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venerdì 18 ottobre 2013

Gloria, ovvero la Patetica di Sebastian Lelio che maneggia un bel po' pathos, di emozioni, di sofferenza...

Roberto Silvestri

Premessa. A me piace molto Rush. Ma, come ogni opera cormaniana, diretta oltretutto da un suo allievo prediletto, il geniale Ron Howard, fissato con i film di inseguimento d'auto fin da cucciolo, è un po' difficile da spiegare. Bisogna pensarci qualche giorno di più. Sono film che ci fanno sentire gli odori e i sapori della corsa, della morte, della benzina, del duello, del fuoco che purifica. Arti alchemiche. E dunque sono andato a vedere un film cileno, Gloria, ispirato proprio alla canzone di Umberto Tozzi e tutto cucito addosso alla sua potentissima attrice, Paulita Garcia. Pensando che fosse un po' più semplice da raccontare e criticare. Più basic. Filone, di grande attualità (vedi Bruce La Bruce, Up, Rughe) Cacoon, la vitalità della terza stagione, quello strano momento della vita dove si incontrano e si scontrano la vitalità e la decadenza. Non è così semplice, invece. Ma è bene scriverne subito, perché i film cileni non hanno lo stesso potere di esposizione. E' questione di  affirmative action. Di andare, sempre, contro mercato. Che poi è l'unico modo di farlo funzionare davvero. Infatti il film è candidato al premio Oscar per il miglior film straniero dell'anno. C'è chi dice che ha più chance di La grande bellezza.


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Il regista  di "Gloria" Sebastian Lelio e l'attrice Paulina Garcia
Prendere la macchina, una lunga Kia, e dopo il lavoro andare nei bar o nelle sale gioco o da ballo degli hotel per bere Pina Colada, fumare e cercare compagnia. In ufficio tutto il giorno c'è poco tempo per le relazioni sociali divertenti. Qualche amico ogni tanto, una chitarra, una chiacchierata, una cena, un po' di bossa nova... La vita da divorziati 'maturi' non è facile. Ripetizione, più che differenza. Ma se la trasformiamo in una vita a tempo pieno, cacciamo via la noia. E cos'è un film se non la vita senza i tempi morti? (Hitchcock). Così siamo in un bel film. Riprendere però gente che parla, non è alla portata di tutti i cineasti e di tutti i pubblici che ormai hanno della noia la paura che un tempo si aveva per l'uomo nero. Bisogna avere qualche curiosità per il Cile, la sua storia, i suoi paesaggi così prepotenti. Per prepararci bene al Cile non possiamo non pensare all'America che lo ha così ben protetto, difeso e coccolato, a costo di qualche crimine. Non possiamo che pensare prima a Missing, a Costa Gavras e a Jack Lemmon.

Pali Garcia e Sergio Hernandez in "Gloria"
Già. Ricordate Jack Lemmon? Ecco questo film è un omaggio obliquo, nascosto, indiretto, a Jack Lemmon. Sembra di entrare in una delle sue commedie amarognole, magari dirette da Melville Shavelson (The War between Men and Women, 1972) o da Richard Quine (L'affittacamere, 1962),  che ci raccontano la vita e l'odissea agrodolce di un 'abbandonato', di un divorziato con figli, adesso solitario lupo metropolitano, perennemente davanti al bancone del bar a far arabeschi con le dita o in casa a godersi le partite di baseball e giocare a carte tra un tramezzino verde e uno giallo, quando la fortuna lo assiste, con l'inseparabile Matthau. 

Un personaggio con quel certo non so che, molto ben nascosto, di immenso cuore, ma protetto da un caratterino tutto pepe al limite della psicosi. Non facile da gestire. Dotato certamente di potere costituente sulla propria vita, solo che non ne è a conoscenza (La strana coppia di Gene Saks, 1968). Nel passato di Lemmon c'è una brutta storia. Magari ha fatto la guerra in Corea. Chissà.

Ma qui il protagonista, il Jack Lemmon della situazione, il polo mozionale di uno spettro emozionale a 360°, è una donna, la Gloria del titolo (In A qualcuno piace caldo non a caso Jack Lemmon si travestiva da donna, profetizzando la metamorfosi). Anche se non siamo a Manhattan ma a Santiago del Cile. Non andiamo in gita a Atlantic City, semmai a Valparaiso. Non si balla a Roseland ma in qualche dancing per la terza età simile. Il Cile, poi, ha alle spalle una storia non meno brutta. Anzi di più.

La 'single' Gloria ha, per il momento, un marito alle spalle (che doveva essere davvero ingestibile, a giudicare dalle due o tre scene in cui compare e da alcune sue occhiate e manate perturbanti) e due figli grandi che adora, lei pronta alla fuga d'amore in nord Europa e lui appena laureato e dunque entrato in depressione, come la lunga barba dimostra, anche se lo becchiamo nei dintorni della sua festa di compleanno. 

Gloria ha un appartamento middle class, che a un certo punto ci ricorderà quello di Robert Altman in Il lungo addio; una servizievole donna di servizio, un intruso di gatto (pregiato, un Canadian Sphynx, ma raccapricciante nel volto semiumano, e senza peli, una specie di siamese albino) che l'inquilino dell'appartamento di sopra vicino fuori di testa - impreca contro l'amore che l'ha lasciato - si perde volentieri, assieme alla sua bella scorta, graditissima da Gloria, di hascisc. 

Che è per chi non lo sapesse quella sostanza magica e dunque proibita che, se non chimicamente condita, fa venire il mal di mare solo a chi non sa volare. Ma che gode di cattivissima stampa, visto che è perseguitata ovunque (in Uruguay no), non solo da Giovanardi, anzi il Libano e l'Afghanistan, dove è rigogliosamente di casa, hanno proprio cercato di cancellarli dalla cartina geografica...Invidia?

Un paio di occhiali, un sorriso smagliante che manda in rotta l'esercito di rughe ed ecco Gloria e lo yoga, Gloria e la terapia del riso, Gloria e la roulette, Gloria e il passare tutta la notte con uno sconosciuto e fare l'amore intontita sulla spiaggia con il rischio di perdere la borsetta e i soldi, Gloria e i suoi vestitini decolté e sberluccicanti e che va via, a notte fonda, verso il rimorchio saltuario ma sicuro della discoteca o della balera old fashion. Una maniera come un'altra per battere la morte (e i suoi servitori). Che poi è il compito dell'arte. A un tratto sente uno strano rumore in giardino, esce e vede un po' se stessa ritratta in un pavone con tutte le sue ali a raggera. Bella e pronta all'attacco. E' lei.

Gloria in casa con l'ex marito e i figli
A questo punto parte il vero thriller interiore scritto (con Gonzalo Maza) e diretto da Sebastian Lelio, al quarto lungometraggio, ed è trentenne, un protegé di Pablo Larrain (il regista di No, consacrato internazionalmente), un giovane filmaker di talento a cui la Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro ha già dedicato quest'anno la retrospettiva all'interno del focus cileno facendoci conoscere un talento unico nel catturare le ombre meno nitide delle emozioni interiori (La sacra famiglia, Natività e L'anno della tigre) e il sapore di una cinematografia davvero riemergente (anche Violeta Parra, quest'anno)

La nuova generazione di cineasti di Santiago sembra che però abbia, nella sua tsragrande maggioranza, preso per buone le direttive ideologiche dell'epoca Pinochet: "qui non si parla mai di politica". Basta con Littin, Soto, Francia e Ruiz. Ma solo di sentimenti edificanti. Di famiglia. Di amor filiale... Ma rovescia, lui e i suoi colleghi della nuovissima onda,  completamente il quadro e le direttive.  A parte in una scena all'aeroporto, quando la figlia di Gloria incinta parte per la Svezia, dove l'attende un suo romanticissimo fidanzato, e Gloria piange. E uno pensa amor filiale, dramma della perdita, ed è vero. Solo che c'è anche qualcosa d'altro. Magari un ricordo commosso per Olaf Palme. Una lacrima di invidia...

Gloria e l'amante occasionale
Insomma bisogna collocare la storia 'nell'infinito'. Certo, nel caso del Cile, meglio tradurre, 'nell'abisso'. E in questo film la danza nell'abisso, lo scivolamente nel vuoto, la passione del salto nel vuoto, la scena che le contiene tutte, è propria graficamente disegnata, in una sequenza chiave. In uno strano parco giochi dove la gente si libera dei piaceri colpevoli, come buttarsi a corpo morto o sparare ai nemici. 

La mise en abyme è anche questo trucco. E' il sogno nel sogno, certo, ma anche un particolare tipo di "storia nella storia", in cui la storia raccontata (livello basso) può essere usata per riassumere o racchiudere alcuni aspetti della storia che la incornicia (livello alto). Si ritaglia, nel quadro complessivo del Cile di Bachelet di oggi (già, anche la presidentezza, speriamo di nuovo, ha un certo caratterino, una certa età, è un po' generalesssa...), un dato piccolo e insignificante - Gloria potrebbe essere in un film normale quella generico sullo sfondo - e attraverso questo frammento si sintetizza tutto un quadro storico, un processo di immaginario collettivo complesso, antichi e più rimossi dolori. Si fa toccare con mano la sofferenza e la forza di resistenza di un popolo. Non poco per poco più di un'ora e mezzo di ombre sullo schermo, no?



Gloria è una donna divorziata perché è uno spirito libero, indocile alla coppia. Si chiama donna indipendente, anche un po' stronzetta come gli uomini indipendenti (la scena del cellulare nel brodo). Proprio quello che Pinochet, il talebano cristiano,  odiava di più, il rovesciamento sacrilego dei ruoli. Sa inoltre muovere le mani, il corpo di cui è fiera (e ce lo mostrerà tutto), e fare microgesti con tale non chalance, e citare perfino Theo Van Gogh a un tratto, a proposito di talebani, che l'attrice che la impersona (Paulina Garcia, detta anche Pali) ha vinto il premio per l'interpretazione femminile a Berlino 2013, regolando in volata perfino Catherine Deneuve e Rooney Mara. Ha fatto molta tv, ha un Silvio Caiozzi alle spalle e dopo Gloria naturalmente sta girando mille film. Trasforma con l'ironia i suoi 58 anni in uno spazio-corpo senza età. 

Ed è importante sapere che il romance che va a tessere, è proprio con l'altra metà della storia del paese. Rodolfo  (l'attore Sergio Hernandez, una specie di Bruno Pizzul non fosse per l'assoluta mancanza di autoironia), perennemente invischiato con la propria famiglia, rassicurato dalla moglie, malgrado sia separato, incapace di fare una scelta, pronto al compromesso, intimorito, pauroso, pronto alla fuga improvvisa e imprevista, è soprattutto molto permaloso, infido e bugiardo anche verso se stesso. E' la descrizione del criminale pinochetista tipico, di Pinochet in persona. Infatti Rodolfo oggi imprenditore, ha uno strano passato nella marina militare...  E nella colonna sonora non può mancare la canzone Tonto, eseguita da Miriam Hernandez. Inoltre finirà come merita, in una delle azioni di commando del film più riuscita.


Non ci credete? Eppure ci sono altri segnali non proprio subliminali. E' vero che Gloria passa accanto alla manifestazione degli studenti, andando in un caffé della Alameda, e loro gridano slogan anti governativi e lei finge di non accorgersene. Eppure in tutto il film lei assume la postura e le movenze, l'anima e il cuore di quei ragazzi. E ci invita a creare pure dentro di noi non la poetica del fanciullino, ma quello dello studente eternamente incazzato. Se no perché finire con un hit degli anni 70?