Visualizzazione post con etichetta Alberto Grifi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Alberto Grifi. Mostra tutti i post

venerdì 9 settembre 2022

Mostra di Venezia. Il signore delle formiche di Gianni Amelio

di Roberto Silvestri Una storia d'amore tragica come quella di Romeo e Giulietta fu quella di Aldo Briabanti e di Giovanni Sanfratello. Ma. Per parlare di oggi, e del pericoloso vento sovranista e omofobico che spira, “i gay vanno o curati o menati”, Gianni Amelio torna indietro nel tempo e va un po' più a sinistra. Prima attorno al Psi, adesso attorno al Psiup e alla sua rivista teorica d'affezione, I Quaderni Piacentini non a caso nata nel 1962 e che proprio tra il 1964 e il 1965 divenne indispensabile cannocchiale e microscopio del nostro pese malato.. Dopo aver raccontato la fine politica, e l'esilio in Tunisia, dell'ex segretario di Nenni, che defenestrò De Martino con l'aiuto della sinistra lombardiana, liberò i socialisti dall'abbraccio prepotente del Pci ma poi fu vttima del diabete devastante e di una conseguente auto-sopravvalutazione, Amelio ha fatto un passo indietro storico e ha accettato la proposta della Kavac Film di lavorare sul “caso Braibanti”. Dal politico di successo caduto in disgrazia al poeta, maledetto sempre, e all'intellettuale marxista moderno o, come lo definiva indirettamente e con amore Pasolini su Vie nuove, in polemica con gli artisti vicino al Psiup (l'ala sinistra del Psi, guidata da Basso e Lussu, che si era staccata dopo l'ingresso del Psi al governo con la Dc), “stalinista beat”. Braibanti, come i Bellocchio, Roversi, Isnenghi, Sergio Bologna, Goffredo Fofi, Edoarda Masi e Grazia Cherchi, aveva rotto i ponti con il partito-chiesa e con l'estetica del 'realismo socialista' obbligatorio (che ancora però la faceva da padrona nelle Feste dell'Unità, come si vede all'inizio di Il signore delel formiche. Il film è Quando volano le cicogne di Kalazotov manifesto del disgelo ma il Pci avrebbe dovuto diffondere quel che è davvero il film 'insostenibile' e indigeribile dallo stalinismo, cioé il suo magnifico Lursmani cheqmashi, ovvelo il "Chiodo nella scarpa" del 1931 - da georgiasno a georgiano - che fu proibito da Stalin perché Lalatozov prendeva in giro, troppo marxianamente, i piani quinquennaliin quanto tali) ) ma si distanziava troppo dalle masse maneggiando incomprensibili linguaggi teatrali, musicali, letterari, cinematografici (che Pasolini in quegli anni vedeva pericolosamente affini ai disegni tecnocratici del neocapitalismo) che finalmente, come teorizzava Oshima in Giappone o Godard in Europa, mettevano “caos nell'ordine” seguendo la parola d'ordine della “soggettività desiderante”, dell'individualismo democratico che fa i conti con l'individualismo rapace, molto poco demoniaco, delle classi dominanti. Bisogna insomma spiegare oggi ai millennial e alla generazione Z, e a chi quel processo ha rimosso o neanche se ne accorse, si deve essere chiesto Amelio cosa ci fu dietro quella persecuzione vergognosa e giuridicamente inconsistente, e perché quella crociata ebbe un trionfale, ma apparente, successo. Cosa succedeva insomma nelle viscere dell'Italia dei nonni, nei contraddittori anni Sessanta che prepararono il sessantotto. Cosa significava “lo strapotere Dc”. Che tipo di cultura repressiva e sessuofobica imperava allora (e pare che le masse adorino chi la riauspica, oggi) e che ruolo anticostituzionale era stato regalato, dopo le barricate contro Tambroni, alla Magistratura che assolveva in quei mesi troppi poliziotti “pistoleri”. C'è una battuta carina nel film, ma non credo proprio esatta. Mussolini non avrebbe criminalizzato l'omosessualità in Italia “perché froci tra i maschi italiaci non ce ne sono”. In realtà durante il ventennio vennero mandati al confino molti omosessuali. Ed è risaputo che anche nei partiti comunisti l'omosessualità veniva considerata una malattia. Il Partito comunista tedesco, per esempio, fece una campagna stampa durissima contro il capo delle SA anche perché “notorio pederasta”. I giudici italiani del 1965 furono però capaci, in quella occasione, di trasformare le vittime, Aldo Braibanti e il suo amante Ettore, in colpevoli, e fu cieca di fronte a un palese rapimento e sequestro di maggiorenne, poi imprigionato in manicomio (e lì quasi assassinato dagli elettroshock) capovolgendo i fatti e condannando l'innocente Braibanti per offesa alla famiglia tradizionale e alla morale (?) dominante. ) 9 anni! Elio Germano, nella parte del giornalista di cronaca nera che sa fare il suo lavoro, come se fosse l'eroe in un noir di Fuller - anche se il quotidiano fondato da Gramsci ma diretto (allora) da Maurizio Ferrrara, attenua, censura, “migliora” o capovolge i suoi servizi - è tra i pochi che difende l'omosessuale indifeso e colpito obliquamente come se fosse un Satana tentatore tra le mani dell'Inquisizione. Luigi Lo Cascio è talmente perfetto nel ruolo di amante fragile del giovane Ettore e di amante indistruttibile del giusto e del vero che una collega americana, in occasione della anteprima stampa, lo aveva scambiato proprio per Pasolini. Due anni fa un ottimo documentario, Il caso Braibanti, di Carmen Giardina e Massimiliano Palmese (che ancora gira nei cinema italiani più attenti) aveva raccontato tutto questo e messo in ordine i fatti. Braibanti, filosofo, scrittore, poeta, mirmecologo, drammaturgo, partigiano, comunista, poi uscito da un partito che non aveva tratto tutte le debite conseguenze dal rapporto Krusciov al XX congresso Pcus e dalla destalinizzazione, per difetto e non per eccesso di spirito libertario e rivoluzionario, era diventato un punto di riferimento “controculturale” per letterati e artisti. Amico del musicista postmoderno antilitteram Sylvano Bussotti e di Carmelo Bene, complice del cineasta Alberto Grifi nei suoi sperimentali spettacoli teatrali che si rifacevano alle teorie dello psicanalista ungherese Ferencsi, era appunto tra i più importanti collaboratori della rivista I Quaderni Piacentini, ma anche il più esposto e indifeso. Amelio però non ha voluto fare una ricerca ulteriore, “essere pignolo”, facendosi aiutare soprattutto dai suoi ricordi personali, come pubblico nel processo, e da cosceneggiatori “debuttanti o quasi”, come li definisce nell'intervista a FilmTv, Edoardo Petti e Federico Fava, anche se per le coreografie di Tranfert per Kamera verso virulentia, ha avuto una consulente molto esperta come Alessandra Vanzi. Perché andavano puniti i Quaderni Piacentini? Alberto Grifi era convinto che quella rivista doveva essere messa in difficoltà perché, attraverso una forte campagna di mobilitazione, stava impedendo alla Dc (dominata a Piacenza dalla sua fazione più reazionaria, di cui il padre di Ettore Tagliaferri che interpreta Giovanni Sanfratello, era un grande elettore) un succulento piano regolatore. Inoltre sosteneva che in quella occasione lo stato sperimentò la costruzione mediatica del mostro da sbattere in prima pagina. Valpreda, con tutte le connotazioni di “ballerino, dunque effeminato, e anarchico, dunque insurrezionalista” sarebbe stato il perfetto Braibanti Due da usare a tempo debito. Grifi, molto amico di Braibanti, e tra i pochi intellettuali e politici a organizzare un comitato di difesa (che comprendeva Moravia, Morante, i Cederna, il Psiup e il partito Radicale che Gianni Amelio però isola esageratamente attraverso il primissimo piano di Emma Bonino oggi), sarà vittima di un ulteriore processo farsa, accusato di possesso di droga leggera, in quella circostanza non posseduta (e condannato a due anni di carcere). Ps. La voce Aldo Braibanti di Wikipedia è stata scritta da Aldo Braibanti. Dunque chiunque volesse sapere come si svolsero i fatti può fare riferimento awikipedia. Ancora una volta un faro di democrazia e libertà collettiva. Un caso di collaborazione tra formiche umane riuscito

mercoledì 20 giugno 2018

Rivoluzionariamente scorretti. La storia del rapporto cinema e Rom




Quale è il vostro artista del cinema, del calcio e della politica rom/sinti preferito? Antonio Banderas,  Yul Brinner, Elvis Presley, Bob Hoskins, Liana Orfei,  Antonio Banderas, Michael Caine, Adam Ant, Zlatan Ibrahimovic, Gerhardt Mueller (pallone d'oro), Django Reinhardt, Juscelino Kubitìschek (presidente del Brasile e fondatore di Brasilia), Moira Orfei......? 

Antonio Bandera


Roberto Silvestri

Portare i cavalli in città. Mettere caos nell’ordine, affinché l’ordine sia etico, meno rigido, più rispettoso di tutti…Essere fermi e in moto. Nomadi e sedentari a un tempo. Cercare una identità dentro molte identità, e oltre. Andare verso Roma dall’India ma non essere sicuri di voler proprio stare là. Forse vuol dire questo rom?
Il più commuovente, agghiacciante e divertente classico sui rom è Chi canta la in basso? diretto dal Mario Monicelli serbo, l'oggi settantenne Slobodan Sijan, l'odissea di due ragazzi che con i loro strumenti e la loro voce accompagnano in un rocambolesco viaggio verso Belgrado un gruppo di passeggeri croati, montenegrini, bosniaci, sloveni che hanno tutto il tempo di esibire il loro odio e disprezzo reciproco anche se si sta andando tutti insieme verso l'inizio della seconda guerra mondiale (nel film) e verso il tragico processo di sgretolamento nazional-federale del dopo Tito (nella metafora). Ko to tamo peva (Who's That Singing Over There) infatti è del 1980. E i migliori cineasti sono profeti. Vi dò il titolo originale e quello serbo perché tanto in Italia non lo troverete mai. A proposito. Bisogna approfittare del trionfo popolare e critico di Lo chiamavano Jeeg Robot perché Luca Martinelli, co-protagonista cattivo del fantasy demenziale alla Troma, è diventato famosissimo proprio nella parte dello "zingaro".
Luciana Fina, filmmaker italiana a Lisbona ha seguito qualche anno fa, nel 1998, un pellegrinaggio di massa verso il Vaticano, quando papa Woytila li ha radunati, omaggiati e benedetti in occasione della beatificazione di Ceferino Giménez Malla, il primo santo gitano. Occasione per seguire, in viaggio, un gruppo portoghese e accostarsi alla loro spiritualità, fede, tradizioni, arte (quanti gli scultori rom dimenticati dalle storie dell’arte) e cercare di capire un po’ i loro problemi sociali e politici, in patria e all’estero… Quel film, L’udienza, non è mai stato trasmesso in prima serata tv. Anche il Papa è censurato, di tempo in tempo.


Tutto il cinema di Tony Gatlif, il regista prefito di Guy Debord, molte opere di Tonino Zangardi, e i poemi onirici e danzanti di Emil Lotjanu hanno cercato negli anni con continuità di catturare la ricca sostanza umana, altra e nova, materialistica non metafisica, di queste popolazioni che alla schiavitù del lavoro salariato hanno sempre risposto, non senza esitazione… preferirei di no. Un miracolo di insubordinazione fertile nell’ordine del simbolico. Esili, ‘fragili eroi’, come David contro un Golia gigantesco che cancella, deforma, mistifica  una incatturabile alterità. Che ne dite di mettere metà zingari per legge nelle liste elettorali bloccate dei partiti? Maastrich non vuole? La Lega neanche? E allora? Un po’ di affermative action in Italia  sarebbe la salvezza.
In un magnifico frammento elettrico, un lavoro di footage restaurato, rallentato, ricromatizzato e ritoccato nel 2002 con il solito tatto che trasforma le immagini di repertorio in un testo che urla e svela anche le propie didascalie ‘mute’, oltre che gli umori subcutanei di una emulsione, Yervant Gianiakian e Angela Ricci Lucchi mostrano un piccolo gruppo plurifamiliare di zingari sopravvissuti ai forni crematori nazisti che vengono squadrati, osservati con distacco sprezzante dall’aura maligna di una famigliola di borghesi, in ricognizione domenicale  tra i bordi campestri del lago di Como. Il cavallo c’è. Ma. Solo circondato da tutto un gran circo gli sarà permesso l’ ingresso in città (adesso neanche le tigri, i leoni e gli elefanti possono entrare, il loro avvicinarsi sarebbe un pericoloso promemoria per impulsi irreversibili di rivolta).
Gene Tierney, alla maniera gitana
Già. E’ vietato portare i cavalli in città, ci ricorda il britannico Mike Newell, e se li fa salire sulle scale dei condomini di periferia, immagine chagalliana pura, è per dire è cosa che capita solo a Dublino, è roba irlandese, da subumani….Il film è del 1992 e si intitola in originale Tir-na-nog. Ovvio che cineasti anarchici, comunisti e più rivoluzionari ancora (Bellocchio, Soldini, Jancso, Donskoi…); e poi armeni, cantastorie, ebrei, attori (Bob Hoskins e Robert Duvall firmano due gioielli rommisti, La vita maestra, 1988 e Angelo my love, 1983) e donne, le ‘minoranze’ diversamente perseguitate e oppresse, siano state attratte negli anni dall’epopea tragica (ma elegantissima, aurea) gitana. Le culture festose sono sempre odiate dall’ideologia del lavoro “politicamente corretto dallo spirito puritano”.
Eppure cosa sono i registi se non artigiani, lavoratori del dettaglio perfetto, fabbri e falegnami, che incastrano pezzi di legno o di ferro per far funzionare una immagina o una macchina immaginaria che cattura spazio, ritmi e tempo? Gypsies. Così Joseph Losey, La zingara rossa, 1957, Gb); Sally Potter (L’uomo che pianse, 1999, Gb), Marie Claire Pajman (Puoi essere felice, 1994, Olanda), Dorota Kedzierzawska  (Diably Diably, 1991, Polonia), Melitta Tchaicovsky e Pepe Ozan di Jaisamer Ayo! Ovvero Gateway of the Gypsies (Usa 2004)…Un film muto italiano del 1920, di Mario Almirante, Zingari, con Italia Almirante Manzini e Amleto Novelli, melodramma d’amore - lei non vuole l’odioso maschio che il padre gli impone come marito, e non lo prende - ridicolizza anche quel luogo comune rassicurante (l’autoritarismo patriarcale  che sarebbe ‘tipico’ dei gitani perché chi suona beve sempre troppo e picchia la famiglia) che nasconde il disprezzo razzista per l’altro, per il diverso, scaricandogli addosso, in una tipica mossa da transfert, tutti i lati dark della propria cultura, dei propri pregiudizi e dei propri luoghi comuni (oltretutto mai danzanti).
Abbiamo avuto in questi anni in Italia, e ancora si aggira, un super ladro machista, e tronfio di esserlo, come vezzeggiatissimo e votatissimo presidente del consiglio dei ministri ma ladri e machisti restano per antonomasia gli zingari e non i brianzoli e i loro succedanei. Abbiamo un livello preoccupante e crescente di omicidi femminili nel nostro occidente civile ma i trogloditi sessuali per antonomasia sono inguaribilmente i rom (e ora che ci penso anche i musulmani…). Perché poi le loro case senza servizi igienici charming vadano sempre in fiamme è davvero irritante.
Frammenti elettrici, ellittiche esperienze, sono anche ciò che inanella il nostro rapporto privato con rom e sinti conosciuti. L’ammirazione per gli acrobati degli Orfei, i lunghi lanci di Pirlo, i dribbling di Quaresma (nel Porto, e oltre) e i solo alla chitarra di Django Reinhardt. Un parente borseggiato. Una mano letta sinistramente.


E poi c’è il lavoro dei cineasti indipendenti e autonomi da pregiudizi, di cui l’opera  di Giovanni Princigalli, antropologo e filmaker, barese che vive non a caso a Montreal, è esemplare. Il metodo di questo documentarista è l’antitesi del marine che arriva sul territorio, lo conquista con la violenza, arraffa quel che c’è da rapinare e torna a casa col bottino. Princigalli, come Michael Apted nel miliare e seriale The up series (il ritratto di giovani inglesi iniziato nel 1970 e proseguito ogni 7 anni…) non solo lavora con calma e prendendosi tutto il tempo necessario, soggiornando a lungo sul territorio assieme ai suoi personaggi e conquistandosi  la loro simpatia, complicità e rispetto, ma resta dalla loro parte nel tempo, seguendone lotte e sogni, vittorie e contraddizioni, persecuzioni e riforme. E così arriva il miracolo. Vi ricordate la prima volta che avete visto la fotografia di Angela Davis? Una bellezza sovrumana, mai visto niente di simile. Uno stile. Una apertura alla fantasia della bellezza finalmente dispiegata. Come si poteva resistere a farsi crescere i capelli così, ad ampolla sferica e riccia? E il gusto camp e glam, da Liberace a Presley a David Bowie che origine ha? Ricordate Moira Orfei al massimo della forma? Ebbene non vediamo l’ora di vedere alla prima sfilata la top model Daniela detta Aida, che oggi ha 24 anni…e viene da un certo campo provvisorio e pericolante alla perfieria di Bari.

Il suo sogno, che ci ha avvinto in Japigia Gagi è come il nostro. Fabbricare e portare stile e bellezza differenti ovunque. A partire da un non-luogo abusivo (baracche di legno e lamiera, servizi igienici improbabili e sullo sfondo palazzacci di periferia, con pericolo imminente di sgombero perché il terreno è privato e se non ci fosse l’aiuto della parrocchia vicina…) che nella metafora però, e anche etimologicamente, e storicamente, deve essere terra davvero speciale: la Puglia. Che prende il nome da Japige, figlio di Dedalo, che la fondò scappando da Creta e la volle regione aperta al diritto di cittadinanza per tutti, un posto da cui non emigrare e non scappare più, dove ogni pogrom e discriminazione basata sul sesso, le opinioni e l’etnia fosse bandita. Visto quel che è successo a Taranto avvelenata dal petrolchimico poteva anche essere il primo esempio di salario di cittadinanza se la Fgci non avesse nel frattempo allentato i riflessi etico-politici dei propri iscritti (come Vendola). Purché si spegnesse l’Ilva ammorbante. Da Japigia gagi (il primo lavoro di Princigalli con la comunità rom di Bari, del 2003) a Quaderni gitati, video e scritti sulla comunità rom rumena di Bari….seguiamo l’evoluzione di alcuni personaggi della comunità - come Dainef detto Artizan, Dorina detta Felicira, Laura detta Isaura che, a 11 anni preferisce la vita presso i semafori, a chiedere l’elemosina, piuttosto che la scuola. Una comunità sempre in stato d’allarme che vive presso la tangenziale nel quartiere Japigia, dopo un lungo viaggio dalla Romania. Sempre sotto lo sguardo appassionato del nostro cineasta nomade, che è stato in continuo contatto con quella piccola moltitudine e soprattutto con i ragazzi, due dodicenni per esempio, di cui si sono seguite le recenti vicissitudini scolastiche e i rapporti conflittuali anche con gli extra comunitari, con i gagi. Un film che ha girato il mondo dei festival. Ed è stato anche a Sulmonacinema Film Festival.


Al festival del cinema indipendente di Sulmona, qualche anno fa, i più fedeli cinefili erano due fidanzati rom giovanissimi, sedici-diciassette anni, che, mano nella mano, seguivano nelle primissime file, con attenzione e interesse, perfino le più spericolate acrobazie visuali di Valie Export e degli akzionisti. Non li abbiamo visti più perché a 18 anni arriva immancabile il foglio di via. Non sono più italiani, per le nostre leggi….
Altri frammenti elettrici.
Una delle ultime indagini sul territorio della allora coppia Paola Pannicelli e Alberto Grifi è stata vidigrifata durante uno sgombero – vigili urbani e polizia dell’Urbe ignari di clonare lo stile Gestapo -  di un campo rom perferico, con Alberto che è preoccupato solo di dare la parola soltanto a chi non l’ha mai avuta e non è mai soggetto ma solo oggetto di reportage aggressivi. Le baracche romane che il compianto sindaco comunista Petroselli si vantava di aver spazzato via per sempre, eccole lì che ritornano dalle parti del Sacro Gra. Niente è irreversibile.
Un gruppo di detenute rom di Rebibbia, chi dentro per borseggio chi per rapina (se non hai i soldi da dare in dote non ti sposi e non è che trovi lavoro facilmente se sei zingara…) partecipano alla realizzazione di un piccolo film d’animazione coordinato da Giulia Merenda – che racconta l’incontro di due donne, una ricchissima e l’altra cameriera haitiana di grand hotel, e i loro rispettivi modelli (alternativi) di charme, stile e tecnica di combattimento -  offrono una miriade di spunti originali, fantasiosi e ricchi di sostanza conoscitiva e arrivano seconde, battute solo dalle rappresentanti Croate, in una competizione culinaria all’aperto, nel cortile del penitenziario, che dimostra la loro eccellenza gastronomica (il documentario, ancora inedito, si intitola  Liberamente). Una brasiliana molto lesbica ci assicura che la qualità del cibo rom, che lei degusta quotidianamente in cella, è molto, molto sopraffina.    
Certo, anche il cinema-cinema, fin dall’epoca di Méliès, l’Emir Kusturica su tutti che, proprio mentre cade il socialismo, nel 1989, con il Tempo dei gitani affida proprio a quell’amalgama di costumi e culture il senso stesso del binomio “libertà&democrazia”, declinata nel rispetto del diverso, fosse anche il più pigro e ozioso, un omaggio entusiasmante… come un invito alla cultura europea a guardare anche a oriente e non solo dentro il proprio ombelico. E perfino Hollywood, terra di nomadi in fuga, qualche brandello di omaggio all’antica e complessa cultura rom ce lo ha trasmesso. Da Marlene Dietrich in Amore di zingara (1947, di Mitchel Leisen) che ci ha spiegato l’ampiezza siderale di un sentimento così maltrattato nella cultura della libera impresa inividuale, della rendite e della tassa di successione a Dorothy Dandridge, Carmen-african-american per Otto Preminger. E poi Lubitsch, Dieterle, Korty…  


Tutto questo pezzetto d’immaginario forma una suite poetica, un canto d'amore per i rom, quel popolo, o meglio quel flusso composito di popoli e caste 'a cui piace divertirsi', venuto dall'India cantando e danzando, lavorando il rame e facendo magie nel 1300-1400 e che non ci ha ancora abbandonato nonostante sia stata ostinatamente vilipeso, maltrattato, perseguitato, discriminato, temuto e quasi sterminato. 10 milioni di cittadini, senza bandiera, leader, confini  (e non così 'nomadi' come ordina lo stereotipo), diventati una parte d'Europa e della sua civiltà, che o è anche gitana e boema, o non è. Ci hanno o no insegnato a 'stare in cammino' sempre, anche quando siamo fermi? Non mancano contraddizioni e scene di lotta di classe tra rom. Un greco esule per qualche tempo in Italia, Carolos Zonars, realizzò nel 1993, un magnifico Oreste a Tor Bella Monaca (Italia 1993), la tragedia greca messa in scena dai membri della tribù più odiata (anche dai rom) tra gli odiati zingari, spintonati verso l’aeroporto di Fiumicino.
Un ultimo importante doppio consiglio per gli acquisti. Infinito edizioni pubblicò, parallelamente alla presentazione in alcune sale d'essai, il film di Massimo D'orzi Adisa o la storia dei mille anni, opera prima del documentarista di Ribelli! (sulla Resistenza raccontata dagli 'ultimi partigiani), girata nel 2004 in Bosnia Erzegovina, nel villaggio di Varda nelle abitazioni di una trentina di rom, piccoli e grandi, donne, vecchi, artisti e allevatori, appena rientrati in patria dopo la guerra. Parlano, discutono, cantano di notte, raccontano leggende, ricordano come con Tito si stava meglio (“Indira Gandhi voleva che tornassi in India, è Tito che non ha voluto”), impartiscono lezioni di vita, igiene e atica, esibiscono la ricchezza (e l'orrore) della loro povertà davanti al fuoco. Il dvd (16 euro) è accompagnato da un libro, presentato da Silvio Soldini, che contiene alcuni contributi sui popoli Rom del critico Fabrizio Grosoli,  dello scrittore bosniaco Predag Matvejrvic, della studiosa Silvia Angrisani e della montatrice del film, Paolo Traverso.


E A forza di essere vento" è un doppio dvd + libretto, di retrogusto anarchico come le canzoni che d’André dedicò ai rom, per un totale di circa due ore e mezza di materiale e una settantina di pagine in cui vengono raccontate e approfondite le persecuzioni sotto i regimi nazista e fascista, con uno sguardo rivolto anche alle condizioni attuali in Italia. 
Il primo dvd si apre con una breve intervento di Moni Ovadia contro il pregiudizio; a questo segue Zigeunerlager, un documentario in cui Marcello Pezzetti, del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, illustra la storia e le condizioni degli Zingari internati nello Zigeunerlager di Auschwitz-Birkenau. Sempre nel primo dvd Porrajmos (una persecuzione dimenticata) è un documentario realizzato da Paolo Poce e da Francesco Scarpelli per l'Opera Nomadi, in cui vengono raccolte le testimonianze di alcuni Rom italiani che hanno vissuto le persecuzioni e le violenze ad opera del regime fascista. A chiusura del primo dvd Hugo, realizzato da Giovanna Boursier, è la testimonianza di Hugo Höllenreimer, un Sinto tedesco internato ad Auschwitz ed usato da Mengele per i suoi esperimenti. 
Nel secondo dvd Senza confini, senza barriere è un'intervista a Moni Ovadia, intervallata da alcune canzoni da lui interpretate in occasione di uno spettacolo del 2005 dal titolo Djelem Djelem, in cui viene fatto un parallelo tra il popolo ebraico e quello zingaro ed in cui viene dato risalto ad alcune delle caratteristiche proprie della cultura Rom. Intervista a Mirko Levak (storia di un Rom sopravvissuto ad Auschwitz), un documentario realizzato da Francesco Scarpelli ed Erika Rossi per l'Opera Nomadi, è la testimonianza sugli orrori dell'internamento e sulla politica di persecuzione attuata dai fascisti e dai nazisti. A chiudere il secondo dvd è la riproposizione di gran parte dello spettacolo Porrajmos. Voci da uno sterminio dimenticato (Rom e Sinti nell'Europa della 2° Guerra Mondiale), un progetto di Maurizio Pagani, con la partecipazione di Giorgio Bezzecchi, Naum Jovanovic e Daniela Di Rocco, in cui Dijana Pavlovic e Claudio V. Migliacca nel ruolo di "voci narranti" riportano alla memoria alcune vicende di uno sterminio dimenticato. 
Infine nelle settantadue pagine del libretto, oltre alla presentazione in cui la redazione di "A" illustra questo progetto, si affiancano gli interessanti interventi di Gloria Arbib, che riflette sul mancato riconoscimento del Porrajmos; di Giovanna Boursier, che ripercorre le vicende della persecuzione zingara con una particolare attenzione al coinvolgimento italiano; di Paolo Finzi, che sottolinea le analogie e le differenze tra Ebrei e Rom uniti dallo stesso destino sotto il regime nazista; di Giorgio Bezzecchi e di Maurizio Pagani, che illustrano le condizioni degli Zingari nell'Italia di oggi; di Paolo Poce, che con la sua macchina fotografica racconta uno sgombero di uno stabile abitato da centinaia di Rom; infine viene pubblicato il testo, scritto da De Andrè insieme ad Ivano Fossati, di Khorakhanè (A forza di essere vento).


Nel 2016 I fratelli e gemelli De Serio, documentaristi e antesignani del cinema del reale, quel movimento di rianimazione e ossigenazione delle immagini che ha perfino influenzato Quo vado di Checco Zalone, questa volta se la prendono con un bel blocco di luoghi comuni e li fanno letteralmente a pezzi.  Ovvero. Gli zingari rubano. Non lavorano. Sono infidi, alieni, sporchi, vivono in condizioni igieniche disastrose. Sono un pericolo per i nostri figli… Portano i cavalli in città e poi li sfruttano nei circhi... Lo sgombero progressivo (e perfino pregressista) del Platz, il cosiddetto campo nomadi più grande d’Europa, effettuato dal comune Pd di Torino tra il 2012 e il 2105, è stato aizzato (con la copertura etica di scandalose condizioni di vita) dai pregiudizi di cui sopra e raccontato dai mass media in questi anni in toni per lo più sensazionalistici, pietistici, giustizialisti o scandalistici. Cosa che deve aver fatto indignare furiosamente i nostri due cineasti che si sono così "nascosti" nella baraccopoli per molti mesi e sono diventati parte della lotta per l'assegnazione di case decenti o per una soluzione razionale del problema. Cosa ricordiamo infatti di normale nel contatto umano e nella comunicazione conoscitiva dei rom, in un oceano di immagini colpevoliste?  Le foto di Tano D'Amico, le canzoni di D'André, Fossati e Moni Ovadia e un pugno di film pittoreschi di Hollywood e militanti dimenticati, isolati, invisibili.
Quando si tratta di sinti e rom, e non solo a Torino, il metodo è cancellare tutto questo questo (per esempio espellerli dalla prima serata tv). Anche se vanno a scuola, lavorano, partecipano ai riti religiosi con il più sacro trasporto e qualcuno è anche cineasta, come Laura Halilovic, si continua a ritenere sacrosanto che un ragazzo nato in Italia e di etnia zingara quando raggiunge la maggiore età, i 18 anni, venga cacciato dal paese con il foglio di via. Altro che lotta al razzismo, transculturalità, meglio cancellare tutto sotto tonnellate di emozioni tossiche. Come si faceva con i baraccati meridionali del Mandrione e del Quadraro, tollerati nelle baracche romane per venti anni prima che arrivasse il primo  sindaco comunista della città eterna, Petroselli, ad assegnarli case decenti. Altro che "perennemente nomadi". E non tutto è oro quel che riluce nell' "Opera nomadi".
Si indica con il dito del giudice e si trasformano, per lo più, le immagini in parole d'ordine, invece di affidarsi allo sguardo libero del cittadino. Si produce un pubblico unanime, compiaciuto della propria indignazione cioè degradazione mentale, invece di spettatori critici e spregiudicati. E, come ci ha insegnato Mafia Capitale, attorno a queste emozioni bel pilotate si fanno maneggi, affari e crimini assai più redditizi di qualche furto con destrezza…


I gemelli Massimiliano e Gianluca De Serio, figli di immigrati a Fiatland, conoscono bene il meccanismo subito da migliaia di meridionali che da 70 anni fanno la ricchezza di Torino e lo combattono dal 1999 con le armi del cinema, una trentina di opere tra corti, video, documentari e installazioni. Nel 2012 hanno fondato, nelle periferie, il Piccolo Cinema, "società di mutuo soccorso cinematografico" dopo aver vinto il premio Don Chiscitte al festival di Locarno con il loro primo lungometraggio a soggetto, Sette opere di misericordia.  Nel 2011 hanno vinto il festival di Torino con Bakroman, una giornata con i ragazzi di strada di Ouagadougou. In questo bellissimo documentario, I ricordi del fiume, leggermente accorciato rispetto alla versione vista alla Mostra di Venezia (è diventato anche una piece teatrale), entrano nelle baracche, nella vita, nei sogni, nelle danze, nelle macerie, nei ricordi e nei giochi degli “ultimi tra gli ultimi”. Per un anno e mezzo i due cineasti sono stati complici e amici di una trentina di rumeni di etnia rom, bambini che vanno a scuola, mamme combattive, nonne argute, ragazze indocili alla tradizione, chi fa l’elemosina nei posti più poveri perché da quelli più ricchi li cacciano, chi torna in Romania per un po', chi si lamenta per l'ingiustizia delle case popolari assegnate con criteri niente affatto trasparenti, chi trova le nuove case assegnate - anche se provvisorie - bellissime, ma mancano i termosifoni e bisognerà portarsi le stufe dalle vecchie baracche, chi aspetta il ritorno del marito dal carcere, chi ammonisce i ragazzini a non rubare perché tanto non conviene… Amici e confidenti tra gli oltre 2000 che in 15 anni hanno fabbricato una baraccopoli di resistenza e mutuo soccorso sul Lungo Stura Lazio, oggi panorama di macerie di legnio e alluminio ancora non ripulito. E chi vinse l’appalto per assegnare agli sfollati case poco abitabili o rimandare indietro rumeni non in regola è indagato in queste settimane dalla magistratura. Mafia Capitale anche a Torino, che capitale fu, anzi insegnò a Firenze e Roma come approfittarne al meglio. 

il quartiere A Ciambra di Gioia Tauro

Infine A Ciambra di Jonas Carpignano.  Che ha vinto a Cannes 2017 il premio della Quinzaine che gli garantirà sovvenzioni alla distribuzione e uscite in Europa nel circuito d’essai. A Ciambra è il romanzo di formazione (e di deformazione) di Pio Amato, rom di 14 anni vissuti nella periferia arida di Gioia Tauro. Nella favela della città marina. Dove si vive tra cumuli di immondizia e pozzanghere di fogna, presso il fiume Perace, perennemente a rischio di avvelenamento irreversibile. Gioia Tauro, tanto per ricordarlo ai giovanissimi, è una località della Calabria che era stata scelta dal governo italiano nei primi anni 70 come sito perfetto per l'istallazione di un polo chimico primario (tipo Ilva di Taranto) che avrebbe dato lavoro e anche tanto inquinamento alla zona. La 'nrangheta disse no. Lo stato abbozzò. Fino ad oggi, Questo è l'ambientino, in parte molto salvaguardato, in parte no, dove si svolge la nostra avventura. 


Pio e la nonna patriarca
Molti minuti di applausi per l'odissea tragica di questo ragazzo perdente, ma non malvagio, debole ma non insensibile, traditore ma non per servilismo di comunità, in occasione della anteprima stampa della opera seconda di Jonas Carpignano (dopo Mediterranea, sulla rivolta nella vicina Rosarno della comunità africana supersfruttata), italiano che ha studiato cinema a New York e ha risolcato i sentieri interrotti di Zavattini e Rossellini. Immagini di Tim Curtin (Re della terra selvaggia), montaggio di Affonso Goncalves (Carol, Paterson). Opera pluralista e cosmopolita quant'altri mai. Ma chi è Pio, presente alla proiezione con tutta la sua tribù, nonna esclusa, ma che non ha voluto rilasciare dichiarazioni? Era stato già il protagonista ombra di un corto, premiato a Cannes anni fa, ed era poi il peperino coinvolto dalla parte giusta nei moti di Rosarno, soggetto dell'opera prima di Carpignano che vinse la Semaine nel 2015 (e ha lanciato un attore magnifico, Koudous Sehion, qui redivivo e di intensità Denzel Washington). Un gioiello di film distribuito ovunque, tranne in Italia. Pio è una forza della natura. Analfabeta, ma all'università della strada, basta osservarne gli occhi, e ammirarne il tempismo, è nell'eccellenza. Questa sì che è meritocrazia (anche se non piace a Renzi). Non abita le baracche di A Ciamba, che prendono fuoco ogni qual volta i carabinieri slegano, a singhiozzo, la canea razzista. Ma, con la numerosa famiglia a sovranità matrilineare, Pio vive nel cemento grigio-soviet della periferia più estrema, quella più adornata di rifuti. E sempre Ciambra è. Uno dei posti più infernali della terra. Eppure Carpignano riesce a dare vita, aria, sostanza, aura e carne anche agli spettri maleodoranti di A Ciambra. Come fa Pedro Costa con le periferie dei dannati di Lisbona. Tanto per prendere le distanze con il populismo estetico che si compiace di gettare sguardi compassionevoli sui derelitti inerti (che già sono nel regno dei cieli) senza fare i conti con la produzione di altra bellezza materiale, sulla terra. Fatta di sentimenti, movimenti, sguardi e gesti. Di relazioni con. Già, almeno, nel cinema italiano, direbbe Carmelo Bene, è più difficile una apparizione di zingari danzanti che l’apparizione (per cretini o meno) della Madonna. Ed ecco le prime avventure nel mondo di Pio, raccontateci come fossimo in uno slum-movie di Fernando Meirelles (ricordate La città di dio? E infatti i brasiliani coproducono): gli amori agognati, i giochi infantili, la sopravvivenza dura, lo slang che più hard non si può, le sigarette (“che non fanno male”), le amicizie avulse con chi gli dà una mano (siano pure marocchini), la famiglia, il primo motorino, le birre, gli errori, il furto in treno (in una delle tante scene neo-irrealiste di un'opera che plasma le ombre e i neri come uno scultore espressionista), il rapporto con i gadjo (gli italiani), quelli della 'ndrangheta, le prime promesse e le prime performances con destrezza alla Robin Hood, l'amicizia con i burkinabé, i ghanesi e le nigeriane dei quartieri accanto, a cui porta un tvcolor per la coppa d'Africa, nell'enclave della vicina Rosarno. E i ghanesi segnano, perché Pio porta, con lo schermo, anche fortuna.


il regista Jonas Carpignano, padre italiano madre delle Barbados
Il fratello Cosimo e il papà sono finiti in galera, e i debiti assommano a 18 mila euro. Equitalia ne pretende metà, per furto di elettricità. L'altra metà spetta al mafioso della zona, che elargisce le briciole del feudo con la tranquillità di chi ha bei protettori in alto. Ed ecco che tocca a Pio prendere il controllo della situazione. Ma la cifra è alta. Non basta saperci fare nel garage e guidare l'auto a tal punto da beffare i caruba, in una magnifica scena alla The Blue Brothers. Si capisce che Carpignano è pesce nell'acqua nella zona proprio come Landis lo è della Chicago drop-out. Ci vive metà dell'anno in questi posti (l'altra metà a New York). Ed ecco che infatti entriamo in pieno clima Main Street (Martin Scorsese è il produttore esecutivo del film), anche senza metropoli a chiarire un po' meglio come il giro della droga, della prostituzione e del furto organizzato siano una perfetta macchina addomesticata e fluidifcante nel grande giro mondiale delle merci. Il pensiero sarà anche unico, ma è mafioso. Se una merce è ferma, è un oggetto senza vita. Se una merce gira di qua e di là, grazie alla destrezza di chi sa delocalizzare meglio ancora di Marchionne, l'intero sistema ne trarrà giovamento, no? Un’auto tristemente posteggiata nel buio non crea reddito. Ma se si ruba, il denaro (del riscatto) gira. Ne sa qualcosa il malcapitato turista piomontese che Pio sa rieducare alla doppia, tripla vita delle merci (e che è nientepopodimeno che Paolo Carpignono, il padre di Jonas, professore di scienza delle comunicazioni alla New School di New York, e tanti anni fa protagonista della guerra di classe in Italia). Proprio da un furto simile, da lui subito, Jonas ha preso lo spunto del film. Se l’auto non fosse mai stata toccata l’arte piangerebbe.  


Pio Amato e Koudous Sehion 
Una drammaturgia fluida, mai ingolfata dall'ansia documentaria, quella di Carpignano, aiutato da interpreti molto ben allenati. Una tranche de vie che non ha difficoltà a immergersi nella ritmica, a forma di rap, di un racconto-fiaba. Dove non mancano i cavalli senza briglia delle saghe irlandesi. Andare sulla strada senza padroni, essere solo padroni di se stessi. Diventare nemici del mondo così come è, ma amici del cosmo. Sarà questo l'obiettivo di Pio. Anche se Pio ancora vacilla e pare scegliere la strada impostagli dalla comunità e da decenni di esperienze. Dunque. Un sequel sembra a questo punto inevitabile. Carpignano ha fatto della serialità un metodo per sconvolgere la fiction dall'interno. E' per  questo che il cinema italiano mainstream fatica a celebrarlo. Si sente un po’ smascherato. E rimpicciolito. E poi, l'argomento!
I gitani. Sono anarchici, on the road, contro il mondo, losers. Preferiscono l'oro ai soldi.... Rubano. O meglio, come si dice in epoca neoliberista, fanno circolare le merci un po' più a lungo del solito.
I razzisti, i nazifascisti, i socialdemocratici, i liberali, i comunisti duri e puri di tutta Europa sono tutti,  esplicitamente o implicitamente, infastiditi a pelle da gitani, sinti, rom o zingari (e magari anche i rumeni tutti, per colpa di Veltroni che in geografia doveva essere una pippa). Non li sanno o non li vogliono comprendere.




martedì 26 settembre 2017

A Ciambra candidato all'Oscar. Jonas Carpignano, il new yorker di Rosarno e Gioia Tauro






Jonas Carpignano sul set di A Ciambra 
Roberto Silvestri (*)


A Ciambra, il romanzo di formazione (e di deformazione) di Pio Amato, rom di 14 anni di Gioia Tauro, è piaciuto molto alla Quinzaine e adesso fa il giro del mondo dei migliori festival ed è uscito nelle sale italiane (al Nuovo Sacher di Roma in questi giorni si può vedere anche il precedente lavoro di Jonas Carpignano, Mediterranea, sulla rivolta di Rosarno e interpretato da molti degli stessi attori di questa sorta di sequel). Molti minuti di applausi, a Cannes, per l'odissea tragica di questo ragazzo perdente, ma non malvagio, debole ma non insensibile, traditore ma non per servilismo di comunità, in occasione della anteprima stampa del secondo lungometraggio di Jonas Carpignano, italiano che ha studiato cinema a New York e ha risolcato i sentieri interrotti di Zavattini e Rossellini. Immagini di Tim Curtin (Re della terra selvaggia), montaggio di Affonso Goncalves (Carol, Paterson). Opera pluralista e cosmopolita quant'altri mai. Infine prima scelta dalla commissione Anica per l'avventura degli Oscar. Mentre il cineasta che va avanti e indietro dalla Calabria a Manhattan, è adesso sul set di un nuovo film firato in zona, A Chiara.
Jonas Carpignano a Giopia Taura, quartiere A Ciambra 
Ma chi è Pio? È stato già il protagonista ombra di un corto premiato a Cannes ed era poi il peperino coinvolto dalla parte giusta nei moti di Rosarno, soggetto dell'opera prima di Carpignano che vinse la Semaine nel 2015 (e ha lanciato un attore magnifico, Koudous Sehion, qui redivivo e di intensità Denzel Washington). Un gioiello di film distribuito ovunque, tranne in Italia.

Pio Amato (a sinistra) e l'attore burkinabé Koudous Sehion, a sinistra
Pio è una forza della natura. Analfabeta, ma all'università della strada, basta osservarne gli occhi, e ammirarne il tempismo, è nell'eccellenza. Questa sì che è meritocrazia (anche se piace a Renzi). Non abita le baracche di A Ciamba, che prendono fuoco ogni qual volta i carabinieri slegano, a singhiozzo, la canea razzista. Ma, con la numerosa famiglia a sovranità matrilineare, Pio vive nel cemento grigio-soviet della periferia più estrema, quella più adornata di rifuti. E sempre Ciambra è. Uno dei posti più infernali della terra. Eppure Carpignano riesce a dare vita, aria, sostanza, aura e carne anche agli spettri maleodoranti di A Ciambra. E, almeno, nel cinema italiano, è più difficile una apparizione di zingari danzanti che la visione (per cretini o meno) della Madonna.

Pio Amato, il protagonista di A Ciambra 
Ed ecco le prime avventure nel mondo di Pio, raccontateci come fossimo in uno slum-movie di Fernando Meirelles (ricordate La città di dio? E infatti i brasiliani coproducono): gli amori agognati, i giochi infantili, la sopravvivenza dura, lo slang che più hard non si può, le sigarette (“che non fanno male”), le amicizie avulse con chi gli dà una mano (siano pure marocchini), la famiglia, il primo motorino, le birre, gli errori, il rapporto con i gadjo (gli italiani), quelli della 'ndrangheta, le prime promesse e le prime performances con destrezza alla Robin Hood, l'amicizia con i burkinabé, i ghanesi e le nigeriane, a cui porta un tvcolor per la coppa d'Africa, nell'enclave della vicina Rosarno. 




Il fratello Cosimo e il papà sono finiti in galera, e i debiti assommano a 18 mila euro. Equitalia ne pretende metà, per furto di elettricità. L'altra metà spetta al mafioso della zona, che elargisce le briciole del feudo con la tranquillità di chi ha bei protettori in alto. Ed ecco che tocca a Pio prendere il controllo della situazione. Ma la cifra è alta. Non basta saperci fare nel garage e guidare l'auto a tal punto da beffare i caruba, in una magnifica scena da The Blue Brothers. Si capisce che Carpignano è pesce nell'acqua nella zona proprio come Landis lo è della Chicago drop-out. Ci vive metà dell'anno in questi posti (l'altra metà a New York). Ed ecco che infatti entriamo in pieno clima Main Street (Martin Scorsese è il produttore esecutivo del film), anche senza metropoli a chiarire un po' meglio come il giro della droga, della prostituzione e del furto organizzato siano una perfetta macchina addomesticata e fluidifcante nel grande giro mondiale delle merci. Il pensiero sarà anche unico, ma è mafioso. Se una merce è ferma, è un oggetto senza vita. Se una merce gira di qua e di là, grazie alla destrezza di chi sa delocalizzare meglio ancora di Marchionne, l'intero sistema ne trarrà giovamento, no?


Una drammaturgia fluida, mai ingolfata dall'ansia documentaria, quella di Carpignano, aiutato da interpreti molto ben allenati. Una tranche de vie che non ha difficoltà a immergersi nella ritmica, a forma di rap, di un racconto-fiaba. Dove non mancano i cavalli senza briglia delle saghe irlandesi. Andare sulla strada senza padroni, essere solo padroni di se stessi. Diventare nemici del mondo così come è, ma amici del cosmo. Sarà questo l'obiettivo di Pio. Un sequel sembra a questo punto inevitabile. Carpignano ha fatto della serialità un metodo per sconvolgere la fiction dall'interno. E' per  questo che il cinema italiano mainstream fatica a celebrarlo. E poi, l'argomento!
I gitani. Sono anarchici, on the road, contro il mondo, losers. Preferiscono l'oro ai soldi.... Rubano. O meglio, come si dice in epoca neoliberista, fanno circolare le merci un po' più a lungo del solito.
I razzisti, i nazifascisti, i socialdemocratici, i liberali, i comunisti duri e puri di tutta Europa sono tutti, esplicitamente o implicitamente, infastiditi a pelle da gitani, sinti, rom o zingari (e magari anche i rumeni tutti, per colpa di Veltroni che in geografia doveva essere una pippa). Non li sanno o non li vogliono comprendere.

Non ci fosse stato il Vaticano, almeno da Giovanni Paolo II a Francesco, a proteggerli, dopo l'orrendo olocausto che tentò di cancellarli dalla terra occidentale, avrebbero avuto solo il sostegno dei fan del circo, di Emir Kusturica e di Guy Debord, il cui regista preferito fu sempre Tony Gatlif (che presenta il suo nuovo rom-movie proprio qui a Cannes). Se ci pensate non esistono molti film sui gitani. In Italia poi se ne sono occupati, senza paternalismi di sorta, solo Carolos Zonars (greco, ex esule a Roma) e Alberto Grifi, negli ultimi mesi della sua vita, visto che nelle periferie si preparavano piccoli grandi pogrom, come leggiamo sui quotidiani. Ma a Hollywood i gitani, da Douglas Fairbanks a Marlene Dietrich, sono sempre simpatici, e non solo per istinti antinazi. Non si può dire che abbiano mire rifeudalizzanti. Dunque si ammirano per il loro astio nei confronti dei padroni e delle rendite. Ed è di particolare interesse un film che l'attore Robert Duvall girò come regista dentro una comunità gipsy, Angelo my love, anno 1983. Quel loro modo di vivere, in quegli anni di ipermodernità, diventava più consono alla cultura dominante fatta non di fatti ma di ipotesi, di previsioni, di potenzialità. Di lettura, nella mano, dei giochi futuri.




(*)Pubblicato il   su Alfabeta2

lunedì 1 maggio 2017

Dieci anni fa Alberto Grifi è sparito di nuovo


Victor Cavallo, Roskha, Carlo Duca e Manrico Pavolettoni, amici di Grifi. Una foto sull'ambiente anarchico romano anni 70


Roberto Silvestri 


La vita è più importante di ciò che la rappresenta

Il nostro Robert Kramer. Il nostro Thomas Harlan... Un cineasta videoteppista    che ben incorporato il desiderio di Adriano Aprà di non morire tutti hollywoodiani, non per disprezzo rispetto ai grandi maestri classici del cinema americano fino agli anni 40 del secolo scorso, che una grammatica e una sintassi visuale l'hanno inventata a braccetto con Eisenstein, Vertov e Lang-Murnau-Dreyer, ma perché il cinema come ha insegnato Rossellini, non è solo spettacolo, non è solo narrativo (e spesso fotocopia di fotocopia di azioni e comportamenti sempre uguali, qualsiasi genere e qualsiasi epoca si stia raccontando), è critica, è scienza, è riflessione del cinema su se stesso, è una maniera che, parallelamente alle sostanze psicotrope ampia la nostra coscienza e inconscienza ma soprattutto (al di là della scienza) può sperimentare una maniera per riprenderle, può essere una macchina del tempo capace di riportarci a miliardi di anni fa, al pre uomo e al pre mondo conosciuto (Malick non si sta occupando di questo negli ultimi anni, come meno successo di Grifi?).

In un celebre e profetico libro-saggio del cineasta sperimentale americano Steven Dwoskin sul cinema mondiale di ricerca del secondo dopoguerra, Film is, all’Italia è dedicato un capitolo e quelle pagine si concentrano su due soli cineasti radicali, atipici e coriacei, gli amici Tonino De Bernardi e Alberto Grifi, la coppia underground prima e overground dopo, più prolifica e feconda.
Erano un po’ defilati dalla Cooperativa del cinema indipendente, ovvero dall’episcopato underground ortodosso pre-’68 (che vivrà una sola, magica stagione, pronta a svanire quasi nel nulla - tra autodistruzione e vampirizzazione pubblicitaria - o al detour extraparlamentare nei meno efficaci gruppi rivoluzionari, quelli che non seppero coniugare ideologia con alchimia). 

A parte Bargellini e Gioli, simili a Grifi come visionari e scienziati pazzi, e così ce li siamo immaginati poi, a costruire macchine impossibili in laboratori scalcinati: erano i nostri Doc Emmet L. Brown di Back to the future . l'inventore interpretato da Christhopher Lloyd che fabbrica con le sue mani la macchina del tempo per Marty Mc Fly (Michael J.Fox). Vidigrafo, Macchina lava nastri, Multicamera che riceve comandi radio e si collega con gli altri operatori senza aver bisogno di regista (una intuizione che ebbe vedendo una serie tv americana degli anni 90, e tante altre modifiche funzionali al basso costo, sberleffi all'industria che ti costringe a pagare sempre più caro per comunicare....

Ed erano poeticamente (non umanamente, non culturalmente, non esistenzialmente, non didatticamente) agli antipodi. In una cosa sono stati identici. Nel farsi penetrare dalla vita senza pregiudizi.
Il primo è il romano Alberto Grifi, un movimento di massa molecolare vorticoso e incontenibili, pari a quello del suo amico di avventure necrofile (sul corpo dell'Arte) Carmelo Bene, che non conosceva risentimento e amarezza, ma solo humor, energia muscolare e amor fou (anche per la lotta, per il parto indolore, per le pratiche antipsichiatriche, per la pittura, suo primo amore, per la tecnologia, eredità di famiglia…). E se rabbia, dolce. Tanto pessimismo cupo da Matusalemme, quanto fortissimo istinto vitale, da infante. 

Tanto da morire "sfrattajato", senza casa, vagante, ma felice con la compagna Alessandra Vanzi, la cofondatrice di Gaia scienza e sua compagna anche di lavoro degli ultimi anni, e commosso perché l'ambiente del cinema romano, quello che per tutta la vita Grifi aveva riempito di disprezzo politico, si ricordò di lui negli ultimi mesi di vita e attraverso Mario Sesti, Bettini e la Festa di Roma, gli assegnò un piccolo ma significativo premio di 20 mila euro.


Insomma un situazionista istintivo la cui film-videografia, sempre in progress, in movimento, in clandestinità e in dissolvenza incrociata, nessuno riuscirà più a fissare definitivamente. Che conosceva troppo bene Cinecittà per non volerla vedere morta, disintegrando sia il Cinema come industria che lo Spettacolo come ideologia schiavizzante (senza tollerare più ‘nouvelle vague’, certo non volgari, ma a volte bellettistiche); che faceva a pezzi i film americani (La verifica incerta, ’64, che ne tritura centinaia di cosacce hollywoodiani degi turpi anni 50 maccartisti, è ‘l’opera più divertente che abbia mai visto’ commentava Dwoskin, e Duchamp condivise), anche quelli classici e perfino quelli a venire, ossessionati da un’incantato (come in un disco) principio ludico; che politicizzava l’arte perché non sopporta di estetizzare la politica (Michele alla ricerca della felicità, ’78) maneggiando grammatica sintassi e linguaggio del cinema con la perizia di un insegnante dell'Usc; che voleva liberare ‘il canarino che canta nella gabbia dorata’, non essendo interessato per nulla ad ammirare solo quell’oro-corteccia (Le avventure di Giordano Falzone…’71 o Dinni e la normalina, ’78). 
Pero’ era conscio che il gesto liberatorio dovesse essere all’altezza delle più avanzate pratiche artistiche, salvo ricreare altre, peggiori gabbie dorate (e restarne imprigionati, come succede ai proletari ribelli di Parco Lambro, 1976, unico testo di scuola utile alle nuove generazioni per scoprire quale fu la forza e la debolezza del ’68 e perche’ si trova ancora oggi così di frequente il ‘fascista nascosto nel compagno’). 


Partiva dunque (sempre in moto, andava dove nessuno vuole andare, dagli ultimissimi degli ultimissimi, dai più zingari tra gli zingari... il movimento non è tutto, diceva Stalin, che però era un pessimo artista) per togliere le bende alle cose nascoste, con metodo scientifico e quando non bastava con un ultimo balzo estetico, per sapere non come sono le cose reali ma per sapere ‘come’ le cose sono reali (differenza che ci permette di fare a meno della televisione, "verosimiglianza servita su un tappeto di bugie"", una campagna, con tanto di sciopero minacciato, che lanciò poco prima di morire), da compagno d’arme di specialisti nel rompere tutti i giocattoli per sapere come sono fatti dentro. 

il piccolo Grifi
Elenchiamone qualcuno: il lettrista Isou (il rumeno-parigino che una delle sue prime compagne storiche, Patrizia Vicinelli, scavalcò in virtuosismo fonetico, scienza del decibel e delle frequenze vocali), il pittore post-surrealista Giordano Falzoni, Alvin Curran, Marcel Duchamps e Tzara, John Cage, gli happening, Leo e Perla, Manuela Kusterman e Nanni Balestrini, Aldo Braibanti, Sylvano Bussotti, Carmelo Bene, Laing&Cooper, Guattari, Debord, Carlo Silvestro, Carletto, Manrico Pavolettoni, Roska, Gianfranco Baruchello… Insomma da una rete transartistica che si isolava dai Grandi Cineasti (i Wenders, gli Hitchcock, gli Antonioni e i loro piani sequenza "soprammobili impolverati" e decorativi). Nelle scuole di cinema non si dovrebbe insegnare solo l'arte dei maestri – diceva - ma anche come ‘lavare’ i nastri magnetici, l’antropologia della disubbedienza al Potente ("non gli basta tutta la vita a contare i soldi che ci ha rapinato"), la critica alla miseria quotidiana, quel che succede di indicibile nelle carceri, nei manicomi, nei mattatoi, nei campi profughi e in quelli nomadi… Aizza all’insubordinazione il suo stesso set, anticipando di decenni Abbas Kiarostami (Anna, ’72-‘75) e senza compiacersene affatto. 


il poeta Patrizia Vicinelli
I grandi cineasti eretici da riverire, a volte fino all’ironia e allo sberleffo da idolatra, sono invece la passione del piemontese Tonino De Bernardi, di cui Dwoskin ammirava l’egocentrismo dinamico e barocco (come se a Pastrone avessero sottratto i mega-studi e tutte le comparse) delle sue prime opere, quell’entrare in competizione sfrontata e donchiscittesca con il technicolor e il Todd-Ao hollywoodiani, realizzandone perfide parodie, a quattro o sei schermi intrecciati, in forma di acide fantasmagorie mirabolanti, a passo ridotto e a costo zero. 


Patrizia Vicinelli, protagonista di "In viaggio con Patrizia"
Dwoskin ammirava invece Grifi come l’ultimo erede fertile e mutante – attraverso espliciti legami zavattiniani – del neorealismo. Vent’anni dopo, mentre il cinema commerciale italiano conquistava, tra western, commedie e poliziotteschi, la sua ultima ‘immagine industriale satura’, godeva di celibe salute, ma necessitava di ‘cesellatori’ capaci di scoprire altri sentieri emozionali, magari fuori schermo,  ecco che De Bernardi entrava nel piccolo grande gioco mentre Grifi (e tutta la sua generazione in diaspora o in esodo, dopo la sconfitta), spariva a caccia di cose vere, delocalizzando modi e mezzi di produzione, verso altri tipi di naturalezza, differenti modi di produzione, senza registi che non fossero gli stessi operatori tutti coordinati insieme dalla tecnologia multicamera, con occhi che scoprivano ‘nella vita di tutti i giorni’ le forze sotterranee più insorgenti.  Grifi era davvero speciale, insofferente com’era dell’orpello grafico gratuito, meglio brutto- vera un'immagine che bella-falso, dell’autoespressione soggettiva o del cripto-simbolismo da setta catacombale. Chi è stato in carcere e sa cos’è non sopporta più metafore e allusioni. Ama veder chiaro (e tutti gli strumenti di deformazione dell'immagine finto esatta servono proprio a questo, a cogliere la verità dietro l'apparenza, i suoi occhiali erano quelli di John Carpenter in Essi vivono (1988). E non sbagliavano mai nel riconoscere i mostri. 

Perché Grifi (soprannominato dalle giovani generazioni dei centri sociali via Archimede, Orologiaio del cinema, Mahatma, Alb...) aveva esercitato tutti i mestieri che fanno, generalmente, tutti gli schiavi dell’industria dello spettacolo, paparazzo incluso (con macchina fotografica modificata per far finta di inquadrare una cosa e metterne invece a fuoco un’altra). E dal padre, documentarista del Luce e grafico disegnatore dei titoli di testa e di coda, aveva appreso il rispetto per i mestieri del cinema (soprattutto per quelli considerati più infimi, in genere affidati alle donne, come le mani della mamma che reggevano in tanti film lettere e biglietti riscritti in italiano). Ecco perché non si allontanò mai dal punto di vista dell’ultimo compagno del movimento. L'operaio sociale trasportava ricchezze secolari dentro di sè, che neppure Pasolini fu mai in grado di ammirare.
Anarchica situazionista amica di Grifi e del gruppo Marat-Sade, pitrrice e cineasta, era la piccola grande peste del Movimento romano che mostrò tutta la sua miseria morale (perfino Potop)
quando su mozione di Roska si rifiutò di organizzare una grande manifestazione in solidarierà con gli operai ribelli di Gdansk e Stettino. "Perché c'erano anche i fasci". E sticazzi?