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domenica 13 ottobre 2013

Kill your darlings, come sbarazzarsi dei giovani ribelli e vivere felici

Roberto Silvestri

America, 1944. C'è ancora la guerra e c'è ancora F.D. Roosevelt. La fiamma del peccato vince l'oscar e consacra il gusto noir. Farsi l'amante per uccidere il marito e poi sbarazzarsi dell'amante perché l'obiettivo è ben altro, diventa una pratica blasfema ma percorribile...L'incubo di ereditare dalla Germania nazista, ormai vinta, le ossessioni di un quotidiano dark e di diventare soggetto o oggetto di un destino fatale di amore e morte si fa spettacolo. Massacrare i propri cari, i vicini della porta accanto, il coniuge, l'amico, il consanguineo, l'amante, diventa cool.... E il senso di colpa che penetra nelle vene americane dopo la rimozione di genocidi biblicamente più corretti (lo sterminio dei nativi, degli schiavi neri, dei proletari tutti) provoca nuovi piaceri inediti.

Ma. Finalmente la grande paura della crisi, grazie al conflitto nel Pacifico e in Europa, e alla vittoria alle porte che apre all'America la leadership economica e politica mondiale, è finita. Action painting, be bop, noir, esistenzialismo, donne ai posti di comando negli uffici nelle fabbriche e nei campi sportivi, migliaia di reduci con il cervello a pezzi pronti a diventare eroinomani e scrittura inconscia stanno rovesciando l'american way of life and art. Frank Capra non riconoscerà più i suburbi le cittadine e le metropoli, né i connazionali che aveva lasciato - 'democratici' e pronti a darsi una mano l'un l'altro - per andare in guerra. Solo l'avidità dei mega oligopoli transnazionali, pronte a sbranare i pesci piccoli, troverà intatta, 'all american'.

Dopo tanto guardare al passato e all'Europa, il paese comincia comunque a capovolgere lo sguardo e la brama di profitti verso alre geografie,  l'Oriente, antidoto il buddismo, lo zen, altri sentieri religiosi da percorrere (in America non si fondano nuovi partiti, ma nuove religioni e qui siamo già a un passo da Scientology). Sembra quasi il passaggio dal magnate singolo con sigarone delle caricature di Grosz alla corporation immateriale, quella che può fare a meno dell'Io, dell'individualità. Produzione di denaro per mezzo di denaro, di merci a mezzo merci.

Alla Columbia University, che possiede un bel po' di Harlem perchè è contigua a quello che è diventato un ghetto african-american, e dove arriva l'eco degli assoli jazz di Charlie Parker, succedono strani fatti. Un delitto passionale. Sull'Huson River. Se il noir è più che un genere, è un'atmosfera bellica-post-bellica che mette in discussione la gerarchia simbolica tra i sessi, il delitto non è banalmente 'mammonico', non si tratta di accaparrarsi dollari con il crimine, ma la sua posta è proprio il potere, in senso lato, spirituale e politico. Capovolgere le gerarchie dei poteri, e poi far deflagrare il concetto stesso di potere, è la parola d'ordine post-staliniana.

E però. Qui il noir è gay. Già. L'altra rivoluzione sessuale in corso (siamo anche negli anni delle indagini contro il sessuologo ebreo esule dall'hitlerismo Wilhelm Reich) è quella omosessuale, ancora considerata fuori legge, un oltraggio al buon costume, proprio come a Berlino. Ma. Se il delitto è tra un uomo e un uomo, che sconvolgimento di potere si attua? Denuclearizzato è questo noir. Kill your darling, in Italia, dal 17 ottobre nelle sale (in Usa dal 16, dopo la prima al Sundance e la seconda alla Mostra di Venezia) come Giovani ribelli.

Michael C Hall (il professore) e David Radcliffe
Il professore più maturo diventa amante del giovane allievo. Lui macho, egemone, il giovane più fragile, esibizionista, femmineo. Sarà questo che interessa oggi? Come liberarsi degli ingombranti adulti dopo averli utilizzati il più possibile? Un noir così, nel 1944, non si sarebbe mai potuto girare. Se non tra le righe. Se non spiegando ai produttori che: qui si tratta di amicizia virile. E questo è un positiivo risultato.  Infatti siccome la co-produttrice adesso è Christine Vachon (che sta dietro all'intero movimento di restyling dell'immagine americana transessuata, da Todd Haynes a Rose Troche, da Mary Harron a Todd Solontz, da Robert Altman a John Waters, da Tom Kalin a Cindy Sherman) non c'è bisogno di spiegarsi e di moderarsi. Ma siamo in un ambito più ristretto di conflitto, quasi nell'arena di una competizione sado-maso tra generazioni. Non nel laboratorio politico del noir, che molto si avvalse della presenza di una folta guarnigione di cineasti ebrei d'Europa in diaspora.

Radcliffe-Ginsberg, Dane DeHaan-Lucien Carr (al centro) e Kerouac-Jack Huston
Un oggetto mutante dunque questo film (la seconda parte di Dead Poet Society e di Animal House nello stesso tempo?) che, come nella lezione della nouvelle vague francese, va poi per conto suo, a spezzare, dal thriller iniziale, ogni vincolo di genere. E' molto chic come procedimento. Il film vincerà infatti la sezione Giornate degli autori, quest'anno a Venezia. Perché è edificante, arty e didattico Va verso la Storia, per esempio. Così il manierismo postmoderno di inizio-film viene sbriciolato da una sostanza conoscitiva finalmente 'alta', colta, corposa.

Allen Ginsberg-Daniel Radcliffe
Si va infatti verso  la preistoria della Beat Generation messa in forma non realista, ma visionaria e sempre più lisergica, quasi alla John Frankenheimer di Manchurian Candidate (forse il migliore "film beat" mai realizzato) visto il bianco e nero fracassone e suggestivo di Reed Morano. Verso Ginsberg, Kerouac e Burroughs che, guarda caso, gravitarono tutti, in quel momento, attorno alla Columbia University di Nord Manhattan, scandalizzata dai comportamenti eretici della strana coppia sovversiva di situazionisti omosessuali ante litteram. Che poi, quel campus, sarà il centro del conflitto anti Vietnam e della sconfitta studentesca dell'Sds, 20 anni dopo, si intuisce. Poi si cambierà sigla e resterà per un po' solo l' Lsd di Timothy Leary. Innesti chimici non sperimentati. Di questo, anche, parla il film.

Ben Foster, William Burroughs
Lucien Carr, l'allievo (è l'attore Dane DeHaan, credibile nell'incorporare la fragilità della sua ispirazione poetica, ma diventa pericolosamente seducente nel ruolo del plagiato)  e David Kammerer, il professore (Michael C Hall), arrivano dunque alla Columbia dalla provincia, da St.Louis. Incrociano e implicheranno nella loro storia sentimentale, nei parties, nelle notti brave, negli impasticcamenti di benzedrina nel caffé,  tre letterati sperimentali eccentrici e onnivori ("non c'è creazione senza imitazione" si dice a un certo punto, e il regista e sceneggiatore Krokidas, prende appunti): la nervosa matricola ebrea Allen Ginsberg, un poeta in erba con la cravatta; il rampollo perbene di una famiglia cattolica di orgini quebequoise che sta cercando di mixare Thelonious Monk a Rimbaud, Jack Kerouac, fuggito dopo 8 giorni in Marina Militare e intrappolato in questioni coniugali deprimenti; e il ricco erede di una famiglia miliardaria wasp, che, abbandonata la facoltà di medicina, e dopo aver venduto insetticidi per vivere, porta a porta, si sta dedicando a tempo pieno alla scienza della droga pesantissima, William S. Burroughs, che non sembra qui ancora non pronto a scrivere La scimmia sulla schiena, ma già pronto all'uxoricidio in Marocco, clonando Gugliemo Tell.

Daniel Radcliffe ha il doppio compito, impersonando l'autore di Howl, di interpretare un Ginsberg non ancora leader della contestazione poetica-politica sessantottina, ma da cucciolo, sotto influsso di mamma Naomi (Jennifer Jason Leight), chi non lo sarebbe, e di conquistare i giovani fan di Harry Potter e traghettarli verso Finnegan's Wake con maggiore speranza di vittoria. Temiamo fin dalla prima scena che tirerà fuori l'organetto proprio come il piccolo mago la sua bacchetta multiuso.

Il Kerouac di Jack Huston è molto meno bello dell'originale e questo fa pensare che i tentativi falliti di film in techicolor e in cinemascoper su Sotterranei e On the road siano causati da questa sola defaillance estetica/erotica. Impossibile che Hollywood costruisca una bellezza così alcoolica e imprevedibile, così asimmetrica al suo design spettacolare. Almeno finora. Echoes of silence di Peter Goldman e molto cinema underground hanno sfiorato meglio il ritmo battente dei beatnicks.

Dane DeHaan
Il Burroughs di Ben Foster è una caricatura piuttosto riuscita del personaggio che, nel noir storico, sarebbe stato affidato a Peter Lorre o Sydney Greenstreet, ha cioé il ruolo del cattivo, del viscido, del moralmente troppo ambiguo e inaffidabile. Appunto, del quasi affiliato a Scietology (per poco tempo, gli piaceva la tecnica di liberazione, ma non ne tollerava la gerarchia. Grillini sì, Grillo no). Certo, è il più maturo e consapevole del trio postadolescenziale, senza di lui non ci sarebbe stato il collegamento fatale con la coppia 'diabolica', che sia lui sia Ginsberg avranno tempo e modo di far scoppiare portandosene un pezzo (il prelibato giovinetto) a letto.

John Krokidas
Ma il regista esordiente e sceneggiatore di mestiere Jon Krokidas (Yale, cortista, screenplayer di enorme successo tra gli studios e prof di cinema) credo ne sia ancora un po' impaurito. Come Cronenberg, d'altra parte (in Il pasto nudo, che Fernanda Pivano detestava). Non si capisce bene perché. Non fu un movimento anti sistemico, quello beat. Anche se, vera originalità, dominò non una decade, ma ben tre decenni almeno, e come critica , individualista, forse fanciullesca, certo anarchica, ai mali del capitalismo, è stata virale e radicale e sempre attuale (la libreria beat, City Lights, a San Francisco, esiste ancora ed è molto affollata). E produsse un 'labirinto morale e intellettuale' (come definì al Sindance The Guardian il film), ancora non metabolizzato, nel cuore dell'America alienante, industriale, meccanizzata. L'incubo ad aria condizionata. Proprio come il loro papà spirituale, Henry Miller, che se fosse dipeso da lui 'quasi meglio Hitler che Stalin'.

Già, scriveva Italo Calvino, reduce dal viaggio negli States, su Nuovi Argomenti: "che gli americani si fanno dell'avversario un'immagine quasi sempre mitologica e mistificata, perché si limitano a vederlo come una forza esterna nemica e solamente negativa, senza cercare di capire da quali valori è costituita la sua forza. Insomma ne ha una nozione teologica. L'impero del male, il diavolo, il male assoluto, Bin Laden, Saddam, il Leviatano....Anche quando il nemico è interno, è il dollaro, McCathy, Nixon, è Bush, è Bush jr... la società americana si sente tanto sicura di sé che ha bisogno di provocarsi artificialmente la coscienza di una disperazione esistenziale. Non vuole, non sa proporre antitesi o soluzioni perché l'orizzonte del capitalismo è senza antitesi. In arte l'antitesi è l'immagine, sonora, poetica, visiva...Gli americani non riescono a cristallizzare immagini, ma restano allo stato di grido. Howl.Free Jazz. Pollock. John Cage. Hip-Hop...Anche l'anarchismo tutto individuale e di costume dei beatnicks ha trovato un'incasellatura religiosa: il buddismo zen. Se non che qualche anno dopo i bonzi buddisti cominciarono a bruciarsi vivi per opporsi all'invasione in Vietnam. E Ginsberg affiancò la lunga marcia per conversire la religione in presa di coscienza politica. In antitesi. I neri d'America hanno iniziato a convertirsi all'Islam. Ma l'Islam stava radicalizzandosi nel mondo. E iniziarono a quel punto gli eccidi e le persecuzioni. Malcolm X, Martin Luther King, i leader dei Black Panthers, John Lennon, Allen Ginsberg, Timothy Leary, Jean Seberg...