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giovedì 24 aprile 2014

Storia del cinema palestinese (2). Rachid Musharawi e Ticket to Jerusalem




di Roberto Silvestri



 di Roberto Silvestri

TICKET TO JERUSALEM
Rashid Masharawi. Palestina 2002

Il cinema è l'arma più forte e meno «fanatica» di resistenza. La cultura come potenza di fuoco, val più di una strage di «nemici» architettata dal kamikaze in estasi. Bomba atomica spirituale di immane potenza, oltretutto, nessun osservatore dell'Onu la scova né disinnesca. Ma lì dove non si mangia, a West Bank, Gaza e dintorni...dove non si può lavorare né circolare né commerciare, dove casa le requisiscono o le sbriciolano coi bulldozer, che senso ha proiettare film, passare lunghe ore al check-point della stella di David per raggiungere sopravvissuti e sperduti «centri culturali» e far vedere vecchi cartoon di Praga o commedie arabe rigate e saltanti, a un nugolo di bimbi vocianti e adulti terrorizzati dal coprifuoco?

Il regista palestinese Rashid Masharawi
Eppure ha senso. L'autorità palestinese non diventerà mai autonomia palestinese, senza mettere la cultura (antitesi del nazionalismo fanatico) al posto di comando. Senza imporre la legittimità delle proprie immagini (delle proprie case, olio, acqua...) al mondo come mezzo e non fine dello sviluppo. Prima che confini, dogane, porti e aereoporti funzionino e che il commercio possa partire, infatti l'idea di una Palestina in 3D ce l'hanno data - altro che «arabi iconoclasti» - film «sconfinati», «opere aperte» dal punto di vista politico, sessuale, etico e religioso. Pareva Ida Lupino come sdegno femminista invece era La memoria fertile (1980) di Michel Khleifi, che poi fece Nozze in Galilea ('86) e Cantico delle pietre ('90), ma vive a Bruxelles. E tra New York e Parigi è attivo Elia Suleiman, il palestinese dal design più moderno, umorista nero come Hitchcock.

Rashid Masharawi, che mandò Haifa a Cannes nel `95, vive invece nella striscia di Gaza e a lui si deve nel `93 Curfew, il primo «lungo» girato in Palestina da un palestinese che vive lì. Ed è proprio suo questo film da non perdere (distribuisce il Luce), Ticket to Jerusalem (Biglietto per Gerusalemme). Una scandalosa commedia, e non un `macho' pamphlet, sull'orrore palestinese. Racconta l'odissea di un proiezionista di mezza età, Jaber. Che vive in un campo profughi presso Ramallah e che, dopo aver portato film in tutto i territori della West Bank, trascinandosi spesso il proiettore sulle spalle o in carriola (per il «no» dei soldati) si mette in testa che deve proiettare nel cuore stesso della vecchia Gerusalemme, a AlQods. E tutti lo trattano da folle, perfino il suo complice nel rintracciar le vecchie e rare lampade del 35millimetri. Tranne la moglie, Sana, infermiera della mezza luna rossa, che vede l'orrore sanguinante della guerra tutti i giorni sulle sue mani e preferirebbe in realtà la diserzione, tornare in Libano, rinunciare alla lotta. Ma Jaber ha una passione folle e un disegno così preciso, ascetico e trascinante in mente (Sana a un tratto pensa si tratti di una relazione clandestina) da convincere perfino una anziana donna terrorizzata dagli ebrei ortodossi che gli hanno occupato la casa con metodi coloniali a «rioccupare» il suo ex cortile, chiamare i vicini e imporre la proiezione del film, che è anche impudente.

Yilmaz Guney, il geniale regista turco che vinse Cannes con Yol , iniziò proprio proiettando nei villaggi curdi, film commerciali, soprattutto hollywoodiani. Imparò che è il pubblico che dà swing e forza alle immagini che lo meritano. È la moltitudine della sala l'arma invincibile. E Guney (morto nell'84) sarebbe commosso nel vedere questo bel film (nonostante il doppiaggio) su un rivoluzionario errante e iningabbiabile come lui, col proiettore sulla bagnarola, in giro per «non luoghi». Un film spiritualmente alla Guney. Sulla testardaggine nel portare avanti un progetto di liberazione, personale o collettivo, contro tutti e tutto. Più che un marzulliano «i sogni ci aiutano a vivere meglio» Ticket to Jerusalem , in particolare nella scena finale, coi truci e antipatici coloni askhenaziti in alto, perplessi e incazzati, e sotto la platea di festanti filmgoer è una forte provocazione «fantasy». Che rovescia, spazialmente e concettualmente, la passeggiata sulla moschea («in alto» rispetto al Muro del pianto) del grasso amico dei razzisti di Pretoria. Masharawi risponde con una provocazione artistica non indolore. Infatti Sharon cercò di proibire proprio in quei tempi il film di Mohamed Bakri sullo scempio di Jenin e del suo prestigioso centro culturale (fondato da una comunista ebrea d'Israele) mentre i suoi animatori, definiti dai media «feroci killer di Hamas», sono chirurgicamente assassinati con una caccia che bin Laden se la sogna. Ticket to Jerusalem esce poco dopo l'altro palestinese Intervento divino di Elia Suleiman, il Keaton mediterraneo che in Francia è un hit ma la Warner Bros Italia ha nascosto subito. Speriamo non sia la sorte diTicket to Jerusalem, prodotto dalla benemerita società olandese Argus Film con il Centro Cinematografico Palestinese, solo apparentemente meno acido come umorismo e sorprendente narrativamente. In realtà commuove e sconcerta come quel capitolo sulla Grande Depressione di John Schlesinger jr. in cui lo storico statunitense resta basito nel riportare che i proletari affamati d'America dilapidavano al cinema l'intero sussidio di disoccupazione.