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venerdì 25 aprile 2014

Top 20 dell'exploiding cinema (più o meno). La bomba nel cinema. E perché ho cominciato ad amarla














di Roberto Silvestri


007 Una cascata di diamanti
La bomba al cinema non è la bomba della vita, che fa a pezzi gli uomini. Anzi, basta ricordare tutta la saga 007, e simili, ha un effetto condensante, ricucente, effervescente. Serve a dare luminosità ai manifesti (di Alien 3, per esempio e di quasi tutti i film d’azione, sempre con luccicanze sul fondo) e a simbolizzare che l’eroe è unbreakable, indistruttibile (Tom Cruise in Mission Impossible 2 e tutti i cartoon Warner Bros). 

Mission Impossible 2
Ma quando si parla di ‘exploding cinema’ non si allude ai film su bombe, esplosivi e terroristi. Soprattutto dopo che quel gran salto in aria spettacolare di Carrero Blanco (raccontato in Ogro da Gillo Pontecorvo, per nulla tenero con l’Eta o in Noi credevamo di Mario Martone, per nulla tenero con il padre della patria Crispi) ha offerto una ricca gamma di succedanei criminalmente orridi e di logica più ‘istituzionale’ di quanto non sembri, da Falcone a Oklahoma City, da Unabomber all’integralismo di ogni fede. 


,Noi credevamo di Martone (Crispi, il bombaloro è a destra)
L’equivalente hollywoodiano è Settembre nero di John Frankenheimer, il contributo più perfido alla causa dell’annichilimento palestinese presso l’opinione pubblica americana (i feddayn congegnano un attentato dimostrativo - di che? - nello stadio gremito dove si svolge il Superbowl).


Black sunday di John Frankenheimer
Si intende semmai col termine exploding – per molti anni il festival di Rotterdam lo ha studiato – quel cinema expanted (alla Youngblood) dell'epoca digitale, d’esplorazione radicale che, indocile al rito della sala, sta irradiandosi nei territori limitrofi della performing art, del consumo web, della rielaborazione frammentata e vee-jay, liberando le immagini della camicia di forza narrativa e dal funesto destino segnato per ogni film riconciliato e consolatorio: finire nel cimitero dei Blockbuster.


Il cinema underground del resto, già negli anni ’40 e ’50 e proprio in contiguità con il sussulto delle coscienze del dopo Hiroshima, aveva scatenato quella ‘bomba atomica spirituale di immensa potenza’ che è oggi l’immaginario sovversivo, dentro e fuori il cinema di mercato. 
E che scava, nella globalizzazione, fuoriuscite sotterranee, trova mille mondi illegittimi da osservare, prepara scudi stellari anti-rincretinimento o proclama invisibili (a molti) obiezioni di coscienza rispetto al dosaggio normale di radiazioni ottico-emozionali consentite. 

Edmonda Aldini (ne La ricotta di P.P.Pasolini)
Insomma ci sono bombe e ‘bombe’. Quelle devastanti tatticamente ma che restano nonostante l’alto numero di vittime disperati segnali di sconfitta, e quelle che scoppiano solo nelle coscienze, incruente per lo più, ma irreversibili, perché cambiano la storia e non la congelano, o fermano o strumentalizzano per gretti interessi “d’azienda”. Edmonda Aldini che lesse Bomba di Gregory Corso in un teatro off off romano alla fine degli anni 60, fu una di quelle bombarole dolci irreversibili. E anche, involotanriamente, Peter Sellers, Il dottor Stranamore di Stanley Kubrick.


Qualche frammento dinamitardo nel cinema sovversivo, però, può raccordare sia la linea ‘exploding’ che quella ‘explosive’: Il finale di Zabriskie Point, di Michelangelo Antonioni (1969), per esempio. Con l’esplosione della villa wrightiana incastonata sulle rocce, che non è soltanto il simbolo del sogno giovanile di distruzione totale del consumismo, ma anche, in un’effetto slow-motion per niente estetizzante anzi lisergico, la messa in crisi stessa dell’Autore, dell’Artista, che non può più isolarsi in una torre d’avorio ma deve dilatare la coscienza e la comunicazione estetica, fondendosi con le masse - soprattutto molecolari - “più invisibili”. 

Come in Pierrot le fou (1965) di J.L.Godard, l’ultimo film dell’era preistorica, un on the road contro la storia del cinema, con quel finale, non nichilista anzi costruttivista, con Jean Paul Belmondo che uccide Anna Karina (come partner femminile di serie b) e poi si suicida “dentro il tritolo” di fronte a una scogliera mediterranea. 

Basta con i generi, lo star system, il divismo, le love story, la politica degli autori, le emozioni preconfezionate. Bisogna davvero cominciare a lavorare alla visione, allo sguardo, allo spazio, al tempo, ai corpi, alle mutazioni, ai buchi, ai tagli, ai rattoppi dei Fontana e dei Burri del cinema (capostipite Robert Aldrich di Kiss me deadly e di Ultimi bagliori di un crepuscolo) . La voce fuori campo, infatti, ironicamente e materialisticamente si chiede: “L’eternità? No, solo il mare e il sole”.


Robert Aldrich Kiss me deadly (Un bacio e una pistola)
Se non esistono molti ‘film formalmente anarchici’ non ce ne sono troppi neppure di tradizionali, ma “sugli anarchici”, tipo biografie di Bakunin o Malatesta o Durruti (a parte il recente docu-drama di Comolli e il suo La Cecilia; e poi Sacco e Vanzetti di Giuliano Montaldo, che ha sfruttato però un momento particolare e forse irripetibile della recente storia italiana, il ’68; o Terra e libertà di Ken Loach). 

Bomba atomica
E anche su organizzazioni rivoluzionarie metropolitane o contadine come Tupamaros, Ira, Eta, Sentiero Luminoso, Raf, Br…è meglio basarsi sui documentari non realizzati o controllati nei paesi d’origine (o scegliere, come John Waters e Dario Fo, la strada del grottesco, della fiaba irrealistica sferzante, la formula Cecil B.Demented è più profonda per spiegare Patricia Hearst del dramma alla Schrader). 

Sarebbe imbarazzante spiegare come andarono davvero le cose, altro che “i giocolieri del tritolo” all’opera, e oltretutto impossibile terrorizzare ogni tanto l’audience - tramite tg - raccontando le nuove audaci imprese di “anarchici insurrezionalisti”, redivivi di tanto in tanto...La Comune di Parigi di Peter Watkins (2000) non è che la Rai sta facendo carte false per strapparlo alla Fininvest. Non frega niente a entrambi.


Ma non per questo non manca (e non amiamo, a volte) il “cinema esplosivo”, quello che fa della dinamite e dell’effetto speciale roboante e fiammeggiante una componente chiave del cinema d’azione e spettacolare di serie A e Z, in occidente come in oriente, e dell’immagine del disastro un antidoto salutare, nell’inconscio collettivo, rispetto al ‘disastro dell’immagine’ plastificata, ben impaginata e disciplinata che sempre più sta anestetizzando ogni pulsione e piacere. 

Inferno in Florida di Corey Allen, produzione Roger Corman
Anzi, assieme a una buona dose di violenza, inseguimenti d’auto, sesso e femminismo l’esplosione fa parte della ricetta produttiva di tutti i film New World di Roger Corman, da Inferno in Florida di Corey Allen a 1929 Sterminateli senza pietà di Martin Scorsese, dove gli eroi sono costretti ad essere sempre indipendenti, fuorilegge, sabotatori, illegali, distillatori clandestini e anche un po’ bombaroli. Ma questa volta le attenuanti sono più che generiche. Contro di loro ci sono o i feroci agenti Pinkerton, o il Ku Klux Klan o, peggio ancora visto i recenti accadimenti, la guardia nazionale della Florida!.


E’ del 1977 I cospiratori (The Molly Maguires) di Martin Ritt, su un’organizzazione operaia americana e multietnica degli anni 1870-1880 stroncata senza pietà (e anche allora tramite provocatori ben addestrati che ne strumentalizzarono una componente terroristica d’autodifesa) perché, in buona sostanza, colpevole di voler aumentare il costo della forza-lavoro. Il reato è di “sindacalismo”, quello che sta tornando proprio di moda adesso, contro la classe operaia immigrata. 

Incontri pericolosi del primo tipo di Tsui Hark
Tsui Hark in Incontri pericolosi del primo tipo ci racconta, con linguaggio molto più secco e estremo, una storia simile, ambientata però nella Hong Kong di un secolo dopo, in quella allora enclave britanizzata che si era ‘americanizzata’, prima del ritorno alla Cina, tramite flussi migratori, anche dalle Filippine, e che in più si avvicinava, in mezzo a contraddizioni furibonde, alla fusione con la gigantesca madre patria comunista… Ne è uscito fuori un grottesco horror atroce ma commuovente (e censurato tutt’oggi) che punta il dito sullo sfruttamento della manodopera minorile e le insostenibili diseguaglianze sociali del protettorato, e esaspera a tal punto le psicologie che una dodicenne tutta sola (non fosse per l’adorato canarino), diventata capobanda di un drappello di coetanei “pixote”, impelagati per sopravvivere nel traffico di droga e nemici degli yankees, che finirà per mettere una bomba in un cinema superaffollato del centro, mandando tutto in mille pezzi, metafora del potere immane del cinema anticommerciale dei seguaci di King Hu (e arriveranno presto anche John Woo, Ann Hui e Allen Fong) che hanno deciso di smetterla con i generi e le frivolezze alla moda. 

Sabotage di Alfred Hitchcock (1936), da ‘Agente Segreto’ di Conrad, dà alla bomba una funzione altamente educativa, quella di spiegare come si fabbrica la suspense, tramite un ragazzo, un autobus, un tavolo e un congegno a orologeria. 

Mario Bava, Le spie vengono dal semifreddo
In Le spie vengono dal semifreddo (1966) di Mario Bava procaci donne robot spedite ai generali della Nato (una a testa) sono programmate per esplodere a letto con i graduati ha il sapore dell’utopia indipendentista e nazionalista che i troppi thriller politici di oggi, sui bombaroli pazzi che giocano con l’uranio ex Cccp, fanno certo rimpiangere.







End the winner is..........
Le spie vengono dal semifreddo di Mario Bava

APPENDICE 1  I film bombaroli preferiti dagli amici


Il dottor Stranamore di Stanley Kubrick
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Peter Freeman: Il nostro agente Flint di Daniel Mann



Peter Freeman: Wile E. Coyote di Chuck Jones




Lino Sturiale: L'ultimo capodanno di Marco Risi


Thomas Martinelli: La polveriera di Goran Paskalievic


Antonio Fiaschetti: Giù la testa di Sergio Leone
James Coburn in Giù la testa


Roberto Silvestri: La banda Bonnot di Philippe Fourastié


 

























mercoledì 9 ottobre 2013

L'inconnu du lac di Alain Guiraudie. La langue d'oc alla ricerca dell'assassino, che forse è una 'femmina folle'....

di Roberto Silvestri

Lago alpino dell'Aveyron, un parcheggio, alberi e boscaglia. Estate. Da una parte (si dice) ci sono - sempre invisibili -  i villeggianti normali, le donne, i bambini, gli etero. Dall'altra sempre inquadrati i nudisti omosex che lo hanno scelto come luogo ideale del rimorchio edonista e dell'intimità informale. A parte un cercatore solitario di donne, ma gli eccentrici ci sono sempre. Il lago è lì, al centro della scena.

Nel cinema d'arte sono gli stereotipi, le frasi fatte, i clichés, le scene 'obbligatorie', le convenzioni e le formule ad avere il posto di comando. Solo che, come prestidigitatori, gli 'autori' non se ne fanno accorgere. Perché li deformano, dilatano, ne fanno gigantografie, li capovolgono, li frantumano, li nascondono. Come non c'è filosofia che non si accosti eternamente a Platone così non c'è film libero, indipendente e autonomo, 'all'europea' che guardi costantemente a Hollywood. Un esempio è proprio questo lago, protagonista immabile di questa avventura. Il cliché si chiama "Legge dell'inevitabile immersione". La troviamo eseguita anche in Anni felici di Luchetti.   Questa legge, formulata da Stuart Cleland di Chicago e pubblicata nel libro di Robert Ebert Bigger Little Movie Glossary , impone che, qualunque personaggio sia vicino a un corso d'acqua o a uno specchio d'acqua le probabilità che si butti, venga spinto o caschi in quell'acqua sono altissime. Se questo succede è altrettanto inevitabile che un altro personaggio del film si butti, venga spinto o caschi pure lui in quell'acqua. Non c'è bisogno di ricordare I dimenticati di Preston Sturges (piscina), Tom Jones (stagno), A room with a view (ruscello di campagna),  Summertime (Canal Grande), La dolce Vita (Fontana di Trevi) per provare questa legge che qui, ovviamente, viene rispettata, moltiplicata e citata più e più volte.

Dopo 40 minuti di 'musica d'ambiente' eccitata, parte, con un grido (di piacere o di dolore?) un'avventura d'amore e di morte, un'ora di giallo noir tesissimo a piedi nudi, a finale molto ambiguo, quasi horror... Anzi, come scriveva Liberation da Cannes, nel maggio scorso, siamo improvvisamente dentro un "thriller rallentato e ipersessuato", in un  "capolavoro del cinema gay", senza preservativi e ci scopriamo a cantare un inno, demodé e pedemontano, alla passione e alle sue vertigini.

Lo aveva consacrato così la pregiata sezione di Cannes 'Un Certain Regard'. E infatti. Non avevamo mai visto prima le parti intime di un film 'd'arte'. Non abbiamo mai visto prima però, neanche in Tinto Brass, una pittura carnale diventare così impassibile e splendida, imperturbabile e tettonica nella propria inerzia lontana e la natura invece contaminarsi del male umano, sciogliervisi, rispecchiarlo con tanta partecipazione, invitarlo a un balletto meccanico esiziale e inquietante...Che strano tipo il genius loci di questo luogo senza case né manufatti umani, automobili a parte. Anche lui sarebbe d'accordo con il regista: non bisogna lasciare il sesso in esclusiva alla pornografia, nonostante il vecchio detto repetita juvant.

Il mostro della laguna nera di Jack Arnold
Ma. Avete presente una fiction di format televisivo? Ebbene qui siamo proprio agli antipodi. Il film non ha niente di futile, di schematico, di leggiadro, di consolatorio, di digeribile e di pruriginoso. E' rustico e barocco, fiabesco e realistico, politico e sensuale, immorale con i moralisti e castissimo con gli amorali. Non lo vedremo su Rai1 alle 2045, finché c'è Letta. Impossibile metterci un solo spot dentro senza inguaiare quello stesso spot, che si sentirebbe comunicativamente, plasticamente e ancestralmente inadeguato. In questo senso fa parte di una tradizione alta di film gay francese, da Un chant d'amour a L'homme blessé di Patrice Chereau (sarà contento di sottrarsi al mondo lasciando un erede simile) passando per l'opera omnia underground di Lionel Soukaz. Piaceri satellitari, dunque, non generalisti.

E' un macigno ipnotico, un'insostenibile e implacabile documento, Lo sconosciuto del lago, che ricama e medita sulla solitudine umana e su come combatterla disperatamente, rischiosamente... Si mette in moto silenziosamente, come fosse una Tesla elettrica, una perfida macchina dello sguardo che prepara la topografia criminale a venire, soprapponendosi alle deambulazioni apparentemente giocose e orgiastiche (ma distratte da tutto il resto) di chi popola questo set del desiderio esaudito. Un protagonista, i suoi amori caduchi e continui, un testimone 'oggettivo' e distaccato, che fa da coro, qualche guardone con il costume sempre calato, alcuni bagni nell'acqua dolce e calma, il detective... 

DIGRESSIONE LIBANESE. Ma. La notizia del giorno, è che il film è 'troppo osé' per il Libano, nudi inguaribilmente 'mono', dettagli dei corpi inusualmente rigonfi e all'acme, scene ai confini dell'hard e oltre. E dunque il capolavoro è stato cancellato dal Festival di Beirut (in corso in questi giorni) che lo aveva invitato, visto che Colette Naufal, la direttrice, si era innamorata dei suoi invidiabili attribbuti cinematografichi.  Tra Bresson, Hitchcock e Molaioli.

Il no è del comitato di censura libanese. Omosessualità e Arabi non vanno ancora d'accordo, se la cosa è visibile e si autovalorizza soprattutto sul grande schermo. Politica, religione e sessualità, in questo ordine, maneggiano argomenti e immagini tabù, che potrebbero incrinare la (in realtà delicatissima) pace sociale e scandalizzare i benpensanti di ogni sponda religiosa (che, in effetti, se lo meriterebbero). Anche se il cineasta libanese Akram Zaatari ben due film che trattano di omosessualità alla lontana (visto che è ancora fuori legge) è riuscito a traghettarli nelle sale (Red chewing-gum nel 2000 e Come ti amo, 2001).

L'inconnu du lac che non allude, ma descrive (senza le morbosità necrofile e pornografiche dei servizi tv sulle guerre e sulle stragi) i rapporti gay come fossero partite commentate da Sky, o disegni di Re Nudo o di Fallo! (belle riviste underground anni settanta), uscirà comunque clandestinamente in dvd e i cittadini libanesi lo potranno giudicare (anzi lo stanno già facendo, su Internet). Ma ci si chiede come mai la federazione internazionale dei festival cinematografici, il buon senso, la Fipresci e la società civile libanese, non impongano al ministero della cultura di sciogliere i comitati di censura quando si tratta di film per festival (riservati a un pubblico adulto, interessato e motivato). Come avviene nei festival di livello internazionale. Anche per i cineclub i film non devono essere sottoposti ai comitati di censura. Avremo mai un festival decente nel maghreb e nel mashreq? Non se lo meritano dopo tutte queste primavere vertiginose? Speriamo in Cartagine.

Ma il film di Alain Guiraudie, il più indefinibile dei cineasti francesi contemporanei, anzi occitano,  irrita molto di più di una qualunque commedia o dramma sentimentale dell'ormai sdoganato genere gay, tutto casa, nozze e famiglia. Guiraudie si è tolto infatti qualche sassolino dalla scarpa. Frasi come "Non è perché abbiamo scopato che dobbiamo andare a cena insieme" sono da preistoria del genere ghetto, stile John Waters. Un preludio d'impressionistica leggerezza, alla Debussy, immagini dalla suggestiva bellezza visuale, dentro e attorno al laghetto cristallino di montagna del Midi dove tre personaggi si incontrano e si scontrano: il bello, Frank (Pierre de Ladonchamps), l'osservatore oggettivo e distaccato Henry (l'attore di origini portoghesi Patrick d´Assumçao, senza il quale il pubblico non gay e femminile potrebbe davvero sentirsi fuori posto) e il virile, tenebroso e calcolatore Michel (Christophe Paou), in mezzo alla folta vegetazione circostante e ai microavvenimenti che li circondano e che sono meno aleatori di quanto non si direbbe. Un angolo argentato di Paradiso per soli uomini (ma esisterà?) che imbarazzerà forse una parte cospicua del pubblico maschile sedicente macho, turbata soprattutto quando si allude alla leggenda locale, di quel pesce siluro lungo 5 metri...Ma la cattiveria è proprio nel far incontrare dentro un paesaggio bucolico e pacificato una turbolenza virale che lo 'inquini'. Che faccia venire una bella allergia al cinema cattivo e falso che ci circonda prepotente.

La vendetta è contro l'epoca obbligatoria dei cessi, bui, sporchi e dark. Della clandestinità. Della paura (Cruising). Della polizia che controlla bracca arresta e abusa (Zhang Yuan, East Palace West Palace del 1996, il primo film gay cinese). Dell'emarginazione. Gli anni 50 e 60. Non più sperduti nel buio, gli omosessuali esigono oggi di abbandonare la claustrofobia degli studios (Querelle) e uscire all'aria aperta, di salire dalle catacombe alla luce piena, al sole (Du soleil pour les gueux, Sole per gli accattoni, è il titolo del film d'esordio di Guiraudie), di confondersi con la natura, di esibire l'abbronzatura totale, di illuminarsi di naturismo e di affettività esplicita. Ma di non perdere nulla del loro bagaglio sulfureo, non riconciliato con l'esistente. Ed è qui lo scandalo. Un film solare ma dark.

Stefano Tummolini di Un altro pianeta aveva anticipato questa insorgenza acquacea, raccontandoci gli incontri d'amore balneari al settimo chilometro della spiaggia di Castelporziano. Qui però il crimine, la violenza, la sopraffazione, la sottomissione diventano, al di là del genere, macabro combattimento ancestrale tra aria fuoco terra e aria, pura potenza genetica all'opera.Più Kaspar Hauser di Davide Manuli e Il mostro della laguna nera di Jack Arnold. L'acqua porta 'mostri'... E il rapporto lago-crimine ha lunga data e illustri antenati, da Chandler a Gene Tierney, Femmina Folle, per parlare di cinema, a qualcosa di più filogeneticamente millenario, per parlare di evoluzione, visto il bestione acquaceo che forse è riuscito a uscire dall'acqua e a camminare, come il feto dopo 9 mesi di lago in cerca di forma umana e di anima e chissà se le troverà mai.

Certo, Guiraudie sfoltisce così il suo pubblico, si sbarazzo di quello più estremo nel biogottismo, con lo stesso procedimento usato da Umberto Eco nel Nome della rosa o da Paulo Rocha nell'Isola di Moraes. Provoca. Costringe a diventare complici di una ossessione, medievale o lusofona che sia, o scappare.... Rende conturbante e umoristico, per chi ha perduto per motivi anagrafici l'era dell'acquario, il fitto gioco degli sguardi nell'inquadratura - già obbligata al set single e all'unità di spazio e di tempo, - fondamenta di una complicata architettura di accoppiamenti e abbandoni, incontri fatali e rifiuti, seduzioni e innamoramenti obliqui, doppi e tripli giochi, delitti e agguati. Sotto l'occhio vigile del lago che, scriveva Thoreau in Walden, è 'l'occhio della terra'. Sfiancare sempre chi non vuoi che ti segua, è il messaggio.




lunedì 2 settembre 2013

Perché non giri all'inferno? Sion Sono e la parodia di Tarantino

Roberto Silvestri

Come nel caso di Paul Schrader e di The Canyons, anche qui assistiamo a una sorta di cerimonia funebre, in rito giapponese, del cinema in 35mm e dello spettacolo da grande sala e schermo gigante. Cose di una volta... Siamo tutti digitali adesso. Come essere digital 'noir' o digital dark?? Basterà un mare di sangue e dei fuochi di artificio di gambe, mani, teste e arti segati e volanti? O bisognerà ipotizzare un'altra struttura di 'bad film'?

Perché non giochi all'inferno? di Sion Sono
Il copione, scritto oltretutto 17 anni fa, dal regista di Toyokawa che lo ha anche musicato, racconta di due bande criminali che si odiano; di una ex bambina prodigio della pubblicità, figlia del capo gang Muto (il modernista) e amata segretamente dal boss nemico, Ikegami (il passatista); della moglie di Muto che esce dal carcere dove ha scontato una lunga pena per aver assassinato svariati uomini della Ikegami...Il suo sogno è ammirare la figlia super star del cinema. Per questo bisognerà realizzare velocemente un film. Alla Roger Corman. In meno di una settimana.  

Sion Sono, regista sceneggiatore e autore delle musiche
Così le due gang questa volta si riuniranno per creare il più grande e cruento spettacolo del mondo...Il che avviene perché i sicari si trasformano in elettricisti, attrezzisti e addetti alle luci e alle giraffe, e perché coinvolgeranno nel progetto (quasi alla Frank Capra), Koji, uno strano ragazzo che frequenta, come John Waters, gli ambienti giusti e malfamati, e un gruppo di amici cinefili ex liceali di Tokyo, regista fonico (donna) operatore e super star, che fin da ragazzi sono ossessionati da una idea coraggiosa di street art a alto rischio, quasi radente lo snuff, e dal desiderio di produrre film indipendenti e violenti, autonomi e disgustati dagli standard istituzionali o commerciali: "una idea in testa e una cinepresa in mano", come voleva Glauber Rocha. E se quello che ci circonda è estremamente violento e crudele, perché non riprenderlo? Non roba da cinefili, insomma, non cose autoriali, ma - direbbe Freccero - da cultori del cinema necrorealista e dunque della vita che vi penetra dentro e lo rende molto, molto 'bastardo'. 
Mitsuko in "Jigoku de naze warui"

Sezione Orizzonti (quella più global, dove le 'ipotesi cinema' sono più estreme e diversificate) per Sion Sono, una delle tre presenze giapponesi al Lido, classici restaurati esclusi. Jigoku de naze warui, Perché non giochi all'inferno? se non altro per la ridiscesa in campo della cara tutina gialla a righe nere da combattimento di Bruce Lee e di Uma Thurman, che è quella che il piccolo teppistello scoperto dal regista in erba Hirata come potenziale divo maneggia religiosamente, è un omaggio allo stile di lotta più libero ed efficace, il jet kune do, e dunque alla sua versione cinema, quella dalle ambizioni più scatenate e dai risultati  più efficaci, intesa alla Godard come 'pensiero che prende forma e forma che pensa'... cose mai pensate. Emette suoni più disumani. Collauda valori ancora conturbanti....

La battaglia finale
Come diceva Wakamatsu, che fu yakuza in gioventù, è bene stare però alla larga sempre dagli yakuza, questi servi protetti del potere, non bisogna farne mai soggetto di un film, eroi o controeroi, dunque nemmeno inquadrarli per dissacrarli o metterli alla berlina, sarebbe disgustoso, come riempire sempre le prime pagine dei quotidiani con la fotografia di Silvio Berlusconi o Morsi o George Bush jr. o Assad... Oshima si è attenuto a questa regola. Chi non lo ha fatto o era colluso o er
a estetizzante o l'ha pagata cara (Itami, per esempio). Molti altri no. 

La crudele Mitsuko
Ma Sion Sono, che fa spesso film in prima persona singolare maschile, che dissemina spesso i suoi film di croci cristiane e di segnaletiche 'aliene', mette al centro di questa storia Bruce Lee, il mito dell'Oriente che terrorizza tutto l'Occidente, perché lo conosce fin troppo bene nelle poche grandi virtù e nei tanti vizi. E se la presenza delle due mafie antagoniste qui non si può negare, è però come se venissero travasate, come citazione esterna, per colpa o per merito dei Kill Bill! di Quentin Tarantino, che più a Suzuki pensava e ai suoi cappa e spada rigonfi di moltitutini non yakuza, che a Johnny To e alle sue geometrie di pistole e crudeltà mafiose. Perché della passione del cinema si tratta, del girare, dell'azione! dell'immagine-movimento interpretato alla zen, e non alla Hollywood, del diventare adulti, del provocare il suicidio (per una giusta causa), dell'esporsi all'amore, come giuntura possibile tra vita, politica e arte. Il ritmo, l'agilità, la scienza e la filosofia del gesto incongruo, che non si può prevedere. Tutto questo viene ereditato nel passaggio dal cinema al digitale, dal girare pesante al girare leggerissimo. A tal punto che il film sembra fino alla tre quarti sfatto, acentrico, lento e ritmicamente claudicante. Se lo interpretiamo come cinema-cinema. Ma tutto nel finale si rimette a posto. Jerry Lewis ci ha spiegato che un mare di sangue al cinema è un mare di acqua colorata. Che buttarsi dall'ultimo piano di un palazzo è simulare in studio un grande volo. E che per un attore è più estasiante interpretare un brutto ceffo che san Domenico Savio.