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sabato 5 aprile 2014

Tonino Film Festival, al Filmstudio di Roma. Solo domenica 6 aprile!


Tonino De Bernardi

“Se pensate che la vostra vita faccia schifo, se volete cambiare il governo o la città, ditelo, ma se volete riprendere solo i fiori e i bambini, fatelo pure”. Così è scritto nel programma del New American Cinema. Jonas Mekas, uno dei più decisi fondatori e animatori del N.A.C., ha detto: “Noi pensiamo di essere l’unico cinema impegnato in America, oggi; c’è chi ancora intende l’impegno nel senso di Sartre o di Camus, o di Lenin, o di Mao, o di Fidel, ma questo, più che impegno, lo definirei una forma di passività attiva, poiché si muove nell’ambito di alternative su analoghi processi di logica politica magari avversi tra di loro ma accomunati da una medesima chiarezza nel definire l’oggetto del discorso politico. Invece non è affatto vero che non avere le idee chiare dal punto di vista politico significhi essere disimpegnati. Ci sono tipi di impegno più profondo a livello umano, di cui non sempre si è consapevoli”.

 

 

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Il cinema? La vita contro il lavoro (salariato) 24 fotogrammi al secondo o quanti sono...

The film is...Il mostro verde e Dei. Diffidate sempre di chi osa giudicare qualunque film senza avere alle spalle la conoscenza di questi due 'motori turbo' dell'immaginario contemporaneo horror amarevolmente lisergico e del loro autore che è tra gli artisti italiani più stimati dai prestigiosi festival internazionali (da Locarno a Berlino, da San Paolo a Rotterdam, dal Beabourg a Taormina). Fuori Orario che li programmò è certo anche droga per gli insonni, ma è sicuramente la nostra università pubblica di cinema più efficiente  e accessibile (100 euro all'anno circa di tasse di iscrizione...). Chi si perde le lezioni, però, è perduto. Ma c'è un'occasione per rimediare, in parte, alle nostre più colpevoli lacune. Anche se molti nostri giovani critici distratti o ipnotizzati o ripetenti, già hanno preso il treno per il festival di Bari... 
Domani 6 aprile, infatti, si svolge un grande evento mediatico sotterraneo. La 'riapertura', simbolica, del Filmstudio di Roma. Appuntamento alle ore 15.30 in via Orti d'Alibert (vicino a Regina Coeli) con la retrospettiva dedicata, per tutto il giorno, a Tonino De Bernardi, l'unico filmmaker italiano che piace contemporaneamente a Jonas Mekas e a Marco Giusti; che ha sedotto Dominique Noguez, Stephen Dwoskin, Peter Freeman, Taylor Mead, Steve Della Casa, Allen Ginsberg, Adriano Aprà e Gianni Rondolino e che fu detestato platealmente da Irene Bignardi e da Tullio Kezich. Per il pubblico romano si tratta, in molti casi, di film in 'anteprima assoluta'.
Anche se fu proprio il Filmstudio 70 a laurearlo negli anni d'oro della sovversione. Della banda del cinema indipendente Tonino era il più simpatico e antiprofessionale mentre Alberto Grifi, il più preparato tecnologicamente, era in galera, quando, dal 2 al 7 marzo 1968 arrivarono tutti al Filmstudio, apertura della rassegna affidata a una donna, Pia Epremian. Scoprimmo la passione di De Bernardi  "per gli incroci e le sovrimpressioni dei sessi come dei colori, e tutto un rutilare di mostri multicolori", cLe opere e i giorni è rimasto negli annali tra le mie grandi esperienze schermiche, perché per la prima volta il cinema davvero coincideva, si mescolava con la vita, si infettava di vita. E viceversa. Anche se era tutto in bianco e nero e grigio. Durava 8 ore, quel film per mutanti, come adesso qualunque opera di Lav Diaz. Si usciva, si entrava dalla sala mangiando le meringhe della cassiera, non so se fosse Rony o Fiorella, o un'americana bruna e riccia poi svanita nel nulla, si anticipava il piacere che proviamo oggi nel trangugiare tutto d'un fiato True Detective a letto sul computer. 
La poetessa Patrizia Vicinelli
ome scrisse Massimo Bacigalupo, uno del gruppo e il più teorico assieme a Alfredo Leonardi. Per quanto mi riguarda 
Ma, in quei mesi di frenetica attività di 'movimento', di azione, repressione, controrepresione, provocazioni continue, crimini e delitti polizieschi, nei quali le opere e i giorni non esistevano staccate l'una dall'altro, c'era tutto un fluxus temporale compatto, un decennio 1968-1978 poi durato un secondo, restare lì, fuori spazio, a osservare placidamente come almeno il cinema imitativo, illusionista e narrativo, tossico, lo si poteva sbriciolare, come a Darmstadt la musica tonale, era davvero un super piacere euforizzante, si tornava a respirare, non più aria non tossica. Il cinema diventava, per noi eretici-hitchcockiani, la memoria smemorata, spazio espanso, tempo liberato senza la noia. Basta con la  truffa narrativa dell'identificazione forzata e alienata con gli eroi; con il business che ci sfrutta due volte, in tempo gettato via e in denaro estorto; con la solita sequenza di azioni-reazioni prevedibili e moralisticamente imprigionate. Nessuna imitazione delle persone, nessuna rappresentazione di personaggi a  cui è lasciata una varietà troppo limitata di espressioni, di possibilità 'spettacolari' dovute. No. Solo persone-dei, in stato di riposo, contemplazione narcicistica della soggettività desiderante, dell'individualista democratico che non sarà mai più massa di manovra di nessuno. E le sole azioni contemplate erano quelle suppletive, che l'uomo compie quando non agisce, anche se è nei banchi di scuola, al mare, tra i cavalli, o viaggia verso l'Oriente o nella Spagna. Ed ecco emergere una caliedoscopio di sfumature. E l'occhio (mio dio) finalmente è messo al lavoro; ecco scoprire il microgesto nevrotico (sarà utile nelle manifestazioni, e anche al momento delle decisioni fatali, occupare o non occupare, attaccare o non attaccare....), il dettaglio grigio, duro. E anche l'orrore del vivere. Altro che regista ritardato. De Bernardi qui anticipa tutti e tutto. La videoarte, i ritratti infiniti. Perfino Milos Forman, di Man on the moon (e di Andy Kaufman, 1999), per non parlare di Lars von Trier e del suo Dogma fuori tempo massimo. Mette l'Oedipus Rex di Stravinski nella colonna sonora. Ma lo fa sentire tutto.   



Accoltellati di Tonino De Bernardi
De Bernardi, esponente nord ovest (di Chivasso) dell'underground italiano dagli anni 60, quel movimento di liberazione dell'immaginario dalle catene che lo opprivevano (e stavano per soffocare ogni barlume di vita vera sopravvissuta a generi star system e studio system, tant'è che dal 1975 il cinema italiano è un morto vivente), maestro delle medie extrametropolitano, studioso di musica contemporanea, pittore, scrittore, segno zodiacale Gemelli, poeta e molto vicino all'arte povera di quel decennio, membro attivo della Cooperativa Cinema Indipendente (con Bargellini, Bacigalupo, Lughinbul, Vergine, Epremian, Vicinelli e anche Grifi di striscio, e tanti altri), fu l'unico dei beat-makers a costringere il cinema industrial-commerciale a venire a patti con gli sperimentalisti dell'ala più"terrorista" (e non viceversa). Ogni tanto si vince, mica si perde sempre. E senza andare a mendicare finanziamenti ministeriali e trasferirsi a Roma, anzi restando preferibilmente nel suo Casalborgone di campagna.
Galatea Ranzi in "Appassionate"
Nel 1999 il suo primo lungometraggio normale, Appassionate (di cui qui sotto ripubblichiamo la recensione uscita sul manifesto) fu infatti invitato alla Mostra di Venezia, direttore Alberto Barbera. Era una produzione del tutto stracult, travestita da film 'commerciale' in 35mm, con cast stellare: Isabel Ruth e Carlo Cecchi, Filippo Timi e Galatea Ranzi, Ines de Medeiros e Roberto De Francesco, Iaia Forte a Anna Bonaiuto, Lou Castel e Giulietta De Bernardi; cosceneggiatore Mario Sesti, distribuzione Universal, stile Buena Vista Social club se fosse stato girato come una sceneggiata da Elvira Notari e con le hit napoletane al posto dei classici del 'son' e del 'bolero'. 
Di Tonino De Bernardi vedremo un programma-maratona scelto dal critico austriaco Peter Friedl (qualche anno fa la Viennale ha voluto organizzare un omaggio al contro cinema italiano degli anni 60-70, quelle immagini devono aver lasciato tracce), che fa parte di un programma, finanziato dall'Istituto Svizzero di Cultura della capitale che si chiama  "Touch of Joy - Esercizi di immaginazione". Saranno proiettati in ordine cronologico:  Il vaso etrusco (1967), 8mm, 23', colore, sonoro su pista magnetica e Il sogno di Costantino (1967-1968), 8mm, su tre schermi, 23', colore, muto, che fanno parte di un trittico, La favolosa storia,  completato da Il bestiario (per 4 schermi) 23'.
Casa dolce casa di Tonino De Bernardi (2012)
Si tratta del terzo e quinto film di De Bernardi, realizzati dopo Il mostro verde (per due schermi, che era una sorta di coloratissimi Burroughs più Frankenstein più Marisa Mertz a disegnare le interiora del mostro) e un esordio perduto, Cara Meri, il suo esordio a 29 anni. Nel primo, omaggio a Mantegna e Rubens e alle proprie poesie, c'è "un uomo che è una donna e tre donne che sono tre uomini, oppure anche no". “E' un ritratto a quattro, data una situazione. Si parte e si fa il cammino assieme, con i quattro dentro il contenitore, e si incontrava la vita la morte il sorriso gli affetti la festa, ma con molto sentimento”. Nel secondo, per tre proiettori e tre schermi un po' sovrapposti a forma di trifoglio e per la Messa da Requiem di Cherubini: "la morte e la resurrezione, la carne, il teatro, il travestimento, la sacra rappresentazione, la trasfigurazione, l’occhio che vede, il passato, fermare il momento, la luce, l’archetipo mascherato, l’amplesso mistico con la natura matrigna". Ci sono molte figure che recitano, c'è un ritmo lento, ci sono i costumi. "Approdo a Piero della Francesca in senso romantico-beat". Molte le sovrimpressioni". C'è sempre un telo nero dietro i personaggi, come nei dipinti antichi. Ha scritto Tonino De Bernardi, critico e conoscitore raffinitissimo del cinema, dunque attenti alla sua confessione insidiosa, dei film di quel periodo: "Sono opere che esprimono il desiderio di andar oltre il fatto puramente cinematografico. Visto che a me non importa proprio nulla del Cinema, né so quel che il Cinema sia, e inoltre tendendo io a fatti sempre più globali e convoglianti il più, tanto da farmi venire il sospetto che il mio predecessore è per elezione Richard Wagner". Erano anni 'wagneriani'. Parilamo del Wagner che partecipa ai moti rivoluzionari del 1848. Il Wagner di Tarantino e di Django unchained.
Tonino De Bernardi
Insomma Tonino De Bernardi è un filmmaker impegnato? Bé, certo, ha scritto anche sul manifesto...E poi. C'è chi ha scritto: "Con i suoi film offre l’immagine di un uomo impegnato a cercare delle ragioni di vita in sé e nel piccolo universo che gli è intorno e cerca di comunicare questo senso di impegno agli spettatori invitandoli a fare il suo percorso. In fondo non è altro che l’esigenza di uscire dal privato, di uscire da se stesso". Più dentro te stesso vai, più esibisci i tuoi lati off e dark spudoratamente, più 'fuori' sei.
Il programma della giornata prosegue A Patrizia: l'irrealtà reale, l'oggetto d'amore  (1968-1970) in 8mm, a colori e bianco e nero, muto, che Tonino De Bernardi ha girato con la grande poetessa del Gruppo 63 Patrizia Vicinelli, fazione materico-uterico-lettrista (seguace di Isou), allora la compagna di Alberto Grifi. E' un viaggio in Marocco e ritorno. Dura 55'. Un viaggio d'amore, come dice il titolo, su cosa significa amare speigato in immagini e sovrimpressioni. Quali sono i sogni proibiti di De Bernardi? Cosa c'è di più carnoso dell'amore barocco e rinascimentale ammirato nella galleria di Capodimonte, a Napoli?  Infine i più recenti Uccelli di terra (1993), 20', con Bruce La Bruce, Giulietta e Veronica De Bernardi, " con personaggi che si dichiarano uccelli ma che noi vediamo persone e allora qualcuno va in giro a cercare i veri uccelli, “ma dove sono gli uccelli?”, e non li trova più"; il lungo Elettra (1987), prodotto da Rai 3 di Torino, primo lungo “ufficiale”, da Sofocle, girato in pellicola con attori non professionisti a Casalborgone dove aveva insegnato fino al ‘92; Libera vita (2010), un incontro con le giovani lavoratrici immigrate, Stella, Mary, Augusta, Irene, Sonia; Vivien e Collette la mediatrice culturale, viste a Tampep di Torino; in sottofondo la città che risente della crisi dell'industria. Tampep è un'organizzazione che promuove azioni politiche basate sul rispetto dei diritti delle persone immigrate, anche prostitute, in un panorama internazionale;  Butterfly-L'attesa (2010), tra Piemonte e il Giappone, reinterpretando l'opera di Puccini  In programma anche due opere di Pia Epremian, antesignana del 'film immobile in cui non succede niente','alleata di vita', compagna selvaggia, radicale di Tonino teenager a Chivasso, e nell'epoca underground, tra Living e Taylor Mead, forza della natura 'totale':  Doppio suicidio (1969), il suicidio è doppio perché nella crisi eterna dall’uomo il tentativo di definire l’esistenza è già suicidio, ed il ritenerla definita come morte è nuovamente suicidio. E Dissolvimento (1970), 9', «la storia di due donne che rappresentano nel silenzio gli eventi della loro esistenza quotidiana. La prima, la pittrice Gigliola Carretti, realizza un happening sull'arte che viene assimilata alla pulizia dei denti, la seconda, Pia Epremian, riproduce la condizione umana che necessita di escrezioni e di abluzioni. Il film termina con la visione delle cascate delle fontane di Torino» (Pia Epremian).   

Giulietta De Bernardi in Fare la vita
Ecco nel dettaglio la giornata:
Il bestiario (1968)
Hotel de l'Univers di Tonino De Bernardi
Ore 15.30 - 16.00
Pia Epremian presenta alcuni suoi film e una retrospettiva (parziale) dedicata al cineasta libero e free Tonino De Bernardi, dall'underground al detour verso il cinema-cinema e poi allo sperimentalismo controllato e poi sfrenato nuovamente.......

ore 16.00 - 16.25
Il vaso etrusco, 1967, 23'
ore 16.25 - 16.50
Il sogno di Costantino, 1968, 23'
ore 16.55 - 17.15
Pia Epremian:
Doppio Suicidio, 1969, 8'
Dissolvimento, 1970, 9'
ore17.20 - 18.20
A Patrizia, 1968-70, 60'

Pausa, 18.20 - 18.40

ore 18.40 - 19.00
Breve introduzione alla seconda sezione
ore 19.00 - 19.20
Uccelli di terra, 1993, 19'
ore 19.20 - 20.55
Elettra, 1987, 94'

Pausa ore 20.55 - 21.15


ore 21.15 - 21.30
Libera vita, 2010, 13'
ore 21.30 - 22.15
Discussione con Tonino De Bernardi, Fulvio Baglivi, Donatello Fumarola etc. Parlando di un
lavoro "in corso".
ore 22.15 - 23.50
Butterfly. L'attesa, 2010, 94'


Isabelle Huppert in Medee miracle (2007) di Tonino De Bernardi
- ROBERTO SILVESTRI - VENEZIA
I eri doppio invito alla danza con Mike Leigh e De Bernardi maestri di cerimonia: in gara infatti due opere belle e serissime: un film inglese sull'operetta e uno italiano sulle canzonette. Messi insieme in palinsesto, però, forse fanno un effetto ridondante, ripetitivo? La Londra vittoriana sessualmente introversa, all'inizio del disastro coloniale, aggredita, messa Sottosopra dal diritto al piacere, vogliosa in anticipo di "cinema spettacolare" più che di Ibsen, fatta esplodere da un Mike Leigh mai così Cukor, quasi Sir, che riflette su cosa è stato il fine secolo di Gilbert e Sullivan. E poi Napoli messa sottosopra da un folletto hoffmaniano, Appassionate, l'elisir melodrammatico della sceneggiata, racchiuso in 21 canzoni di Bovio, E. A. Mario, E. De Curtis e tutti gli altri beniamini del dott. Cutolo, riscoperto e reso incandescente fino allo stato della liquefazione dal filmaker inimborghesibile Tonino De Bernardi (nato a Chivasso, uno dei pochi superstiti, glorioso e irriducibile, della stagione underground) che ha visto, per una volta, dopo tanti riconoscimenti all'estero, ed era ora, tutto il mondo del cinema italiano ai suoi piedi.
Produttori, distributori, etichette discografiche, direttori di festival e di grandi alberghi e perfino una parte di pubblico così poco addestrata, nei nostri cinema, a desiderare anche qualche cosa di più di una o più storie "valide" raccontate bene. I suoi film "invalidi" e raccontati stranamente, impossibili da incapsulare in formula, i più liberi che si concepiscano in Italia (ha scritto Adriano Aprà), spesso accompagnati, come nell'epoca del muto, da una action painting di suoni - strumentisti, voci recitanti e cantanti in sala - accecano per la quantità di effetti speciali "live", pittorici, armonici, plastici, architettonici, poetici, di scrittura, scenici, balistici (monta come spara, Fiorella Giovannelli, e taglia con l'evidenziatore).
Uno scrigno prezioso
Questa volta invitare Appassionate a un festival non sarà più come ospitare una troupe teatrale o un complesso musicale o una tribù hippies. Lo scrigno barocco di questo film contiene tutto: una compilation di canzoni napoletane che diffonderà cultura mediterraneo-lusitana in maniera da rendere strapaesana una tournée planetaria di Renzo Arbore, 12 attori, né straniati né espressivi, ma, come fossero nelle mani di Jocker, incastrati in un balletto meccanico degno dei "Racconti di Hoffman"; viaggi esotici, marinai, fughe rocambolesche, tanti delitti passionali (troppe pistole, però, e troppo playback, per i puristi di Dogma), scene realiste, necrorealiste, documenti pulsanti vita in lotta continua con la loro rappresentazione scenica (con tanto di sipario rosso che si apre e si chiude) e una frontalità, quasi da presepe, che costringe al miracolo del confronto tra due immagini (il mondo visto da fuori o da dentro le sbarre, della prima scena), del rimando, della verifica: questa immagine è cliché, è depurata, è vera, è messa in scena, mi coinvolge, mi sconvolge? Insomma dentro un film di De Bernardi siamo fuori dalla televisione, intesa come male assoluto da Godard perché non dà informazioni non dà pulsioni non dà desideri: dà solo ordini. I film disordinati di De Bernardi possono non piacere, ma solo perché costringono al gioco infantile della libertà totale. Succede come nel film di Kubrick. Chi ama scandalizzare i borghesi troverà Eyes wide shut banale, robetta. Ma non chi i borghesi li ama morti.
Tonino De Bernardi (lo aveva già scritto il cineasta e saggista radicale Steve Dwoskin trent'anni fa, all'epoca di Il mostro verde, Dei e Le opere e i giorni, girati tra il '67 e il '69) è il Cecil De Mille degli sperimentatori, l'alchimista capace di creare lo schermo più grande del mondo giustapponendo otto proiettori super 8; di trasformare immagini povere a budget zero in kolossal emozionanti che invece della conquista dello spazio vanno alla riconquista dei "luoghi comuni", concreti come qui la Napoli del rione Sanità e di 'O paese do Sole' e astratti, come la "forza dell'amore". Ed è anche l'alchimista pazzo che lo fa esplodere in mille pezzi, quel kolossal, come la villa di Zabriskie Point, perché in un De Bernardi, come in un Antonioni, il pubblico è il terminale magnetico che risucchia dallo schermo le immagini -trattate come nelle antiche ricette, con sette tipi di ambiguità - e le dà un finish più saporito. Che fa sporgere i suoi attori e le sue comparse - che fuorilegge guardano sempre negli occhi dello spettatore - e li fa cascare dentro la sala, come in un 3D ubriaco.
In più De Bernardi fa il contrario, risucchia nel suo film popolato da tanti attori-non-attori, bambini che giocano con set, passanti ammaliati e coinvolti dal cinema, professionisti deprofessionalizzati, tutti noi. Un effetto imbarazzante, certo, di coinvolgimento. Che rende più freddo il pubblico freddo e insopportabile quello caliente... Insomma siamo di fronte a un film cult, degno di comparire nel volume che Marco Giusti sta per pubblicare e che diventerà la bibbia del piacere schermico d'inizio millennio. (ndr. la cosa si è infatti verificata, vedi pagina 47 di Stracult-Dizionario dei film italiani, Frassinelli editore)
Le Appassionate sono Anna Bonaiuto (una Maddalena da Anna Magnani, ma come diretta da Kazan), Ines De Medeiros (la madonna un po' spiazzata che, appare o non appare, non riesce neanche più a scovare un solo cretino in giro), Iaia Forte (Rosa che fa i fiori di carta e ha negli occhi lo sguardo di Don Chisciotte), Galatea Ranzi (Caterina, dietro di lei tutte le incarcerate per motivi passionali, ma anche Carmelo Bene), Isabel Ruth (che fa piangere perché fa pensare, nello sguardo e nella cadenza, a altre portoghesi che han lottato per la nostra libertà, come Fonseca Pimentel), Giulietta e Veronica De Bernardi che rubano alla new dance la scultura interiore - invisibile a papà Tonino, delle donne adorate ma abbandonate, stanche, illuse. Persone di primo piano, in funzione, accese 24 ore su 24, ma tolte per secoli dalla visibilità del potere. Stritolate dai sogni, dai tradimenti, dalle speranze deluse, dal lavoro massacrante di chi ha rapporti con la terra, con la natura, con i segreti del mondo fatalmente più intimi e profondi. E insieme queste magnifiche sette formano l'icona che la compassione popolare mediterranea ha solidificato nei secoli in statue, che tanto piacciono a Andres Serrano, di Madonne sanguinanti, col cuore trafitto con venti spade.