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venerdì 25 aprile 2014

Top 20 dell'exploiding cinema (più o meno). La bomba nel cinema. E perché ho cominciato ad amarla














di Roberto Silvestri


007 Una cascata di diamanti
La bomba al cinema non è la bomba della vita, che fa a pezzi gli uomini. Anzi, basta ricordare tutta la saga 007, e simili, ha un effetto condensante, ricucente, effervescente. Serve a dare luminosità ai manifesti (di Alien 3, per esempio e di quasi tutti i film d’azione, sempre con luccicanze sul fondo) e a simbolizzare che l’eroe è unbreakable, indistruttibile (Tom Cruise in Mission Impossible 2 e tutti i cartoon Warner Bros). 

Mission Impossible 2
Ma quando si parla di ‘exploding cinema’ non si allude ai film su bombe, esplosivi e terroristi. Soprattutto dopo che quel gran salto in aria spettacolare di Carrero Blanco (raccontato in Ogro da Gillo Pontecorvo, per nulla tenero con l’Eta o in Noi credevamo di Mario Martone, per nulla tenero con il padre della patria Crispi) ha offerto una ricca gamma di succedanei criminalmente orridi e di logica più ‘istituzionale’ di quanto non sembri, da Falcone a Oklahoma City, da Unabomber all’integralismo di ogni fede. 


,Noi credevamo di Martone (Crispi, il bombaloro è a destra)
L’equivalente hollywoodiano è Settembre nero di John Frankenheimer, il contributo più perfido alla causa dell’annichilimento palestinese presso l’opinione pubblica americana (i feddayn congegnano un attentato dimostrativo - di che? - nello stadio gremito dove si svolge il Superbowl).


Black sunday di John Frankenheimer
Si intende semmai col termine exploding – per molti anni il festival di Rotterdam lo ha studiato – quel cinema expanted (alla Youngblood) dell'epoca digitale, d’esplorazione radicale che, indocile al rito della sala, sta irradiandosi nei territori limitrofi della performing art, del consumo web, della rielaborazione frammentata e vee-jay, liberando le immagini della camicia di forza narrativa e dal funesto destino segnato per ogni film riconciliato e consolatorio: finire nel cimitero dei Blockbuster.


Il cinema underground del resto, già negli anni ’40 e ’50 e proprio in contiguità con il sussulto delle coscienze del dopo Hiroshima, aveva scatenato quella ‘bomba atomica spirituale di immensa potenza’ che è oggi l’immaginario sovversivo, dentro e fuori il cinema di mercato. 
E che scava, nella globalizzazione, fuoriuscite sotterranee, trova mille mondi illegittimi da osservare, prepara scudi stellari anti-rincretinimento o proclama invisibili (a molti) obiezioni di coscienza rispetto al dosaggio normale di radiazioni ottico-emozionali consentite. 

Edmonda Aldini (ne La ricotta di P.P.Pasolini)
Insomma ci sono bombe e ‘bombe’. Quelle devastanti tatticamente ma che restano nonostante l’alto numero di vittime disperati segnali di sconfitta, e quelle che scoppiano solo nelle coscienze, incruente per lo più, ma irreversibili, perché cambiano la storia e non la congelano, o fermano o strumentalizzano per gretti interessi “d’azienda”. Edmonda Aldini che lesse Bomba di Gregory Corso in un teatro off off romano alla fine degli anni 60, fu una di quelle bombarole dolci irreversibili. E anche, involotanriamente, Peter Sellers, Il dottor Stranamore di Stanley Kubrick.


Qualche frammento dinamitardo nel cinema sovversivo, però, può raccordare sia la linea ‘exploding’ che quella ‘explosive’: Il finale di Zabriskie Point, di Michelangelo Antonioni (1969), per esempio. Con l’esplosione della villa wrightiana incastonata sulle rocce, che non è soltanto il simbolo del sogno giovanile di distruzione totale del consumismo, ma anche, in un’effetto slow-motion per niente estetizzante anzi lisergico, la messa in crisi stessa dell’Autore, dell’Artista, che non può più isolarsi in una torre d’avorio ma deve dilatare la coscienza e la comunicazione estetica, fondendosi con le masse - soprattutto molecolari - “più invisibili”. 

Come in Pierrot le fou (1965) di J.L.Godard, l’ultimo film dell’era preistorica, un on the road contro la storia del cinema, con quel finale, non nichilista anzi costruttivista, con Jean Paul Belmondo che uccide Anna Karina (come partner femminile di serie b) e poi si suicida “dentro il tritolo” di fronte a una scogliera mediterranea. 

Basta con i generi, lo star system, il divismo, le love story, la politica degli autori, le emozioni preconfezionate. Bisogna davvero cominciare a lavorare alla visione, allo sguardo, allo spazio, al tempo, ai corpi, alle mutazioni, ai buchi, ai tagli, ai rattoppi dei Fontana e dei Burri del cinema (capostipite Robert Aldrich di Kiss me deadly e di Ultimi bagliori di un crepuscolo) . La voce fuori campo, infatti, ironicamente e materialisticamente si chiede: “L’eternità? No, solo il mare e il sole”.


Robert Aldrich Kiss me deadly (Un bacio e una pistola)
Se non esistono molti ‘film formalmente anarchici’ non ce ne sono troppi neppure di tradizionali, ma “sugli anarchici”, tipo biografie di Bakunin o Malatesta o Durruti (a parte il recente docu-drama di Comolli e il suo La Cecilia; e poi Sacco e Vanzetti di Giuliano Montaldo, che ha sfruttato però un momento particolare e forse irripetibile della recente storia italiana, il ’68; o Terra e libertà di Ken Loach). 

Bomba atomica
E anche su organizzazioni rivoluzionarie metropolitane o contadine come Tupamaros, Ira, Eta, Sentiero Luminoso, Raf, Br…è meglio basarsi sui documentari non realizzati o controllati nei paesi d’origine (o scegliere, come John Waters e Dario Fo, la strada del grottesco, della fiaba irrealistica sferzante, la formula Cecil B.Demented è più profonda per spiegare Patricia Hearst del dramma alla Schrader). 

Sarebbe imbarazzante spiegare come andarono davvero le cose, altro che “i giocolieri del tritolo” all’opera, e oltretutto impossibile terrorizzare ogni tanto l’audience - tramite tg - raccontando le nuove audaci imprese di “anarchici insurrezionalisti”, redivivi di tanto in tanto...La Comune di Parigi di Peter Watkins (2000) non è che la Rai sta facendo carte false per strapparlo alla Fininvest. Non frega niente a entrambi.


Ma non per questo non manca (e non amiamo, a volte) il “cinema esplosivo”, quello che fa della dinamite e dell’effetto speciale roboante e fiammeggiante una componente chiave del cinema d’azione e spettacolare di serie A e Z, in occidente come in oriente, e dell’immagine del disastro un antidoto salutare, nell’inconscio collettivo, rispetto al ‘disastro dell’immagine’ plastificata, ben impaginata e disciplinata che sempre più sta anestetizzando ogni pulsione e piacere. 

Inferno in Florida di Corey Allen, produzione Roger Corman
Anzi, assieme a una buona dose di violenza, inseguimenti d’auto, sesso e femminismo l’esplosione fa parte della ricetta produttiva di tutti i film New World di Roger Corman, da Inferno in Florida di Corey Allen a 1929 Sterminateli senza pietà di Martin Scorsese, dove gli eroi sono costretti ad essere sempre indipendenti, fuorilegge, sabotatori, illegali, distillatori clandestini e anche un po’ bombaroli. Ma questa volta le attenuanti sono più che generiche. Contro di loro ci sono o i feroci agenti Pinkerton, o il Ku Klux Klan o, peggio ancora visto i recenti accadimenti, la guardia nazionale della Florida!.


E’ del 1977 I cospiratori (The Molly Maguires) di Martin Ritt, su un’organizzazione operaia americana e multietnica degli anni 1870-1880 stroncata senza pietà (e anche allora tramite provocatori ben addestrati che ne strumentalizzarono una componente terroristica d’autodifesa) perché, in buona sostanza, colpevole di voler aumentare il costo della forza-lavoro. Il reato è di “sindacalismo”, quello che sta tornando proprio di moda adesso, contro la classe operaia immigrata. 

Incontri pericolosi del primo tipo di Tsui Hark
Tsui Hark in Incontri pericolosi del primo tipo ci racconta, con linguaggio molto più secco e estremo, una storia simile, ambientata però nella Hong Kong di un secolo dopo, in quella allora enclave britanizzata che si era ‘americanizzata’, prima del ritorno alla Cina, tramite flussi migratori, anche dalle Filippine, e che in più si avvicinava, in mezzo a contraddizioni furibonde, alla fusione con la gigantesca madre patria comunista… Ne è uscito fuori un grottesco horror atroce ma commuovente (e censurato tutt’oggi) che punta il dito sullo sfruttamento della manodopera minorile e le insostenibili diseguaglianze sociali del protettorato, e esaspera a tal punto le psicologie che una dodicenne tutta sola (non fosse per l’adorato canarino), diventata capobanda di un drappello di coetanei “pixote”, impelagati per sopravvivere nel traffico di droga e nemici degli yankees, che finirà per mettere una bomba in un cinema superaffollato del centro, mandando tutto in mille pezzi, metafora del potere immane del cinema anticommerciale dei seguaci di King Hu (e arriveranno presto anche John Woo, Ann Hui e Allen Fong) che hanno deciso di smetterla con i generi e le frivolezze alla moda. 

Sabotage di Alfred Hitchcock (1936), da ‘Agente Segreto’ di Conrad, dà alla bomba una funzione altamente educativa, quella di spiegare come si fabbrica la suspense, tramite un ragazzo, un autobus, un tavolo e un congegno a orologeria. 

Mario Bava, Le spie vengono dal semifreddo
In Le spie vengono dal semifreddo (1966) di Mario Bava procaci donne robot spedite ai generali della Nato (una a testa) sono programmate per esplodere a letto con i graduati ha il sapore dell’utopia indipendentista e nazionalista che i troppi thriller politici di oggi, sui bombaroli pazzi che giocano con l’uranio ex Cccp, fanno certo rimpiangere.







End the winner is..........
Le spie vengono dal semifreddo di Mario Bava

APPENDICE 1  I film bombaroli preferiti dagli amici


Il dottor Stranamore di Stanley Kubrick
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Peter Freeman: Il nostro agente Flint di Daniel Mann



Peter Freeman: Wile E. Coyote di Chuck Jones




Lino Sturiale: L'ultimo capodanno di Marco Risi


Thomas Martinelli: La polveriera di Goran Paskalievic


Antonio Fiaschetti: Giù la testa di Sergio Leone
James Coburn in Giù la testa


Roberto Silvestri: La banda Bonnot di Philippe Fourastié