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giovedì 17 ottobre 2013

Non bisogna conoscere il cinema, bisogna cambiarlo. E' morto Gianni Volpi, studioso e critico militante


Roberto Silvestri
Una brutta notizia. La morte di un caro collega. Un critico militante torinese profondo, moderno, colto, non allineato e pieno di humour. Un vero moderato nel campo del pensiero estremista. Lo avevo conosciuto di nome durante gli anni gloriosi del movimento dei cineclub alternativi, o meglio dei club-cine, come preferivamo chiamarli per differenziarci da vecchi catechismi schermici neanche sempre laici, lui del gruppo attivissimo dei torinesi, quelli del glorioso Movie club, con il quale noi del Politecnico di Roma avevamo scambi fruttuosi di copie e di dritte. Già allora c'era una grande competizione, a livello Aiace tra il gruppo di Roma (che poi avrebbe fatto con Nicolini l'Etstae Romana) e quello di Torino che poi si sarebbe impadronito dell'Aiace nazionale, grazie alle arti diplomatiche e politiche di Alberto Barbera e di Gianni Volpi, e anche di molte altre istituzioni (Museo del cinema, Festival di Torino, Mostra del cinema di Venezia...). Strateghi di grande livello. Il cinema italiano in fondo è nato a Torino.

Poi, personalmente, ho conosciuto Gianni Volpi a Bellaria negli anni 80. Era uno dei direttori, il più biondo di capelli, di quel piccolo grande festival che era nato con la folle sicurezza che, ricominciando dai cortometraggi, sarebbero apparsi dal nulla talenti italiani sepolti di nuova generazione, e questo completamente al di fuori di una industria che, all'epoca, era a pezzi. Ma Gianni Volpi ci credeva. Voleva scoprire, valorizzare e fiancheggiare i giovani registi, soprattutto quelli lontani da Cinecittà. E aveva ragione. Ben scavato vecchia talpa. Scommessa vinta. Siamo arrivati a Frammartino e a Rosi partendo da Soldi, Soldini e Kiko Stella, i milanesi, e passando dai palermitani e dai napoletani, così per seguire una geografia fofiana... 
Quell'anno mi invitò in giuria, dove conobbì Sylvano Bussotti e premiammo Paolo Rosa (Stefano Benni si batté molto per Nanoff), scomparso anche lui quest'anno. 

Oltretutto poi, chissà perché, Volpi è diventato garante e membro del comitato scientifico del festival di Lecce, che si svolge nella mia città. Un festival dove qualche anno fa hanno reso omaggio al grande cineasta turco Yilmaz Guney, militante rivoluzionario, per molti anni in carcere, strappato da set pericolosi per il governo, e sono sicuro che è stato anche per merito suo. Perché era il terzo cinema che davvero lo aveva conquistato. Né Hollywood né cinema d'autore. Il cinema rosso e esperto realizzato in Asia, Africa e America Latina, quello meno protetto, ma non meno ricco di cultura e forza espressiva, quello che ha più difficoltà a farsi vedere. In fondo era il cugino, in quel decennio, del cortista italiano indifeso e inascoltato. 

E come presidente da sempre dell'Aiace, si deve a Gianni Volpi quel lavoro certosino che ha cambiato ormai il panorama della offerta cinematografica in Italia. Le due vie, blockbuster e Altro cinema, sono patrimonio non più solo delle grandi città, ma dell'intero territorio italiano.  E oggi con terzo cinema si intende anche il cinema dell'Iran e della Cina, della Corea e dell'Egitto, di Israele e della Thailandia, dell'India e del Sudafrica....E il corto e il documentario. Tutto quello che Volpi ha sempre difeso e diffuso. Per molti anni tra l'indifferenza generale.
Ma torniano indietro nel tempo. 

Gianni Volpi
A tanto tempo fa, agli inizi degli anni sessanta del secolo scorso, in pochi si interessavano di cinema in Italia, non esistevano cattedre di storia del cinema, c'erano pochissima festival e i libri di cinema in libreria erano al massimo una ventina. Ma grazie alle lotte studentesche nei licei e nelle università che ci fecero diventare tutti cinefili e internazionalisti, affamati di un mondo e di una storia che ci erano stati deformati o mostrati così male, perché in quel momento tutti da est a ovest, da nord a sud, si ribellavano, scoprimmo, tra l'altro, che a Parigi Positif litigava con i Cahiers du cinema e c'è chi preferiva Resnais a Godard. 

Paradossalmente fu proprio la rivista considerata meno 'politicizzata', quella di Rohmer, quella criticata ferocemente da Debord, a spostarsi poi su posizioni più barricadiere e presto maoiste drastiche. Ma, dopo varie vicissitudini, crisi e svolte teoriche ed editoriali, queste due riviste hanno vissuto e operato fino ad oggi.

Anche da noi abbiamo avuto due riviste militanti 'ostili': Ombre rosse e la rivale Cinema & Film (e prima ancora la grande madre Filmcritica), non così schierata esplicitamente e platealmente con il Movimento (a meno che non fosse inteso come una carrellata etica). Ma morirono entrambe, poco dopo.  O meglio entrarono in metamorfosi.

Ombre rosse, fondata a Torino durò, nella sua prima vita solo cinefila, dal 1966 al 1970, e la rivista di Aprà e Ungari anche meno, una dozzina di numeri, diventando poi un cineclub, Il Filmstudio 70 di Roma e poi l'estate romana, e poi la Mostra di Salsomaggiore e poi di Pesaro e poi una cattedra universitaria di cinema e una direzione della Cineteca Nazionale.... 

Lo spirito terzomondista e una maggiore contiguità con il movimento studentesco e operaio permisero invece al periodico fondato e diretto da un gruppo che comprendeva Goffredo Fofi, Paolo Gobetti, Giorgio Tinazzi, Paolo Bertetto e Gianni Volpi, di diventare poi un indispensabile punto di riferimento per tutta l'area extraparlamentare della nuova sinistra e per quella parte di Pci indocile al controllo delle Botteghe Oscure sull'immaginario. Ombre rosse rinacque poi dalle sue ceneri e divenne una rivista cultural-politica non più solo cinefila, e molto vicina a Lotta Continua. 

Il motivo del dissidio - eravamo poco prima/in pieno/e poco dopo il 68 -  era nella natura dei due corpi critici, contenutisti raffinati i primi e formalisti drastici i secondi. Si intervistava Fernando Solanas e Ruy Guerra nella prima e Jackobson o Bathes nella seconda. Il terzo cinema interessava a Ombre rosse, il dopo cinema o il no cinema al più sperimentale periodico romano. 

Lo scontro tra 'nuova sinistra' e vecchia sinistra, in rapporto con il cinema come macchina sovversiva e con le nuove tecnologie elettroniche nascenti, che entrambi frequentavano, anche teoricamente, vedeva però i due gruppi combattere insieme contro le riviste decane e quaresimali: Cinema nuovo di Aristarco e Cinema 60, Pci puro, più incartate a fare i conti con il marxismo che, certo, con il cinema e con Hollywood non aveva potuto farne, anche se, credo, il grande schermo avrebbe divertito non poco Karl Marx. 

Positif non poteva accettare però che i ricchi snob della rive gauche, amici perfino di scrittori fascistoidi, sghignazzassero sul fatto che in fondo il maccartismo si era soltanto sbarazzato oltreoceano di un gruppo di cattivi cineasti come Biberman e aveva fatto bene...

Positif e Ombre rosse avevano molto in comune. Una forte passione per il cinema d'essai, con Kazan, Bunuel, Welles, Polonsky, Brooks e Losey che rappresentavano in pieno il loro 'buon cinema critico d'autore'. Ciment e Tailleur, Benayoun e Tavernier, come Rondolino e Baldelli, Negarville e Gianfranco Torri erano infatti desiderosi di 'capolavori' da isolare e appendere alle pareti, di modelli anche etici equivalenti ai grandi scrittori realisti (o surrealisti) del passato. E affidavano al ludibrio delle palline nere tutto quello che - bollato come cinema alienante di genere bis (il western spaghetti, per esempio Giulio Questi), piacere gastronomico di massa o artigianale o in odore di 'socialdemocratiche deviazioni' (Costa Gavras di 'La Confessione'), in realtà stava fuoriuscendo dalle confezioni controllata dei mega studios o del cinema di stato. L'underground 'criminalmente porno', il rock movie, l'horror più splatter e l'off off tutto che sanciva la fine della Hollywood e della Pinewood e della Cinecittà classica li interessava molto meno anche perché il trash imbarazzava ancora nelle classificazioni colte. Ma una costola di Ombre rosse (di cui fece parte anche Volpi) era indocile alle sue stesse rigidezze e avrebbe fatto nascere presto, non a caso, il Festival Cinema Giovani che, paradossalmente, sarebbe poi stato inaugurato da Randall Kleiser (quello di Grease) e poi diretto da due 'rampolli' molto più Cahiers che Positif, come Roberto Turigliatto e Giulia D'Agnolo Vallan e da uno dei critici più esposti alle radiazioni perverse del cinema bis, Stefano Della Casa, espertone di peplum e western spaghetti, di poliziottesco e di Mattoli. Scatenando non poche baruffe metropolitane e nazionali, odii, polemiche, rotture di amicizie di ferro.... 

Rossellini, Godard, Straub e il primo Warhol per Cinema & Film e Cahiers (e i documentaristi arditi alla Perrault, e Mekas e De Antonio) rappresentavano infatti piste esplorative più feconde e un invito all'avventura teorica 'illegale', con fuoriuscita non solo dai procedimenti del 'cinema narrativo classico' che travasava sul grande schermo la 'forma sonata' musicale, ma addirittura dai confini del buon gusto accademico e borghese. Inebriati di sensibilità camp e gay, Gianni Menon, Oreste De Fornari, Franco Ferrini, Maurizio Ponzi & compagni delle cosidette Brigate Rossellini erano convinti della fine dello steccato tra fiction e non fiction, tra cinema alto e cinema basso, tra cinema di racconto e cinema saggistico, tra cinema e qualcosa altro che stava nascendo e che non aveva più nessuna nostalgia della grande sala buia. Erano più expanded. E poi come si sa non c'è contenutista più eccentrico e sagace di un formalista puro. Perché il formalista è come un espressionista delle forme. Storicizza, sovrappone, paragona, purifica, dà vero significato 'spesso', 'storico' ai contenuti.

In quegli anni i veri cattivi maestri (quelli che occupavano i media e ci riempivano di piombo informativo dalla mattina alla sera, impedendoci perfino di portare Pietro Valpreda in parlamento, un posto dove oggi avrebbe fatto un vero figurone, per cuore e sagacia) inventarono l'espressione becera di opposti estremismi. Applicata però allo scontro tra Ombre rosse e Cinema & Film, era abbastanza azzeccata. Quel che accomunava entrambi i campi (a parte lo scambio di qualche redattore, come Piero Anchisi) era infatti l'urgenza di cambiare, moltiplicandolo, il ruolo del critico, assassinandone la funzione di poliziotto dei piaceri, e di fargli sporcare le mani: aprendo sale, uscendo dalle riviste per scrivere nei quotidiani e sui media elettronici, organizzando festival e convegni, retrospettive e dirigendo associazioni per la diffusione del cinema 'altro', diventando produttori, distributori o registi.

Lo dimostra la super attività di Gianni Volpi, nato a Santhià il 6 agosto del 1940 e militante da sempre nel cinclubismo scatenato. Redattore di una bellissima rivista di quell'epoca, che ci aveva raccontato i trionfi del Group Theatre e del Mercury Theatre di Orson Welles, Scena, corrispondente italiano, prima di Lorenzo Codelli, di Positif, Gianni Volpi ha lavorato in Rai per 5 anni curando programmi sul cinema quando le commissioni di vigilanza vigilavano davvero su chi avesse la competenza per farli e chi no. Fu 

selezionatore del festival di Venezia e idal 1989 è presidente dell’Aiace nazionale (Associazione Italiana Amici del Cinema d’Essai). Assieme a Alberto Barbera presiede il Cnc (Centro Nazionale del Cortometraggio), ente di conservazione, restauro e promozione del cortometraggio italiano.

Tra le sue pubblicazioni principali figurano la "Storia del cinema" (con Goffredo Fofi, Morando Morandini e Carl Vincet) edita da Garzanti e la traduzione e cura della storia del cinema western di Raymond Bellour edita da Feltrinelli (1973) e che resta tuttora una pietra miliare nello studio del genere per antonomasia del cinema hollywoodiano. Ha recentemente curato la raccolta integrale degli scritti di Roger Tailleur per Falsopiano (raccogliendo nel primo volume tutti i suoi scritti di Positif). Inoltre ha scritto Gianni Amelio (ed.Scriptorium, 1995), sui corti italiani dal 1980 al 1997 (per Lindau, 1997), su Vittorio De Seta (con Fofi) per Lindau, 1999; Guida alla formazione di una cineteca (Dino Audino, 2003), Gian Maria Tavarelli (Falsopiano, 2003), Tutto il cinema di Alberto Lattuada (Baldini Castoldi Dalai, 2007), Federico Fellini (con Fofi, Donzelli 2009).