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sabato 19 ottobre 2013

Noi li odiamo i nazisti dell'Indonesia. "Act of Killing" di Joshua Oppenheimer e perché tutti gli interisti dovrebbero vederlo

Roberto Silvestri

Act of Killing di Jeshua Oppenheimer. Musical e orrore
Non se ne parlava da molto tempo, dall'epoca di un film australiano, diretto da Peter Weir, Un anno vissuto pericolosamente. Non andavamo da tempo col cinema a nord dell'isola di Sumatra. Ma ora c'è un fantastico film, finalmente uscito in Italia senza grande clamore mediatico (i distributori non sono dei magnati ma degli amatori) in qualche città (a Milano ancora no, a Roma è al nuovo cinema L'Aquila), e che non va perso assolutamente, soprattutto se si è dell'Inter (visto chi sono i nuovi proprietari), che si intitola Act of Killing. L'atto di uccidere. Capovolge tutti i nostri schemi. La maggior parte della troupe che lo ha realizzato si chiama 'Anonymus'. E' questa la dice lunga sulla pericolosità attuale dell'argomento trattato.

Act of Killing, scena in stile Bollywood incontra Oldenburg
Il lavoro è dedicato a Jim O'Rourke, il coraggioso cineasta australiano morto pochi mesi fa, un antenato del documentarismo 'altro', a forte tasso emozionale-investigativo. La Rai non ne parla tutte le sere, neanche a Che tempo che fa. Il film va cercato. Caccia al tesoro. L'Italia istituzionale è piuttosto imbarazzata da questa opera. Ma anche il pubblico, poco abituato dalla legge Mammì ai film duri, aspri, hard. Eppure dopo il Sicario di Gianfranco Rosi dovremmo essere abituati ai film nei quali gli autori di efferati delitti impuniti si raccontano giocondamente, senza paura di essere acciuffati dalla polizia. Però questo film turba particolarmente. Ma
qui gli assassini  sono coinvolti nella realizzazione del film. E sono loro che scrivono le scene. Ora noir, ora western, ora musical, ora horror.... E sono loro le star.

E' del 2012, è stato realizzato dopo dieci anni di lavoro sul campo, è stato invitato nei festival di tutto il mondo e ne ha vinti molti (anche Berlino, Toronto, Telluride, Lisbona). E' prodotto da Danimarca, Norvegia, Gran Bretagna e garantito da Errol Morris e Werner Herzog, tra gli altri. E' diretto da un texano, Joshua Oppenheimer, che assieme a Christine Cynn, si è occupato per anni di crimini della globalizzazione e di violenze politiche e traumi d'immaginario ad esse collegati. Tra i loro film precedenti ricordiamo The Globalisation Tapes (su Assange) del 2003. 

Congo nella terrazza della tortura spiega come strangolava i rossi
Act of killing, però è davvero speciale. Parla di Indonesia. Di una vecchia storia che è anche una nuova storia. Ma non dello tsunami oceanico che uccise 200 mile persone, ma di uno tsunami umano che ne uccise oltre un milione quasi 50 anni fa. E, vero record mondiale, nessun responsabile di quegli assassinii in massa è mai stato processato. Sono tutti liberi e (quasi) felici i killer seriali. Protetti eternamente dai partiti al potere. Aspettano, al limite, 'un tribunale di Giacarta' per spiegare cosa successe. Visto che quell'altro non ha nemmeno il coraggio di inquisire Bush per avere causato la morte di 500 mila irakeni solo perché ha giocato come un bimbo alla caccia delle 'armi di distruzioni di massa'.

Quasi Rick Baker all'opera
Parentesi. E poi ci si chiede come mai riaffiorò, poco dopo, il genere horror, splatter e gore, ovunque nel mondo. Anche nell'Italia di Bava, Fulci a Argento. Ciò che si rimuove, lentamente ma ostinatamente, ha modo di trovare altre forme per riaffiorare. 

Eppure qui abbiamo nomi cognomi e indirizzi di alcuni assassini. Pesci piccoli. Manovalanza. Ma abbiamo i loro corpi. Il regista gli spara addosso la cinepresa. E' come un'esecuzione psicoanalitica. A poco a poco vacillano. Forse si pentono. I conati di vomito sembrano però alla fin fine finti. Acting. Chissà. Per quasi tutto il tempo delle riprese gli infami simpaticoni sono spavaldi, raccontano nei minimi dettagli. Entusiasti di diventare protagonisti di un film. Di un film che glorifica le loro imprese. Entriamo nelle loro case. Si chiamano Anwars Congo, Haji Anif, Syamsul Arifin... Oggi hanno oltre 70 anni. Li vediamo spiegare le azioni più sanguinose, rievocare in tv i loro atti eroici, e vantarsene. Li vediamo addirittura cercare i posti autentici delle carneficine, mettere in scena gli incendi dei villaggi infidi. Ci accompagnano dentro le stanze e le terrazze della tortura e della morte, giocano agli interrogatori coi leader comunisti o gli studenti teste calde, travestendosi da vittime. 

Rocky Splatter Picture Show
Il make up sembra di Rick Baker, li sprofonda nell'horror finto, anche se tremendo, per alludere a quello vero. Per mostrare come erano conciate le teste (e i testicoli) dei sequestrati prima di essere sgozzati a livello industriale, soffocati con il filo di ferro che è molto comodo perché ti tagli se provi a resistere...

Anwars Congo & compagni coinvolgono gli abitanti dei quartieri, li invitano a far le comparse. Si divertono un mondo. Perché amano il cinema, il musical. Quello americano più di tutto. I divi, non ne parliamo. Per tutto il film vorranno mettersi in testa cappelloni rosa texani da cowboy, cravatte del New Mexico, completi bianchi con il Panama, proprio come quelli delle loro star preferite. All'inizio chorus girls che escono da un immondo pesce gigante costruito sulla collina, di fronte al mare, che sembra opera di Oldenburg, oppure danzano sotto una cascata, li presentano come se fossero le superstar  di uno show di Mister Ziegfeld. 

Congo interpreta il comunista che ha ucciso e il rimorso compare
Già. Solo i comunisti odiano i film americani, ricordate Allende? Cuba? Chavez? A un certo punto, con Sukarno, pretesero perfino di sottoporli a embargo.... Bisognava reagire. La patria lo ha imposto. Pancasila Youth è l'organizzazione di massa nazionalista e nazistoide che conta oggi 3 milioni di militanti pronti a rifare la strage dei comunisti se Pancasila lo richiede. L'ideologia è quella nazionalitaria di Sukarno, che cercava di tenere unite comunità parecchio distanti (cristiani, musulmani, buddisti...) trasformata da questi energumeni hitleriani in puro nazionalismo fanatico. Immaginatevi i fondamentalismi drastici di ogni religione uniti in una stessa organizzazione paramilitare vezzeggiata e finanziata dal potere sotto influsso Usa. Eccoli qui. E, questo piacerà molto alla componente interista antinazi, le loro divise sono infatti tutte, splendidamente rosso-nere. Come vediamo in queste foto. In Indonesia lo spirito hitleriano è milanista

Ecco gli ultrà 'milanisti' d'Indonesia
Il film ha una struttura strana. E' documentario e teatro nello stesso tempo, fiction e non fiction si apppropriano del 50% del tempo. Ma sembra incredibile, la storia, non puoi credere ai tuoi occhi, sfiora il mockumentary, il doc che ti inganna. Per questo quoziente, grottesco e allucinante, di involontariamente comico e tremendamente tragico, insomma di iper verità, Act of killing ha colpito e sedotto oltre a  Herzog ("è una nuova forma di surrealismo cinematografico") il serbo più apolide, Dusan Makavejev, sempre intrigato dal perturbante e dalle psicopatologie di massa dei fascismi. E il pubblico di tutto il mondo. 

Pancasila Youth, il gruppo paramilitare nazistoide d'Indonesia
Ma attenzione. In Italia, e non solo in Italia, la distribuzione (spero per motivi di mercato) ha tagliato a 115' un film di 159'. Molte situazione di contesto vengono così sacrificate. Non si nomina mai né SukarnoSuharto, per esempio e immaginiamo che lo si faccia da qualche parte per contestualizzare storicamente la strage. Non si spiega chiaramente quanti soldi hanno preso i gangster ("Sapete cosa significa? Uomini liberi, liberi di esprimere tutta la propria creatività, certo, anche quella più criminale e crudele") per ogni scalpo. Dicono pochissimo. Mmmmm. Anche se scopriamo che i loro mandanti diretti erano gli editori di giornali. Oppenheimer li intervista perfino. E loro tranquillamente ammettono.  E questo ci ricorda il processo Brasillach. Quando il critico cinematografico francese filo-nazista scriveva sui quotidiani di Vichy nome, cognome e indirizzo dei comunisti e degli ebrei da accoppare (Almirante dovette spiegare che non era vero, per difendere Brasillach, che i nazi già sapevano tutto, figuriiamoci se dovevano aprire i quotidiani la mattina per far fucilazioni il pomeriggio... però lì hanno perso). Comunque. E' sempre l'occidente il maestro. Non dimentichiamo cosa hanno fatto gli olandesi in Indonesia.

La ricostruzione della distruzione di un villaggio
Non si intervista, poi, nel film, nessun oppositore politico neppure in esilio, né Garin Nugroho, che per parlare di certi fatti ricorre all'epica e alla metafora (anzi sembra che nell'intera Indonesia non ce ne siano più di teste pensanti, neanche fosse l'Italia) e neanche uno storico o un politico straniero. Un solo momento 'avulso', durante le riprese tv in studio, quando la regista si chiede ad alta voce: "ma Anwars Congo e i suoi compari come fanno a guardarsi allo specchio la mattina?". Il resto è inno alla pulizia etica, cromatica ed etnica!

Imitando Jean Pierre Melville
Act of killing (doppio il significato: l'atto di uccidere è anche 'recitare l'uccisione') ha vinto molti festival (in Italia il Biografilmfestival) anche se mette in scena (senza mai voler essere raccapricciante, e dunque lo è di più) orrori autentici e insostenibili: le torture e l'assassinio di migliaia di comunisti, di cinesi progressisti, di malcapitati e di democratici indonesiani, moltissimi i bambini e le donne e gli anziani, sopraffatti dalla violenza cieca e fanatica dell'esercito regolare e irregolare, di bande di gangster prezzolate e drogate, aizzate dal colpo di stato di Suharto del 1965, ordinato dall'anonima assassini delle multinazionali che lo tennero ben protetto sul trono fino al 1998. La tecnica della mattanza è selvaggia secondo il nostro sguardo esotico ma tecnicamente sofisticata se si considera che lo sport nazionale del paese è il complicatissimo Pentjak Silat, arti marziali che prevedono l'uso del coltello e del machete che i pirati della Malesia tramandarono ai posteri, e agli inglesi in particolar modo. 

Non ci credete che l'Occidente plaudì al genocidio? Vedremo più tardi come reagì a tutto questo il nostro presidente della repubblica cattolico. E, non dimenticate che il vanto della stampa democratica mondiale, il New York Times, quando morì Suharto, il 29 gennaio 2008 gli dedicò due belle pagine da incorniciare. Anche perché non si faceva cenno alcuno del genocidio. Non c'era stato. Propaganda comunista.

Il gangster Congo e la divisarosso nera dei Pancasila
Eppure il nyt non è un giornale beceramente di destra. Di quelli che pensano perennemente al paradise now dei neoliberisti: un mondo senza sindacati che scocciano, con le donne che non stanno al loro posto, senza partiti marxisti che tramano, aizzano alla spesa pubblica che è sempre uno spreco,  minacciano 'colpi di stato' o peggio insurrezioni, impongono regole ecologiche, ostruzioni burocratiche, controlli nei cantieri, rendono anarchica e 'troppo desiderante' la società civile. E, invece, il mondo sarebbe perfetto se fatto di individualisti assoluti, simpatici pescecani, profitti che lievitano, buoneuscite faranoiche dai consigli d'amministrazione, subprime perché se uno è stupido è bene truffarlo, montagne di coca, e pesci piccoli schiacciati per l'eternità! Il mondo nuovo, l'ordine nuovo è proprio l'Indonesia!

Congo se la spassa alla faccia di Priebke
Non è ancora tutto il mondo così ma certamente il tenente colonnello Suharto e Pinochet, Videla e Thatcher, Reagan, Compaoré il traditore e i Bush, Putin e gli emiri arabi, non si può dire che non c'abbiano provato (alcuni perfino con un appoggio popolare entusiasta). E non è che, altrove, i partiti di ispirazione marxista spuntino poi come funghi... Dunque grande merito va reso ai combattenti per la libertà di Giakarta. L'Aja che pizzica Kenyatta jr. (che non risulta abbia lanciato cacce grosse contro i rossi), mai si permetterebbe di processare Jusuf Habibie o Wahid (i successori di Suharto che hanno adottato le stesse tecniche, facilitati dall'antenato). Dunque?!

Il gangster Congo e due suoi complici
E l'Italia si è particolarmente distinta nel rendere omaggio al maggiore criminale di guerra dai tempi di Hitler: gli ha conferito il 23 novembre 1973, primo stato al mondo, un ordine speciale: Suharto era Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine al merito della Repubblica Italiana. Poi si arzigogola sulle respponsabilità subliminali di Giovanni Leone nella istigazione all'idea della lotta armata (che fu evidentemente di difesa, come dimostra quel precedente storico) nel nostro paese....

Congo cameramen
Ma nella gang di cui parla il film non si facevano le corna. Vive e vegeta quella gang tuttora nella città di Medam. I membri sono mostriciattoli di una certa età, capitanati da uno smilzo gagà (che dice di ispirarsi a Marlon Brando e Al Pacino, a Charlton Heston e a Victor Mature) e da un ciccione semi trans che, a un certo punto si presenta perfino alle elezioni (purtroppo per lui il sistema elettorale indonesiano non permette le liste chiuse decise dal partito, mica siamo in Italia, e perde). Come tutti i machi tendono molto alla omosessualità mal schermata.  Sono teppisti ancora vivi, vegeti, circondati da figli e nipotini che come tutti i nonnetti del mondo coccolano giocando con le papere e coi gattini. Compiaciuti del loro antico lavoro necessario, quasi come Adolf Eichmann (anzi di più, tanto, a loro, chi li becca?). E poi il nazi era un burocrate che non si sporcava le mani. Congo invece un proletario, con le sue mani ne ha accoppati oltre mille. E hanno vinto. Niente Norimberga. L'altra storia si farà quando perderanno. Tanto ormai!? Siamo in piena banalità dell'impunità.

Il momento pink di Congo
Ieri i gangmen controllavano il mercato nero e il bagarinaggio (la scena più commuovente del film, per i cinefili, è la rievocazione della rivendita dei biglietti in occasione di I dieci comandamenti o Sansone e Dalida...quando le masse assaltavani i cinema la domenica e quando il cinema era il cinema), oggi il giro losco delle slot machines, la droga, la prostituzione. Amano sentirsi crudeli. Sono contenti di essere addirittura più sadici sia dei feroci nemici rossi sia delle pellicole hollywoodiane (da cui traevano ispirazione) che i comunisti volevano addirittura censurare e proibire. Mentre loro garrotavano o giustiziavano ascoltando le rock songs di Elvis Presley. Vivono taglieggiando i commercianti (specialmente se cinesi). E, politicamente, sono sempre pronti al massacro di commies. Non hanno affatto paura delle chiacchiere sui diritti umani. Hanno vinto. Dal 1965 non c'è più nessun partito comunista nell'arcipelago più fitto nel mondo. Chi li può toccare? Forse, solo la loro coscienza. Il film, che loro utilizzano come auto glorificazione, cerca di punirli, ma molto obliquamente. Apparentemente.
Il poster del film


Parte seconda, cosa c'entra l'Inter

  Si discute molto in questi giorni - ed è un bene in questo paese così bendato al mondo - di estremo oriente, di Indonesia, il quarto paese più popoloso del mondo, delle elezioni presidenziali a Jakarta, nel 9 luglio 2014. E perfino di Jakartone, dopo il perfido commento juventino alla trattativa più entusiasmante del momento calcistico che allude a un paio di scudetti nerazzurri (di cartone) che sarebbero stati 'scippati'. Come se gli scudetti bianconeri fossero stati vinti sul campo e non da una gang di arbitri e di grandi giocatori d'azzardo abili nel 'fuori campo'. 

Erick "il vichingo" Thohir
Allora, si torna a parlare di Indonesia, del progressista Sukarno (che era un grande amico di Marilyn Monroe), di Bandung, di non allineati. Ma anche, inevitabilmente, della dittatura militare di Suharto, del suo colpo di stato, dell'imposizione di un feroce Ordine Nuovo sul sangue di oltre un milione di comunisti trucidati (cosa che manda in estasi ogni neonazista, anche interista), di Timor est e della brutale repressione militare anti indipendentista, della caduta di Suharto e del potere gestito in modo altrettanto dittatoriale (con uso costante di feroci gang fasciste) dai suoi uomini. 

Congo e i suoi nipotini, "guardate cosa faceva il nonno!"
E tutto questo proprio grazie all'Inter, al suo dna cosmopolita e al nuovo gruppo proprietario della "società che mai è retrocessa in b", capitanato dal magnate dei media - islamico moderato - Erick (da Erik il vichingo) Thohir, boss del Mahaka Group, proprietario del quotidiano (ex islamico-radicale, oggi moderato) Republika, appassionato di calcio e di Nba,  ed erede di una fortuna di famiglia. Piuttosto interessante da indagare, questa famiglia e i loro amici. Gli editori di giornali, nel 1965-1966 furono tra i principali responsabili delle liste di proscrizione poi distribuite ai militari golpisti, agli squadroni paramilitari e ai gangster prezzolati per rapire torturare e uccidere i 'non fascisti'. Perfino il super tifoso dell'Inter Fiorello ha manifestato insomma qualche dubbio e perplessità sentendo parlare di ricchissimi indonesiani. Interessa davvero lo squadrone che tremare il mondo fa? O il super business? O uno stadio da favola e un merchandising da schianto? Oppure se il gioco si fa global bisogna che l'Inter, dato il nome profetico, è obbligatorio attrezzarsi, e 'con ogni mezzo necessario'?

Teddy Thohir, manager della Union Carbide, Indonesia

Il fratello maggiore di Erick ha un nome altrettanto mitico, si chiama Garibaldi Thohir. Ed è un pezzo grosso del carbone e della raffinazione del petrolio. Ma è suo padre che preoccupa di più, Teddy Thohir, oggi a capo di una mega-holding, l'Astra International, 15 miliardi di dollari di fatturato l'anno, che controlla comparti chiave dell'economia del paese (dalle componentistiche d'auto alle banche, dalle infrastrutture alle nuove tecnologie) e ha dunque uno stretto rapporto con isituzioni politiche - ancora in mano al partito che fu di Suharto, il Golkar (Partito dei gruppi funzionali) e dal Pdi-L (Partito Democratico Indonesiano-Lotta) - che, nonostante l'emarginazione e poi la morte di Suharto, ed elezioni democratiche assai formali, sono rimaste sostanzialmente autoritarie e illiberali. 

Erick Thohir con la maglia della sua squadra di calcio Usa
Dedi Gumelar, membro del Partito Democratico-Lotta, ha già esultato pubblicamente per l'acquisizione dell'Inter da parte di Thohir.  E c'è di peggio. E' spuntato a un certo punto delle trattative interiste perfino il nome, come garante dell'operazione, del 40° uomo più ricco del mondo secondo la classifica di Forbes, Hashim Djodjohadikusumo, del potentissimo Bakrie Group, che è il fratello del famigerato braccio destro militare di Suharto, Prabowo Subianto, il boia di Timor est, il principale responsabile delle repressione antidemocratiche degli anni 80 e 90, dei rapimenti e assassinii di studenti, lavoratori, artisti e intellettuali scomodi, gran coordinatore di gang di assassini e squadracce paramilitari e principale, purtroppo candidato alla presidenza dell'Indonesia, in quanto fondatore del partito di estrema destra Gerindra (Great Indonesian Movement Party) e, secondo i sondaggi, il favorito numero uno.     

Hashim Djodjohadikusumo, capo del Bakrie Group e 40° magnate del mondo
Torniamo a Teddy Thohir, il papà del patron dell'Inter, che viene da lontano. E' stato responsabile locale della famigerata compagnia chimico-farmaceutica nordamericana Union Carbade (a Bophal, India oltre 2000 morti, ma i suoi 'morti sul lavoro' sono sparsi in tutto il mondo), oltre 10 anni fa risucchiata dalla Down Chemical.
Il papà di Hashim, sulla destra, probabile nuovo presidente dell'Indonesia

Nel dicembre del 1981 un'inchiesta del quotidiano newyorkese Newsday dimostrava che metà impiegati della Union Carbide indonesiana soffrivano di malattie renali causate dalle forti esposizione al mercurio; che il livello di mercurio utilizzato negli impianti era venti volte superiore agli standard autorizzati negli Usa e che le falde acquifere e le coltivazioni di riso di vaste aree del paese erano state pericolosamente inquinate irreversibilmente, con incalcolabili danni per l'intera popolazione e per l'agricoltura. 

Prabowo Subianto, fondatore del partito nazionalista Gerindra
Ecco. Questo spiega perché si fanno i colpi di stato. Profitti. Abbassare il costo delle materie prime. Distruggere i sindacati, i partiti di sinistra, imbavagliare i mass-media, portare quasi a zero i salari e imporre flessibilità e sfruttamento massimo alla forza lavoro, senza sottoporsi a controlli pubblici o terzi di nessun tipo. Il Bengodi dei Berlusconi planetari. 

Dal 1966 (quando la caccia al comunista e al cinese di sinistra si concluse con un auto-genocidio di oltre un milioni di indonesiani) a oggi, Jakarta è così diventata la capitale leader del neoliberismo. E la creazione di un partito anche vagamente di ipirazione marxista non solo è proibita, ma fisicamente molto sconsigliata.
Massimo Moratti, da domani ex patron

E' poi di queste ultime ore, inoltre, la notizia che uno dei due altri soci indonesiani 'nerazzurri' di Thohir, il finanziere Rosan Roeslani, 45 anni, dovrebbe coprire un buco di 200 milioni di dollari alla Bumi, società di sede britannica che ha diretto in passato. E siccome è lui che dovrebbe rimettere i conti dell'Internazionale in sesto, la cosa ha fatto un po' vacillare le speranze dei tifosi che già sognano l'onnipotenza universale. Il terzo socio, poi, è Handy Soetedjo, 43 anni, opera nel settore energia (carbone e materie prime), vive a Pittsburgh, masticherebbe, come molti, di calcio.  Si sente odore di Bakrie Group.

Ma chi non si fiderebbe di Massimo Moratti quando definisce il nuovo proprietario, 43 anni, e il suo gruppo, "gente perbene"?