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giovedì 24 aprile 2014

Storia del cinema palestinese (3) Haifa, di Masharawi, con Mohamed Bakri


Questa è Haifa, o Jaffa, la città vera. Il titolo del film è invece il nomiglnolo del protagonista, il folle del villaggio 




di Roberto Silvestri 


Haifa, di Rachid Masharawi, con Mohammad Bakri, Ahmad Abu Sal'oum, Hiam Abbas. Palestina 1996


Mohammad Bakri è "Haifa"

I Turchi costruirono su queste terre solo moschee. Gli inglesi prigioni, e gli israeliani carceri ancora più grandi. Ora noi palestinesi, finalmente, riusciremo a costruirvi anche giardini?" E' la domanda, un po' retorica, un po'disincantata, un po' legittima, che ci viene da un film altrettanto retorico, disincantato e legittimo, girato nella brulla e assolata striscia di Gaza.



Baracche, negozietti "sempre in sciopero", carcasse di autobus, case provvisorie, zie antichissime che hanno i nipoti sparsi nel mondo ("è lontano il Canada?"), tutti coloro che, cacciati lì da Haifa, o Jaffa o come diavolo la chiamavano gli inglesi nel '48, sono parcheggiati nel loro nuovo "stato", affamato o meno a seconda delle lunatiche aperture di frontiera di Israele. Quel fatto ancora brucia. Qualcuno dice nel film: "la pace ci sarà solo quando Israele ci restituirà tutte le nostre case, tutte le nostre terre". E anche chi non è un fanatico della proprietà privata trova del vero in tutto questo...


Mohammad Bakri in "Haifa"
Gaza è terra che aspira all'indipendenza e alla libertà. Che vuole non solo bandiera, slogan "maschi" come direbbe Pizzul, e polizia di Al Fatah, ma possibilità di sviluppo economico e sociale per donne e uomini, eguaglianza e rispetto reciproco di qua e di là dei confini. Il vero problema che Peres e Arafat avevano il dovere di risolvere. Per travolgere fanatici, propri o altrui, senza usare una sola bomba, dal basso di un autobus o dall'alto di un aereo.




Hiam Abbas
Finanziato dall'olandese Argus Film, Rashid Masharawi, allora 34 anni, palestinese di Gaza, documentarista al secondo lungometraggio "fiction", racconta in Haifa gli avvenimenti che hanno portato alla storica stretta di mano tra Arafat e Rabin, attraverso un apologo poetico/politico ben fotografato dall'olandese Edwin Verstegen, ma troppo ben congegnato e non sempre "libero", come se l'immaginazione fosse spiata, controllata. Pellicola circospetta, attenta a non urtare la sensibilità dei vertici politici, non delle persone del popolo, anche quando radiografa il disorientamento palestinese nella magnifica scena finale del doppio corteo, gioioso e funebre, dove si mescolano sia la maggioranza che appoggia Arafat, sia la minoranza, più giovane e "idealista", più irriducibilmente nemica di ogni patto con Gerusalemme (che urla: "Al Quods deve essere la capitale della Palestina!", dove Al Quods significa, in arabo, Gerusalemme), che seguirà Hamas.


Rashid Masharawi
Mentre i bombardieri di Tel Aviv si meravigliano tuttora dell'eco internazionale dopo le loro recenti geometriche prodezze ("in fondo abbiamo seppellito sotto le bombe solo degli arabi, no?" e sottindendono "mica esseri umani", almeno così ci raccontano i giornali), anche i fanatici di Allah non scherzano e deridendo la loro religione assoldano ragazzini lobotomizzati dalla Causa e pronti a "fare il loro dovere di patrioti fino in fondo e senza chiedersi il perché", in nome di quella mistica della disciplina che scagionerebbe Priebke da ogni responsabilità.


Rashid Masharawi
Attraverso il personaggio di Haifa (come al solito perfetto, non una smorfia di troppo, Mohammad Bakri, lo ricordate in (Hanna K?), il folle del villaggio, che solo può permettersi di dire tutta la verità, Masharawi cerca di andare al di là dei luoghi comuni, delle prese di posizione ufficiali di Arafat e Hamas, ma la minestra narrativa è un po' stantia. Retate, carcere, bambini e bambine che non ci stanno alle regole degli adulti (si sente la lezione salutare di Michel Khleifi), il supporter di Arafat che è un po' imbroglione e, quando è onesto, finisce in carrozzella, perché, con quella politica, si va avanti a stento e solo se spinti...


Rashid Masharawi
Ma il personaggio peggiore è Hiam Abbas, la grande attrice di L'ospite inatteso e Il giardino dei limoni, nel ruolo di una mammina ansiosa e spoliticizzata del protagonista, una donna insopportabile che prende in giro il marito davanti al televisore, in quello storico giorno della "pace", e che cerca smaniosamente di sposare il figlio per distrarlo dalla lotta armata: irritante e ridicola se solo si paragona al livello di scontro militare sostenuto dalle donne scite nel sud del Libano e alla loro scienza della dinamite (vedi Fleur d'adjonc, di Mia Masri e Jean Chamoun), un bel misto di culinaria e balistica che trasforma le nostrane Thelma e Louise in gioconde casalinghe in ferie. Ma se bisogna riportare la donna in casa e sottomessa Masharawi esegue gli ordini...