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mercoledì 9 ottobre 2013

L'inconnu du lac di Alain Guiraudie. La langue d'oc alla ricerca dell'assassino, che forse è una 'femmina folle'....

di Roberto Silvestri

Lago alpino dell'Aveyron, un parcheggio, alberi e boscaglia. Estate. Da una parte (si dice) ci sono - sempre invisibili -  i villeggianti normali, le donne, i bambini, gli etero. Dall'altra sempre inquadrati i nudisti omosex che lo hanno scelto come luogo ideale del rimorchio edonista e dell'intimità informale. A parte un cercatore solitario di donne, ma gli eccentrici ci sono sempre. Il lago è lì, al centro della scena.

Nel cinema d'arte sono gli stereotipi, le frasi fatte, i clichés, le scene 'obbligatorie', le convenzioni e le formule ad avere il posto di comando. Solo che, come prestidigitatori, gli 'autori' non se ne fanno accorgere. Perché li deformano, dilatano, ne fanno gigantografie, li capovolgono, li frantumano, li nascondono. Come non c'è filosofia che non si accosti eternamente a Platone così non c'è film libero, indipendente e autonomo, 'all'europea' che guardi costantemente a Hollywood. Un esempio è proprio questo lago, protagonista immabile di questa avventura. Il cliché si chiama "Legge dell'inevitabile immersione". La troviamo eseguita anche in Anni felici di Luchetti.   Questa legge, formulata da Stuart Cleland di Chicago e pubblicata nel libro di Robert Ebert Bigger Little Movie Glossary , impone che, qualunque personaggio sia vicino a un corso d'acqua o a uno specchio d'acqua le probabilità che si butti, venga spinto o caschi in quell'acqua sono altissime. Se questo succede è altrettanto inevitabile che un altro personaggio del film si butti, venga spinto o caschi pure lui in quell'acqua. Non c'è bisogno di ricordare I dimenticati di Preston Sturges (piscina), Tom Jones (stagno), A room with a view (ruscello di campagna),  Summertime (Canal Grande), La dolce Vita (Fontana di Trevi) per provare questa legge che qui, ovviamente, viene rispettata, moltiplicata e citata più e più volte.

Dopo 40 minuti di 'musica d'ambiente' eccitata, parte, con un grido (di piacere o di dolore?) un'avventura d'amore e di morte, un'ora di giallo noir tesissimo a piedi nudi, a finale molto ambiguo, quasi horror... Anzi, come scriveva Liberation da Cannes, nel maggio scorso, siamo improvvisamente dentro un "thriller rallentato e ipersessuato", in un  "capolavoro del cinema gay", senza preservativi e ci scopriamo a cantare un inno, demodé e pedemontano, alla passione e alle sue vertigini.

Lo aveva consacrato così la pregiata sezione di Cannes 'Un Certain Regard'. E infatti. Non avevamo mai visto prima le parti intime di un film 'd'arte'. Non abbiamo mai visto prima però, neanche in Tinto Brass, una pittura carnale diventare così impassibile e splendida, imperturbabile e tettonica nella propria inerzia lontana e la natura invece contaminarsi del male umano, sciogliervisi, rispecchiarlo con tanta partecipazione, invitarlo a un balletto meccanico esiziale e inquietante...Che strano tipo il genius loci di questo luogo senza case né manufatti umani, automobili a parte. Anche lui sarebbe d'accordo con il regista: non bisogna lasciare il sesso in esclusiva alla pornografia, nonostante il vecchio detto repetita juvant.

Il mostro della laguna nera di Jack Arnold
Ma. Avete presente una fiction di format televisivo? Ebbene qui siamo proprio agli antipodi. Il film non ha niente di futile, di schematico, di leggiadro, di consolatorio, di digeribile e di pruriginoso. E' rustico e barocco, fiabesco e realistico, politico e sensuale, immorale con i moralisti e castissimo con gli amorali. Non lo vedremo su Rai1 alle 2045, finché c'è Letta. Impossibile metterci un solo spot dentro senza inguaiare quello stesso spot, che si sentirebbe comunicativamente, plasticamente e ancestralmente inadeguato. In questo senso fa parte di una tradizione alta di film gay francese, da Un chant d'amour a L'homme blessé di Patrice Chereau (sarà contento di sottrarsi al mondo lasciando un erede simile) passando per l'opera omnia underground di Lionel Soukaz. Piaceri satellitari, dunque, non generalisti.

E' un macigno ipnotico, un'insostenibile e implacabile documento, Lo sconosciuto del lago, che ricama e medita sulla solitudine umana e su come combatterla disperatamente, rischiosamente... Si mette in moto silenziosamente, come fosse una Tesla elettrica, una perfida macchina dello sguardo che prepara la topografia criminale a venire, soprapponendosi alle deambulazioni apparentemente giocose e orgiastiche (ma distratte da tutto il resto) di chi popola questo set del desiderio esaudito. Un protagonista, i suoi amori caduchi e continui, un testimone 'oggettivo' e distaccato, che fa da coro, qualche guardone con il costume sempre calato, alcuni bagni nell'acqua dolce e calma, il detective... 

DIGRESSIONE LIBANESE. Ma. La notizia del giorno, è che il film è 'troppo osé' per il Libano, nudi inguaribilmente 'mono', dettagli dei corpi inusualmente rigonfi e all'acme, scene ai confini dell'hard e oltre. E dunque il capolavoro è stato cancellato dal Festival di Beirut (in corso in questi giorni) che lo aveva invitato, visto che Colette Naufal, la direttrice, si era innamorata dei suoi invidiabili attribbuti cinematografichi.  Tra Bresson, Hitchcock e Molaioli.

Il no è del comitato di censura libanese. Omosessualità e Arabi non vanno ancora d'accordo, se la cosa è visibile e si autovalorizza soprattutto sul grande schermo. Politica, religione e sessualità, in questo ordine, maneggiano argomenti e immagini tabù, che potrebbero incrinare la (in realtà delicatissima) pace sociale e scandalizzare i benpensanti di ogni sponda religiosa (che, in effetti, se lo meriterebbero). Anche se il cineasta libanese Akram Zaatari ben due film che trattano di omosessualità alla lontana (visto che è ancora fuori legge) è riuscito a traghettarli nelle sale (Red chewing-gum nel 2000 e Come ti amo, 2001).

L'inconnu du lac che non allude, ma descrive (senza le morbosità necrofile e pornografiche dei servizi tv sulle guerre e sulle stragi) i rapporti gay come fossero partite commentate da Sky, o disegni di Re Nudo o di Fallo! (belle riviste underground anni settanta), uscirà comunque clandestinamente in dvd e i cittadini libanesi lo potranno giudicare (anzi lo stanno già facendo, su Internet). Ma ci si chiede come mai la federazione internazionale dei festival cinematografici, il buon senso, la Fipresci e la società civile libanese, non impongano al ministero della cultura di sciogliere i comitati di censura quando si tratta di film per festival (riservati a un pubblico adulto, interessato e motivato). Come avviene nei festival di livello internazionale. Anche per i cineclub i film non devono essere sottoposti ai comitati di censura. Avremo mai un festival decente nel maghreb e nel mashreq? Non se lo meritano dopo tutte queste primavere vertiginose? Speriamo in Cartagine.

Ma il film di Alain Guiraudie, il più indefinibile dei cineasti francesi contemporanei, anzi occitano,  irrita molto di più di una qualunque commedia o dramma sentimentale dell'ormai sdoganato genere gay, tutto casa, nozze e famiglia. Guiraudie si è tolto infatti qualche sassolino dalla scarpa. Frasi come "Non è perché abbiamo scopato che dobbiamo andare a cena insieme" sono da preistoria del genere ghetto, stile John Waters. Un preludio d'impressionistica leggerezza, alla Debussy, immagini dalla suggestiva bellezza visuale, dentro e attorno al laghetto cristallino di montagna del Midi dove tre personaggi si incontrano e si scontrano: il bello, Frank (Pierre de Ladonchamps), l'osservatore oggettivo e distaccato Henry (l'attore di origini portoghesi Patrick d´Assumçao, senza il quale il pubblico non gay e femminile potrebbe davvero sentirsi fuori posto) e il virile, tenebroso e calcolatore Michel (Christophe Paou), in mezzo alla folta vegetazione circostante e ai microavvenimenti che li circondano e che sono meno aleatori di quanto non si direbbe. Un angolo argentato di Paradiso per soli uomini (ma esisterà?) che imbarazzerà forse una parte cospicua del pubblico maschile sedicente macho, turbata soprattutto quando si allude alla leggenda locale, di quel pesce siluro lungo 5 metri...Ma la cattiveria è proprio nel far incontrare dentro un paesaggio bucolico e pacificato una turbolenza virale che lo 'inquini'. Che faccia venire una bella allergia al cinema cattivo e falso che ci circonda prepotente.

La vendetta è contro l'epoca obbligatoria dei cessi, bui, sporchi e dark. Della clandestinità. Della paura (Cruising). Della polizia che controlla bracca arresta e abusa (Zhang Yuan, East Palace West Palace del 1996, il primo film gay cinese). Dell'emarginazione. Gli anni 50 e 60. Non più sperduti nel buio, gli omosessuali esigono oggi di abbandonare la claustrofobia degli studios (Querelle) e uscire all'aria aperta, di salire dalle catacombe alla luce piena, al sole (Du soleil pour les gueux, Sole per gli accattoni, è il titolo del film d'esordio di Guiraudie), di confondersi con la natura, di esibire l'abbronzatura totale, di illuminarsi di naturismo e di affettività esplicita. Ma di non perdere nulla del loro bagaglio sulfureo, non riconciliato con l'esistente. Ed è qui lo scandalo. Un film solare ma dark.

Stefano Tummolini di Un altro pianeta aveva anticipato questa insorgenza acquacea, raccontandoci gli incontri d'amore balneari al settimo chilometro della spiaggia di Castelporziano. Qui però il crimine, la violenza, la sopraffazione, la sottomissione diventano, al di là del genere, macabro combattimento ancestrale tra aria fuoco terra e aria, pura potenza genetica all'opera.Più Kaspar Hauser di Davide Manuli e Il mostro della laguna nera di Jack Arnold. L'acqua porta 'mostri'... E il rapporto lago-crimine ha lunga data e illustri antenati, da Chandler a Gene Tierney, Femmina Folle, per parlare di cinema, a qualcosa di più filogeneticamente millenario, per parlare di evoluzione, visto il bestione acquaceo che forse è riuscito a uscire dall'acqua e a camminare, come il feto dopo 9 mesi di lago in cerca di forma umana e di anima e chissà se le troverà mai.

Certo, Guiraudie sfoltisce così il suo pubblico, si sbarazzo di quello più estremo nel biogottismo, con lo stesso procedimento usato da Umberto Eco nel Nome della rosa o da Paulo Rocha nell'Isola di Moraes. Provoca. Costringe a diventare complici di una ossessione, medievale o lusofona che sia, o scappare.... Rende conturbante e umoristico, per chi ha perduto per motivi anagrafici l'era dell'acquario, il fitto gioco degli sguardi nell'inquadratura - già obbligata al set single e all'unità di spazio e di tempo, - fondamenta di una complicata architettura di accoppiamenti e abbandoni, incontri fatali e rifiuti, seduzioni e innamoramenti obliqui, doppi e tripli giochi, delitti e agguati. Sotto l'occhio vigile del lago che, scriveva Thoreau in Walden, è 'l'occhio della terra'. Sfiancare sempre chi non vuoi che ti segua, è il messaggio.