. 

Dunque, oltre 50 film firmati o prodotti dopo, siamo quasi arrivati al grande giorno. Olivier Assayas, critico e regista francese notoriamente innamorato del cinema estremo d'Oriente, consegnerà al prolifico ed eccentrico collega di Hong Kong Tsui Hark, 62 anni, vero nome Tsui Man-Kong, il 16 novembre, il "Director Maverick Award", nella Sala Sinopoli dell'Auditorium della Musica. Dopo la proiezione del suo nuovo film, prevista per le ore 21. Non è il primo premio che Tsui Hark riceve in Italia, perché alla mostra di Venezia 2000 vinse il Digital Award per Shun Liu Ni liu (e ricordiamo anche i premi collezionati a Dubai, Avoriaz, al FantasPorto e a Hong Kong... e la sua presenza in giuria a Cannes, che è sempre una consacrazione mondiale).

Lo scorso anno il premio Director Maverick era stato assegnato dal Festival di Roma a un altro geniale cineasta d'azione, lo statunitense Walter Hill, molto vicino per sensibilità etica, radicalità politica e modernismo di linguaggio al suo collega cino-vietmanita, anche se la sua filmografia è molto più limitata. 

Più cosmopolita e prismatico, è nato a Canton, è cresciuto in Vietnam, ma ha studiato 12 anni cinema a Austin, Texas, e a New York ha fatto tv, per poi ristabilisrsi a Hong Kong, inoltre Tsui Hark (attenzione: si pronuncia Cioi Hok) è un total filmaker, anche produttore  e attore, oltre che talent scout (John Woo è tra i suoi gioielli, anche se poi i due litigheranno per profonde divergenze espressive dopo A better tomorrow, 1984) e effettista speciale indipendente, sperimentatore digitale di magie luminose e tecnologie avveniristiche, visto che ha fondato e diretto la Cinefex Workshop. Insomma, c'è del George Lucas in lui. Anche se "lo Spielberg d'Oriente" è la definizione più usata dal Village Voice e da Variety in quegli anni.


O, come lo chiamano i più raffinati e sensibili, il Nicola Tesla dell’immaginario audiovisivo, visto che Tsui Hark ha trasformato in realtà artistica una delle grandi intuizioni dell’inventore serbo: impressionare lo schermo direttamente, e velocemente, con il solo pensiero. Tsui Hark ci ipnotizza e noi vediamo i corpi volare e combattere per minuti interi nell'aria. Altro che Ang Lee.

Tsui Hark presenterà per l'occasione a Roma il suo nuovo film, Young Detective Dee: Rise of the Sea Dragon 3D (Di Renjie zhi shendu longwang 3D), fuori concorso in prima internazionale e parlerà del suo cinema con il critico e studioso del cinema di Hong Kong Giona Nazzaro e con il critico e cineasta Olivier Assayas. Sono qesti affondi (Wes Anderson, Jonathan Demme, l'omaggio ai peplum italiani, Tsui Hark) ciò che caratterizzano il festival-festa di Mueller. Ciò che ha radicalmente trasformato non tanto il contenuto dei film scelti per l'Auditorium Parco della Musica, quanto il contenuto dei cinema. E questo è ciò che fa cambiare di status un festival. Chi va a vedere i film. E il livello critico e culturale dei filmgoers, adesso, si è innalzato di molto.


Young detective è l'atteso prequel del classico che fu a Venezia nel 2010, Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma (Di renjie', 2010) ed è il secondo film realizzato in 3D da Tsui Hark, dopo Flying Swords of Dragon Gate, con Jet Li (un'altra sua scoperta). Ed è più fantasy che thriller, più politico che spettacolare, visto che il nostro eroe è un magistrato, implacabile contro ogni crimine covato dai potenti (stile In nome del popolo italiano, la cosa non fa piacere ai nostalgici della magistratura monstrum che mai avrebbe osato condannare un criminale, se presidente del consiglio o presidente della repubblica o Ligresti) che dovrà affrontare non solo un caso di avvelenamento (da polonio?) dell'intera classe dominante della Cina (un'idea di stampo grillino), ma anche il minaccioso e aggressivo mostro marino del titolo. Senza la presenza dei King Kong o dei Gamera non c'è un cinema politicamente devastante, feroce, progressista. Quel che i nostri nemici maleducati chiamano cinema buonista.  

Il primo Detective Dee, ambientato durante la dinastia Tang, era un'opera di genere d'azione-avventuroso,  «dongzi-ian» (così chiamava il genere, in cinese, il suo inventore, King Hu) che deve saper smuovere le cose dentro e fuori, e produrre quella merce rara e incantata, alla borsa valori dell’immaginario tecnologico, chiamata emozione cinematografica rivoluzionaria. Come l’estasi eisensteiniana... Un dinamico testo di filosofia politica che giocava leggiadramente con la fantasia ninja. Non un polpettone per glorificare i buoni sentimenti eternamente confuciani ma, attraverso una colta deformazione e miscelazione di più generi asiatico-occidentali e tonalità diverse - più che postmoderno qui siamo al cocktail classico, rabbia e gentilezza punk - una decostruzione della storia e dei miti asiatici profonda e originale, striata di poesia romantica, tipica dell'indimenticabile regista che avrebbe firmato via via melodrammi interni/esterni alla tradizione più classica del cinema cinese: Shanghai Blues e Peking Opera Blues, Green Snake, The Blade, The Lovers e la sua parodia, oggi dal titolo ancora più comico, Love in a Time of Twilight. 

Tsui Hark resta tra i più sconvolgenti registi viventi. Sa far duettare amore e azione come non riesce a nessuno senza cadere nel geometrismo più gelido e accademico (dal modestissimo Ang Lee al genio Zhang Yimou) o nel sentimentalismo opportunista e consolatorio. Sa far combaciare artigianalità arcaica e tecnologia più avanzata. Sa far volare nel tempo e nello spazio, non per gioco ma per saggezza consapevole e a volte malinconica, il romanzo hongkonghese degli anni 50 di cappa e spada (anti-imperialista e anti-fondamentalista religioso) assieme al musical cantonese che fedelmente e seriamente maneggia, distillandone effetti stroboscopici, dinamismo esplosivo, da fissione nucleare e umorismo da grande cubista della cinepresa. Questo è il nuovo virtuosismo, un ritorno ai classici dei sentimenti costruiti pietra su pietra, mai prefabbricati, sia di Hollywood che di Shanghai. 

Ma perché Tsui Hark è il più grande regista off e in del mondo? Perché sa togliere le briglia alle immagini, sa dare velocità ai piani più statici, apre spazi di fuga dove un altro sbatte claustrofobicamente la sequenza contro le pareti. E poi perché sa trovare il romanticismo là dove nessuno lo cerca. Ricapitolando:
1) perché maneggia meglio di tutti la postmodernità all'orientale e lo stile di ripresa vertiginoso e metafisico (nel senso che sbriciola qualunque legge della fisica euclidea, basta vedere tutta la sua opera dagli 8mm alla Méliès da teenager al film neo kung Once upon a time in China (1991); 2) perché il processo creativo e produttivo delle sue opere è quasi completamente autonomo, soprattutto per quanto riguarda i trucchi visivi e acustici, visto che ha anche fondato con la moglie la società la Cinefex Workshop per la realizzazione di effetti speciali in proprio riappropriandosi di antiche tecniche come il wire work tra acrobazia e digitalità, animazione (The legend of Zu, 2001) e prestidigitazione; 3) perché traghetta le intuizioni classico-dinamiche del "cattivo maestro" King Hu - regia iperdinamica, montaggio caliedoscopico, ellissi - verso le cattedrali vertiginose, a flusso turistico permanente, del più zelante e non hollywood-repellente dei suoi allievi, John Woo»; 4) perché  è il più estremo, intenso e umoristico dei maestri horror, mélo e d'azione nera del mondo; 5) perché rispetta - a grande distanza - l'industria hollywoodiana, da cineasta texano purosangue, tranne nell'esperimento, presto interrotto, di Double Team e di  Hong Kong colpo su colpo con Jean Claude Van Damme, sul finire degli anni 90. 

Tutto questo lavoro ha aperto i nostri occhi di discepoli zen, e ci ha spinto più direttamente al centro del mistero cinema, vedere cose che non ci sono sullo schermo, aprire l'anima ai raggi X spirituali, superare la fase percezione e reggiungere la più alta e profonda fase appercezione. Che poi è il nirvana dello sguardo critico che sa leggere le immagini e il loro doppio, il dentro e il fuori visione.