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martedì 3 settembre 2019

La Mostra sulla via della seta, passando da Ryiad

Ji yuan tai qi hao (No.7 cherry Lane) di Yonfan
Roberto Silvestri

VENEZIA. Non solo nel calcio. Ora investono anche nel cinema. I regimi wahabiti, terrorizzati per secoli dall'immagine, iconoclasti per motivi religiosi, considerando blasfema la rappresentazione della figura umana, visto che è stata creata a immagine e somiglianza di dio, dal nulla,  ed  è inimitabile, soprattutto in supporti mercificanti, anche se artistici, iniziano da qualche anno a finanziare il cinema, a tollerare la tv, a organizzare festival, a favorire il finanziamento di progetti giovani e di donne. Molti film ormai sono stati ideati a Doha o a Dubai, ed è arrivato in competizione perfino un'opera dell'Arabia Saudita, diretta da una regista, Haifaa Al Mansour, Il candidato ideale. Un medico donna, che guida la macchina (da pochi mesi ormai è permesso), indignata perché il pronto soccorso non è raggiungibile facilmente dalle automobili e le barelle devono superare viottoli di fango e sassi per trovare assistenza, dopo inutili lamentele respinte dai burocrati, si trova quasi per caso candidata alle elezioni municipali. Anche se i bookameker la danno stra-perdente, in campagna elettorale, è sulla strada da alfaltare che punta, perché bisogna toccare corde concrete, quelle che dicono i qualunquisti di ogni parte del mondo "interessano davvero i cittadini". A parte questo la ragazza  fa mosse sempre più eretiche, e passo dopo passo conquista piccoli pezzi di potere immaginario, anche se resta assodato, ed è un macigno simbolico da strappare come il velo integrale, che la donna abbia costantemente bisogno di un tutore maschio per ogni movimento che compie, urbano, provinciale, regionale, nazionale e internazionale. La richiesta di un visto per l'espatrio come parlare direttamente agli uomini in pubblico senza l'uso di uno schermo. Ecco infatti perché il cinema è tollerato. Si tratta di un gioco di ombre, di pixel, di tubi catodici. Soprattutto se, come in questo caso, la rappresentazione delle personalità è così schematica e manichea: il buono il cattivo, l'opportunista, l'addolorato, la gelosa, il burocrate, la mannequin, la casalinga pia, il ferito che non vuole farsi curare dalla dottoressa e preferirebbe (ma poi cambia idea) morire tra le braccia di un infermiere, purché sia uomo....Un'altra cartuccia "sovversiva" sparata dal film è l'uso della musica, il padre della dottoressa infatti è un musicista classico che finalmente ha l'autorizzazione a tenere "diabolici" concerti dal vivo nelle piazze del paese. E qui il tono diventa propagandistico è direttamente contro l'Iran la polemica, perché per anni, colpa di Khomeini, ogni tipo di musica e danza, perfino derviscia, era bandita per la sua potenza sensuale (Makhmalbaf è diventato un oppositore, lui così fanatico, proprio polemizzando con quella crociata).

Mila Alzahrani protagonista di "Il candidato ideale"
Nei paesi cattolici non ci sono questi problemi. Anzi il regista più blasfemo di tutti, Paolo Sorrentino, si permette di irridere queste fantasie feudali, facendo scrivere sui poster del suo nuovo film tv, The New Pope" non regia di ma "creato da Paolo Sorrentino". Una finezza da Oriana Fallaci.
Ha molto colpito il pubblico del festival il cartone animato di un cineasta cinese, ma anche fotografo e pittore celebre, Yonfan, "No.7 Cherry Lane". Le vertiginose conquiste tecnologiche dell'animazione in 3D qui sono ignorate. Lentezza invece che dinamismo veloce. Pochi gesti animati in quadri per il resto fermi, e oltretutto rallentati, come i salti di un gatto grigio, l'evoluzione nel vento di un foulard o di un manifestino  politico inneggiante alla Grande Rivoluzione Culturale Maoista. Anche se qui siamo a Hong Kong, nel 1967, quando le bandiere del Regno Unito venivano bruciate e il peso neocoloniale di Londra era più intollerabile della prospettiva di unificazione con Pechino. Uno studente molto cinefilo e progressista, che gioca a tennis senza palla con un collega solo per citare Blow up di Antonioni, si innamora della misteriosa madre di una sua allieva d'inglese (una giovane indossatrice che vive l'ebbrezza di un paese in piena esplosione consumista) e con lei insegue i film di una attrice francese (Jeanne Moreau? Simone Signoret?)  che, notoriamente sensuali e peccaminosi, li avvicinano pericolosamente. La donna viene da Taiwan, si occupa di import esxport di beni di lusso, ma è una comunista, forse ex spia rossa di Pechino, costretta a lasciare Taipei. Ilsuo disincanto di fronte al progetto maoista è visibile quando, incrociando una manifestazione di guardie rosse locali, esclama: "questa non è una rivoluzione vera". Probabilmente faceva parte della "fazione nera"di Liu Shao Chi.

Il regista cinese Yonfan
Ma non sono questi accenni politici a rendere interessante il cartoon, quando la nostalgica passerella, attraverso personaggi e situazioni "minori" del cinema hongkonghese degli anni 60 e 70, quello nuova onda che insegnò al mondo a trasformare una inquadratura in un fuoco d'artificio, anche se statica, mossa solo da impulsi poetici. Si sente dietro il disegno la presenza di Tsui Hark, per esempio, non solo quello impegnato e rivoluzionario di Incontri pericolosi del terzo tipo (che gli inglesi proibirono e che raccontava, attraverso metafora insostenibile lo stato di servitù del popolo honkonghese rispetto alla City) ma anche quello romantico di Pechino Opera Blues o Shanghai Blues che trasformava i cento tipi di lotta alla Bruce Lee in moti interiori della passione e in combattimenti d'amore.  Non è un caso se tra le voci che arricchiscono il parco suoni del film ci siano quelle di tutte le super star di Hong Kong (almeno a giudicare dagli appalusi dei cinema accanto a me) e anche di un grande regista di quella scuola, Fruit Chan.

       

sabato 22 ottobre 2016

Festa di Roma. I film delle star 2. Il capolavoro di Tsui Hark e Tung Shin Yee, The Sword Master. L'importante è perdere

Il poster di The Sword Master


Roberto Silvestri

Un dato davvero negativo e grave per le giornate all'Auditorium Parco della Musica e per il suo pubblico è il successo di pubblico di un modesto filmetto che prende in giro la controcultura, Mister Fantasy e l'insuccesso, i pochissimi biglietti venduti dalla Festa di Roma per due degli appuntamenti più interessanti in cartellone. Segno che il pubblico romano, e quella parte di pubblico romano che è asiatica, non certo meno incompetente di quello di Rotterdam o di Londra, di Tokyo e New York, volta pregiudizialmente le spalle alla manifestazione (che oltretutto ha attuato una politica dei prezzi non disastrosa, il biglietto costava 6 euro). Va ricucito il rapporto con il pubblico più competente, con le strutture vivaci del territorio, con il Detour e con il clan ghezziano, per esempio, e va riaperto (e ben sostenuto finanziariamente) il gioiello perduto del Filmstudio (che almeno l'Oriente è rosso lo programmava, e anche La linea generale, i pilastri dello scarno cinema cinese maoista durante la grande rivoluzione culturale proletaria) e il Nuovo Cinema l'Aquila e ridato a chi lo ha reso importante: è un po' merito loro se Gianfranco Rosi sta seguendo le orme, anche Oscar, di Oppenheimer. Se no invece di dieci anni ce ne vorranno 20 per far decollare la Festa. I due fiaschi (solo al botteghino, perché sono capolavori assoluti) di cui parliamo sono stati 1. il magico japan-cartoon Kubo di Travis Knight, genio del passo uno e rampollo della famiglia Nike, quello delle scarpe sportive (sezione autonoma Alice in città), in uscita italiana tra qualche settimana e 2. Sword Master3D, l'ultimo sorprendente parto della Tsui Hark Factory che invece dubitiamo uscirà mai doppiato.

The Sword master, la regina cattiva
Eppure il primo era oltretutto impreziosito dalle voci magnetiche di star come Charlize Theron e Matthew McConaughey. E il secondo, in prima mondiale assoluta, è diretto da Tung Shing Yee (americazzato in Derek Yee), attore e divo del genere honkonghese del "wuxia", il filone prestigioso della "cappa e spada" cinese, che a 59 anni ha trasferito in un 3D più che sensato, romantico e sensuale, dopo una quarantina di regie, la classica produzione Show Brothers di Chor Yuen Death Duel (1977), tratto dal romanzo di Lung Ku, dal titolo originale San shao je de jian. Naturalmente ben riorchestrata per adeguarla alla sensibilità sovversiva e divertente di una ricezione occupy wall street, rap e street art (e non per mettere in formine di fatua bellezza la nostalgia, come ha fatto il calligrafo Ang Lee, disastrosamente, anni fa). Insomma prodotti da superstar, blockbusters, non noiosi film d'autore veleno al botteghino (Kubo ha raggiunto i 50 milioni di dollari di incassi, finora solo in Usa). Quel che inebria il direttore artistico della manifestazione, discepolo poco zen di Veltroni-Franceschini, non è proprio confermare (più che creare) lo star system, avere live o non live più Benigni, Streep, Bertolucci, Stone, Kidman e Affleck possibili? Una idea forza comprensibile, visto il taglio, che si vuole popolare, dell'evento (anche se non tutti sono Nicolini). Dunque la debacle è stata autarchica. Soprattutto se si va a leggere su Imdb l'unica recensione negativissima del film (by Quinlan).

The Sword Master, la prostituta buona
Di Kubo scriverà Mariuccia Ciotta, mentre non si può non ammirare nel remake dei buddy buddy Derek Yee e Tsui Hark, cosceneggiatore e produttore (che si è dedicato soprattutto al lato tecnologico-sperimentale dell'impresa), al solito, la stupefacente ritmica della narrazione visuale, cioé quello che Eisenstein chiamava il "montaggio verticale", un dominio psicotecnico a zig zag, sempre imprevedibile, del materiale sonoro, musicale, acustico, performativo, conscio, bisexual, inconscio, politico e preconscio, che rende sorprendentemente "ricca" la superficie spazio-temporane della singola inquadrata e del suo montaggio interno e in sequenza; veloce e dinamico il piacere cromatico e coreografico dell'immagine e quasi tossico ciò che rende spasmodico - per esempio il gioco di spade, ora prospettico, ora cubista, ora surrealista ora di umorismo Dalì o il duello dei colori bianchi dei cattivi contro i neri e i nerissimi, anche maleodoranti, dei buoni - il desiderio dell'inquadratura successiva e di come si sviluppa la storia dentro quel piccolo rettangolo bidimensionale che, per magia, è trasformato in mito e realtà 3D nello stesso tempo.
The Sword Master in persona
Buchi, deviazioni e strappi di sberleffo punk inclusi. Improvvisi voltafaccia umoristici che rilanciano le avventure di questi due nostri cavalieri solitari e visionari, il Terzo Maestro, diventato un pacifista pulisci cessi e lo Sword Master, frustrato nel suo desiderio di diventare il number 1 del duello di spade, e del "combattimento assoluto", che si rinchiude, con gesto autonecrofilo degno di Christopher Lee, nella propria tomba, anche perché è stato male informato sul suo stato di salute dal solito medico obiettore di coscienza dell'epoca. Due Don Chisciotte e Sancio Panza rovesciati, troppo valorosi, troppo saggi, troppo vincenti per vincere. Una cosa che scandalizza i giovani cinici rottamatori diventati manieristi adoratori del politicamente scorretto. Due Gilbert & George, invece, capaci di cogliere nel brillare del gesto, della luce, delle materie formali, delle invenzioni stilistiche la miseria del potere e di un dominio che si affida per combattere l'1% di strapotenti dominanti non sui leader, ma sulla sgageeza e l'organizzazione popolare. In questo caso l'orrore del bordello e chi lo usa. Metafora del capitalsimo, che schiavizza il mondo.

Gli innamorati
Già. Sapete, per esempio, da dove vengono i soldi di Mister Trump? Chi glieli ha lasciati in eredità? Ce lo ha raccontato alla Mostra di Venenzia un atteso film di Bill Morrison, Dawson City Frozen Time. Il nonnetto, sfruttatore della prostituzione nel Klonkide, all'epoca del Gold Rush. Questo per far capire meglio la politicità dell'operazione che è sicuramente ignorata da chi si occupa solo di green screen ed è cieco rispetto agli omaggi subliminali a Brandon Lee, come la maschera "che terrorizza tutto l'occidente" e Wall Street, ma non i bimbi cinesi. Frammenti di saggezza zen, poi, sparsi ovunque. Ma mai come forzature di dialogo letterarie.  Un cinema che si fa a stretto contatto con gli esiti più sconvolgenti dell'arte visiva vivente. Così come Corman maneggiava l'action painting, Carmeron la "macchina celibe" di Duchamp, antidoto al dominio delle macchine sull'uomo, perché l'occhio fiammeggiante rosso rubino di Terminator, quasi schiacciato, insegue atti d'amore, come Rothko,  fino alla fine e ama la ragazza che deve uccidere. Sono questi i segreti di Tsui Hark, ben più profondi dell'aderire o meno agli sterotipi del genere Wuxia e al Wire Work, di cui non esiste al mondo esporto maggiore di questo erede diretto e degno allievo di King Hu. Più di John Woo. Altro che Ang Lee e (il pur grandissimo) Zhang Yimou. 

venerdì 25 aprile 2014

Top 20 dell'exploiding cinema (più o meno). La bomba nel cinema. E perché ho cominciato ad amarla














di Roberto Silvestri


007 Una cascata di diamanti
La bomba al cinema non è la bomba della vita, che fa a pezzi gli uomini. Anzi, basta ricordare tutta la saga 007, e simili, ha un effetto condensante, ricucente, effervescente. Serve a dare luminosità ai manifesti (di Alien 3, per esempio e di quasi tutti i film d’azione, sempre con luccicanze sul fondo) e a simbolizzare che l’eroe è unbreakable, indistruttibile (Tom Cruise in Mission Impossible 2 e tutti i cartoon Warner Bros). 

Mission Impossible 2
Ma quando si parla di ‘exploding cinema’ non si allude ai film su bombe, esplosivi e terroristi. Soprattutto dopo che quel gran salto in aria spettacolare di Carrero Blanco (raccontato in Ogro da Gillo Pontecorvo, per nulla tenero con l’Eta o in Noi credevamo di Mario Martone, per nulla tenero con il padre della patria Crispi) ha offerto una ricca gamma di succedanei criminalmente orridi e di logica più ‘istituzionale’ di quanto non sembri, da Falcone a Oklahoma City, da Unabomber all’integralismo di ogni fede. 


,Noi credevamo di Martone (Crispi, il bombaloro è a destra)
L’equivalente hollywoodiano è Settembre nero di John Frankenheimer, il contributo più perfido alla causa dell’annichilimento palestinese presso l’opinione pubblica americana (i feddayn congegnano un attentato dimostrativo - di che? - nello stadio gremito dove si svolge il Superbowl).


Black sunday di John Frankenheimer
Si intende semmai col termine exploding – per molti anni il festival di Rotterdam lo ha studiato – quel cinema expanted (alla Youngblood) dell'epoca digitale, d’esplorazione radicale che, indocile al rito della sala, sta irradiandosi nei territori limitrofi della performing art, del consumo web, della rielaborazione frammentata e vee-jay, liberando le immagini della camicia di forza narrativa e dal funesto destino segnato per ogni film riconciliato e consolatorio: finire nel cimitero dei Blockbuster.


Il cinema underground del resto, già negli anni ’40 e ’50 e proprio in contiguità con il sussulto delle coscienze del dopo Hiroshima, aveva scatenato quella ‘bomba atomica spirituale di immensa potenza’ che è oggi l’immaginario sovversivo, dentro e fuori il cinema di mercato. 
E che scava, nella globalizzazione, fuoriuscite sotterranee, trova mille mondi illegittimi da osservare, prepara scudi stellari anti-rincretinimento o proclama invisibili (a molti) obiezioni di coscienza rispetto al dosaggio normale di radiazioni ottico-emozionali consentite. 

Edmonda Aldini (ne La ricotta di P.P.Pasolini)
Insomma ci sono bombe e ‘bombe’. Quelle devastanti tatticamente ma che restano nonostante l’alto numero di vittime disperati segnali di sconfitta, e quelle che scoppiano solo nelle coscienze, incruente per lo più, ma irreversibili, perché cambiano la storia e non la congelano, o fermano o strumentalizzano per gretti interessi “d’azienda”. Edmonda Aldini che lesse Bomba di Gregory Corso in un teatro off off romano alla fine degli anni 60, fu una di quelle bombarole dolci irreversibili. E anche, involotanriamente, Peter Sellers, Il dottor Stranamore di Stanley Kubrick.


Qualche frammento dinamitardo nel cinema sovversivo, però, può raccordare sia la linea ‘exploding’ che quella ‘explosive’: Il finale di Zabriskie Point, di Michelangelo Antonioni (1969), per esempio. Con l’esplosione della villa wrightiana incastonata sulle rocce, che non è soltanto il simbolo del sogno giovanile di distruzione totale del consumismo, ma anche, in un’effetto slow-motion per niente estetizzante anzi lisergico, la messa in crisi stessa dell’Autore, dell’Artista, che non può più isolarsi in una torre d’avorio ma deve dilatare la coscienza e la comunicazione estetica, fondendosi con le masse - soprattutto molecolari - “più invisibili”. 

Come in Pierrot le fou (1965) di J.L.Godard, l’ultimo film dell’era preistorica, un on the road contro la storia del cinema, con quel finale, non nichilista anzi costruttivista, con Jean Paul Belmondo che uccide Anna Karina (come partner femminile di serie b) e poi si suicida “dentro il tritolo” di fronte a una scogliera mediterranea. 

Basta con i generi, lo star system, il divismo, le love story, la politica degli autori, le emozioni preconfezionate. Bisogna davvero cominciare a lavorare alla visione, allo sguardo, allo spazio, al tempo, ai corpi, alle mutazioni, ai buchi, ai tagli, ai rattoppi dei Fontana e dei Burri del cinema (capostipite Robert Aldrich di Kiss me deadly e di Ultimi bagliori di un crepuscolo) . La voce fuori campo, infatti, ironicamente e materialisticamente si chiede: “L’eternità? No, solo il mare e il sole”.


Robert Aldrich Kiss me deadly (Un bacio e una pistola)
Se non esistono molti ‘film formalmente anarchici’ non ce ne sono troppi neppure di tradizionali, ma “sugli anarchici”, tipo biografie di Bakunin o Malatesta o Durruti (a parte il recente docu-drama di Comolli e il suo La Cecilia; e poi Sacco e Vanzetti di Giuliano Montaldo, che ha sfruttato però un momento particolare e forse irripetibile della recente storia italiana, il ’68; o Terra e libertà di Ken Loach). 

Bomba atomica
E anche su organizzazioni rivoluzionarie metropolitane o contadine come Tupamaros, Ira, Eta, Sentiero Luminoso, Raf, Br…è meglio basarsi sui documentari non realizzati o controllati nei paesi d’origine (o scegliere, come John Waters e Dario Fo, la strada del grottesco, della fiaba irrealistica sferzante, la formula Cecil B.Demented è più profonda per spiegare Patricia Hearst del dramma alla Schrader). 

Sarebbe imbarazzante spiegare come andarono davvero le cose, altro che “i giocolieri del tritolo” all’opera, e oltretutto impossibile terrorizzare ogni tanto l’audience - tramite tg - raccontando le nuove audaci imprese di “anarchici insurrezionalisti”, redivivi di tanto in tanto...La Comune di Parigi di Peter Watkins (2000) non è che la Rai sta facendo carte false per strapparlo alla Fininvest. Non frega niente a entrambi.


Ma non per questo non manca (e non amiamo, a volte) il “cinema esplosivo”, quello che fa della dinamite e dell’effetto speciale roboante e fiammeggiante una componente chiave del cinema d’azione e spettacolare di serie A e Z, in occidente come in oriente, e dell’immagine del disastro un antidoto salutare, nell’inconscio collettivo, rispetto al ‘disastro dell’immagine’ plastificata, ben impaginata e disciplinata che sempre più sta anestetizzando ogni pulsione e piacere. 

Inferno in Florida di Corey Allen, produzione Roger Corman
Anzi, assieme a una buona dose di violenza, inseguimenti d’auto, sesso e femminismo l’esplosione fa parte della ricetta produttiva di tutti i film New World di Roger Corman, da Inferno in Florida di Corey Allen a 1929 Sterminateli senza pietà di Martin Scorsese, dove gli eroi sono costretti ad essere sempre indipendenti, fuorilegge, sabotatori, illegali, distillatori clandestini e anche un po’ bombaroli. Ma questa volta le attenuanti sono più che generiche. Contro di loro ci sono o i feroci agenti Pinkerton, o il Ku Klux Klan o, peggio ancora visto i recenti accadimenti, la guardia nazionale della Florida!.


E’ del 1977 I cospiratori (The Molly Maguires) di Martin Ritt, su un’organizzazione operaia americana e multietnica degli anni 1870-1880 stroncata senza pietà (e anche allora tramite provocatori ben addestrati che ne strumentalizzarono una componente terroristica d’autodifesa) perché, in buona sostanza, colpevole di voler aumentare il costo della forza-lavoro. Il reato è di “sindacalismo”, quello che sta tornando proprio di moda adesso, contro la classe operaia immigrata. 

Incontri pericolosi del primo tipo di Tsui Hark
Tsui Hark in Incontri pericolosi del primo tipo ci racconta, con linguaggio molto più secco e estremo, una storia simile, ambientata però nella Hong Kong di un secolo dopo, in quella allora enclave britanizzata che si era ‘americanizzata’, prima del ritorno alla Cina, tramite flussi migratori, anche dalle Filippine, e che in più si avvicinava, in mezzo a contraddizioni furibonde, alla fusione con la gigantesca madre patria comunista… Ne è uscito fuori un grottesco horror atroce ma commuovente (e censurato tutt’oggi) che punta il dito sullo sfruttamento della manodopera minorile e le insostenibili diseguaglianze sociali del protettorato, e esaspera a tal punto le psicologie che una dodicenne tutta sola (non fosse per l’adorato canarino), diventata capobanda di un drappello di coetanei “pixote”, impelagati per sopravvivere nel traffico di droga e nemici degli yankees, che finirà per mettere una bomba in un cinema superaffollato del centro, mandando tutto in mille pezzi, metafora del potere immane del cinema anticommerciale dei seguaci di King Hu (e arriveranno presto anche John Woo, Ann Hui e Allen Fong) che hanno deciso di smetterla con i generi e le frivolezze alla moda. 

Sabotage di Alfred Hitchcock (1936), da ‘Agente Segreto’ di Conrad, dà alla bomba una funzione altamente educativa, quella di spiegare come si fabbrica la suspense, tramite un ragazzo, un autobus, un tavolo e un congegno a orologeria. 

Mario Bava, Le spie vengono dal semifreddo
In Le spie vengono dal semifreddo (1966) di Mario Bava procaci donne robot spedite ai generali della Nato (una a testa) sono programmate per esplodere a letto con i graduati ha il sapore dell’utopia indipendentista e nazionalista che i troppi thriller politici di oggi, sui bombaroli pazzi che giocano con l’uranio ex Cccp, fanno certo rimpiangere.







End the winner is..........
Le spie vengono dal semifreddo di Mario Bava

APPENDICE 1  I film bombaroli preferiti dagli amici


Il dottor Stranamore di Stanley Kubrick
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Peter Freeman: Il nostro agente Flint di Daniel Mann



Peter Freeman: Wile E. Coyote di Chuck Jones




Lino Sturiale: L'ultimo capodanno di Marco Risi


Thomas Martinelli: La polveriera di Goran Paskalievic


Antonio Fiaschetti: Giù la testa di Sergio Leone
James Coburn in Giù la testa


Roberto Silvestri: La banda Bonnot di Philippe Fourastié


 

























venerdì 8 novembre 2013

Tsui Hark, perché è una leggenda vivente del cinema mondiale



Roberto Silvestri
Roma

Tsui Hark
E' Marco Mueller che ce lo ha fatto scoprire in Italia nei primi anni 80 di ritorno dalla Cina assieme a tutti i grandi della nuova onda hongkonghese, da Allen Fong a Ann Hui. La grafica dei suoi movimenti interni e esterni alla scena, il cromatismo pop delle luci e delle ombre, la dinamica del montaggio e della costituzione e formazione d'immagine erano innovativi e stupefacenti. Ci folgorarono. Un mago. Neppure Joe Dante arrivava a tanta audacia armonica e visionaria. Forse solo Orson Welles andando indietro nel tempo era altrettanto prestidigitatore e radicale. E' giusto che sia Marco "Polo" Mueller a premiarlo. 

Indimenticabile fu infatti la sua retrospettiva pesarese, e il quartetto di capolavori che ci propose: il visionario e busbyberkeleyano The Butterfly Murders, 1979, un wuxia (l'equivalenza del nostro 'cappa e spada') dalle coreografie kung fu mozzafiato e surreali. 

Il macabro umorismo dell'horror We are going to eat you, 1980, versione in cantonese di 2000 maniaci di Hershell Gordon Lewis visto che anche qui i cannibali vendicatori e sciovinisti sono all'opera. 

La censurata brutalità apatica di una gang giovanile capitanata da una dodicenne istigata alla violenza massima (tipo mettere bombe che esplodono solo quando i cinema sono pieni zeppi) perché "solo violenza aiuta dove violenza regna" di Incontri pericolosi del primo tipo (1980) che metteva con le spalle al muro la pesante ipocrisia del colonialismo democratico britannico e l'avvelenamento progressivo delle anime belle che, in ogni parte del mondo, erano ormai state istigate alla follia violenta, dalle Br ai Khmer rossi. 

E infine il primo successo commerciale, Zu: Warriors from the Mountains (1983) che ci fece commentare: non c'è differenza tra Hong Kong e la new Hollywood. E infatti gli effetti speciali di quel fantasy così tradizionalmente mandarino erano di Peter Kuran e Robert Blalack, della tecnoband di Star Wars...Da quelle proiezioni scomparve per sempre dall'orizzonte eurocentrico la demicinefilia, il piacere schermico dimezzato. L' Oriente è rosso voleva dire anche che dall'Asia arrivava un contributo originale e postmoderno ante litteram, per tastiera di generi maneggiata più velocemente, al nuovo cinema/altro cinema indipendente. Tsui Hark, allievo del generale filmaker King Hu (una leggenda vivente del cinema hongkonghese: fu davvero emblematico in modo in cui lo trattò la pezzente Rai craxiana quando lui gli espose un magnifico progetto su Matteo Ricci...), diventava un leader spirituale dell'immaginario a venire. La sua società, Film Workshop, fondata con la moglie Nansun Shi, divenne un punto di riferimento non inferiore alla New World di Roger Corman, decuplicandone le opere sulfuree, rivoluzionarie, femministe, controculturali, pacifiste e militariste solo rispetto alla lotta contro l'aggressione occidentale in Vietnam. 

Dunque, oltre 50 film firmati o prodotti dopo, siamo quasi arrivati al grande giorno. Olivier Assayas, critico e regista francese notoriamente innamorato del cinema estremo d'Oriente, consegnerà al prolifico ed eccentrico collega di Hong Kong Tsui Hark, 62 anni, vero nome Tsui Man-Kong, il 16 novembre, il "Director Maverick Award", nella Sala Sinopoli dell'Auditorium della Musica. Dopo la proiezione del suo nuovo film, prevista per le ore 21. Non è il primo premio che Tsui Hark riceve in Italia, perché alla mostra di Venezia 2000 vinse il Digital Award per Shun Liu Ni liu (e ricordiamo anche i premi collezionati a Dubai, Avoriaz, al FantasPorto e a Hong Kong... e la sua presenza in giuria a Cannes, che è sempre una consacrazione mondiale).

Lo scorso anno il premio Director Maverick era stato assegnato dal Festival di Roma a un altro geniale cineasta d'azione, lo statunitense Walter Hill, molto vicino per sensibilità etica, radicalità politica e modernismo di linguaggio al suo collega cino-vietmanita, anche se la sua filmografia è molto più limitata. 

Più cosmopolita e prismatico, è nato a Canton, è cresciuto in Vietnam, ma ha studiato 12 anni cinema a Austin, Texas, e a New York ha fatto tv, per poi ristabilisrsi a Hong Kong, inoltre Tsui Hark (attenzione: si pronuncia Cioi Hok) è un total filmaker, anche produttore  e attore, oltre che talent scout (John Woo è tra i suoi gioielli, anche se poi i due litigheranno per profonde divergenze espressive dopo A better tomorrow, 1984) e effettista speciale indipendente, sperimentatore digitale di magie luminose e tecnologie avveniristiche, visto che ha fondato e diretto la Cinefex Workshop. Insomma, c'è del George Lucas in lui. Anche se "lo Spielberg d'Oriente" è la definizione più usata dal Village Voice e da Variety in quegli anni.


O, come lo chiamano i più raffinati e sensibili, il Nicola Tesla dell’immaginario audiovisivo, visto che Tsui Hark ha trasformato in realtà artistica una delle grandi intuizioni dell’inventore serbo: impressionare lo schermo direttamente, e velocemente, con il solo pensiero. Tsui Hark ci ipnotizza e noi vediamo i corpi volare e combattere per minuti interi nell'aria. Altro che Ang Lee.

Tsui Hark presenterà per l'occasione a Roma il suo nuovo film, Young Detective Dee: Rise of the Sea Dragon 3D (Di Renjie zhi shendu longwang 3D), fuori concorso in prima internazionale e parlerà del suo cinema con il critico e studioso del cinema di Hong Kong Giona Nazzaro e con il critico e cineasta Olivier Assayas. Sono qesti affondi (Wes Anderson, Jonathan Demme, l'omaggio ai peplum italiani, Tsui Hark) ciò che caratterizzano il festival-festa di Mueller. Ciò che ha radicalmente trasformato non tanto il contenuto dei film scelti per l'Auditorium Parco della Musica, quanto il contenuto dei cinema. E questo è ciò che fa cambiare di status un festival. Chi va a vedere i film. E il livello critico e culturale dei filmgoers, adesso, si è innalzato di molto.


Young detective è l'atteso prequel del classico che fu a Venezia nel 2010, Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma (Di renjie', 2010) ed è il secondo film realizzato in 3D da Tsui Hark, dopo Flying Swords of Dragon Gate, con Jet Li (un'altra sua scoperta). Ed è più fantasy che thriller, più politico che spettacolare, visto che il nostro eroe è un magistrato, implacabile contro ogni crimine covato dai potenti (stile In nome del popolo italiano, la cosa non fa piacere ai nostalgici della magistratura monstrum che mai avrebbe osato condannare un criminale, se presidente del consiglio o presidente della repubblica o Ligresti) che dovrà affrontare non solo un caso di avvelenamento (da polonio?) dell'intera classe dominante della Cina (un'idea di stampo grillino), ma anche il minaccioso e aggressivo mostro marino del titolo. Senza la presenza dei King Kong o dei Gamera non c'è un cinema politicamente devastante, feroce, progressista. Quel che i nostri nemici maleducati chiamano cinema buonista.  

Il primo Detective Dee, ambientato durante la dinastia Tang, era un'opera di genere d'azione-avventuroso,  «dongzi-ian» (così chiamava il genere, in cinese, il suo inventore, King Hu) che deve saper smuovere le cose dentro e fuori, e produrre quella merce rara e incantata, alla borsa valori dell’immaginario tecnologico, chiamata emozione cinematografica rivoluzionaria. Come l’estasi eisensteiniana... Un dinamico testo di filosofia politica che giocava leggiadramente con la fantasia ninja. Non un polpettone per glorificare i buoni sentimenti eternamente confuciani ma, attraverso una colta deformazione e miscelazione di più generi asiatico-occidentali e tonalità diverse - più che postmoderno qui siamo al cocktail classico, rabbia e gentilezza punk - una decostruzione della storia e dei miti asiatici profonda e originale, striata di poesia romantica, tipica dell'indimenticabile regista che avrebbe firmato via via melodrammi interni/esterni alla tradizione più classica del cinema cinese: Shanghai Blues e Peking Opera Blues, Green Snake, The Blade, The Lovers e la sua parodia, oggi dal titolo ancora più comico, Love in a Time of Twilight. 

Tsui Hark resta tra i più sconvolgenti registi viventi. Sa far duettare amore e azione come non riesce a nessuno senza cadere nel geometrismo più gelido e accademico (dal modestissimo Ang Lee al genio Zhang Yimou) o nel sentimentalismo opportunista e consolatorio. Sa far combaciare artigianalità arcaica e tecnologia più avanzata. Sa far volare nel tempo e nello spazio, non per gioco ma per saggezza consapevole e a volte malinconica, il romanzo hongkonghese degli anni 50 di cappa e spada (anti-imperialista e anti-fondamentalista religioso) assieme al musical cantonese che fedelmente e seriamente maneggia, distillandone effetti stroboscopici, dinamismo esplosivo, da fissione nucleare e umorismo da grande cubista della cinepresa. Questo è il nuovo virtuosismo, un ritorno ai classici dei sentimenti costruiti pietra su pietra, mai prefabbricati, sia di Hollywood che di Shanghai. 

Ma perché Tsui Hark è il più grande regista off e in del mondo? Perché sa togliere le briglia alle immagini, sa dare velocità ai piani più statici, apre spazi di fuga dove un altro sbatte claustrofobicamente la sequenza contro le pareti. E poi perché sa trovare il romanticismo là dove nessuno lo cerca. Ricapitolando:
1) perché maneggia meglio di tutti la postmodernità all'orientale e lo stile di ripresa vertiginoso e metafisico (nel senso che sbriciola qualunque legge della fisica euclidea, basta vedere tutta la sua opera dagli 8mm alla Méliès da teenager al film neo kung Once upon a time in China (1991); 2) perché il processo creativo e produttivo delle sue opere è quasi completamente autonomo, soprattutto per quanto riguarda i trucchi visivi e acustici, visto che ha anche fondato con la moglie la società la Cinefex Workshop per la realizzazione di effetti speciali in proprio riappropriandosi di antiche tecniche come il wire work tra acrobazia e digitalità, animazione (The legend of Zu, 2001) e prestidigitazione; 3) perché traghetta le intuizioni classico-dinamiche del "cattivo maestro" King Hu - regia iperdinamica, montaggio caliedoscopico, ellissi - verso le cattedrali vertiginose, a flusso turistico permanente, del più zelante e non hollywood-repellente dei suoi allievi, John Woo»; 4) perché  è il più estremo, intenso e umoristico dei maestri horror, mélo e d'azione nera del mondo; 5) perché rispetta - a grande distanza - l'industria hollywoodiana, da cineasta texano purosangue, tranne nell'esperimento, presto interrotto, di Double Team e di  Hong Kong colpo su colpo con Jean Claude Van Damme, sul finire degli anni 90. 

Tutto questo lavoro ha aperto i nostri occhi di discepoli zen, e ci ha spinto più direttamente al centro del mistero cinema, vedere cose che non ci sono sullo schermo, aprire l'anima ai raggi X spirituali, superare la fase percezione e reggiungere la più alta e profonda fase appercezione. Che poi è il nirvana dello sguardo critico che sa leggere le immagini e il loro doppio, il dentro e il fuori visione.