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sabato 2 novembre 2013

Jonathan Demme a Roma per il festival e per l'uscita di "Enzo Avitabile Music Life"

Roberto Silvestri

Jonathan Demme
La vita e i ricordi del sassofonista coi capelli più arruffati, Enzo Avitabile. Jonathan Demme filma in trasferta una jam session con alcuni grandi musicisti che lui ha riunito da tutto il mondo. Immagini intense tra il Vesuvio e le miserie del belpaese. Del bel paese globale.
Poi dicono che i festival non servono a niente. Lo abbiamo visto solo a Venezia, e grazie a una intuizione fortunata del festival di Napoli, questo documento storico prezioso. E abbiamo aspettato oltre un anno perché circolasse quasi di soppiatto nelle sale italiane. Il 18 e 19 novembre. Segnatevi le date.


Enzo Avitabile eJonathan Demme
Il prestigioso regista statunitense Jonathan Demme riceve nel 2010 una telefonata di invito da parte di una piccola-grande rassegna italiana. Poche le speranze. Ma il 'Napoli Film Festival', oltre al luogo prelibato, azzecca anche il giorno fortunato. «Certo che vengo, ma a una condizione. Fatemi incontrare il mio grande idolo, Enzo Avitabile». 

Così i due artisti si vedono si frequentano e si piacciono ancor più. Demme conosce dunque la casa e i ricordi (non sempre felici), gli amici, i parenti e i vicini di casa del sassofonista scapigliato, compositore, poeta, cantante, jazzista italiano che ha suonato con Afrika Bambaata, Tina Turner e Manu Dibango, da anni esponente tra i più 'aperti' della world music. 

I lettori dei giornali specializzati o dei quotidiani radicali lo conoscono bene, e il manifesto-dischi pubblicò un suo album anni fa con i Bottari di Portici. La strana coppia organizza così una serie di jam session da tenersi in una intensa settimana dentro un magnifico, antico spazio circolare, grandi tappeti persiani per terra, con alcuni maestri della contaminazione contemporanea mediterraneo-caucasica, e oltre: il chitarrista e cantante cubano Eliades Ochoa, l'irakeno Maseer Shamma e il suo oud magico, il chitarrista spagnolo Gerardo Nunez, il sitarista pakistano Ashraf Sharif Khan Poonchwala, il percussionista indiano Truilok Gurtu, il dio delle launeddas Luigi Lai, il cantante napoletano tradizionale, sia nel ritmato che nello 'stile libero' Zi' Giannino Del Sorbo, la cantante palestinese Amal Murkus (che ricorda commossa l'omicidio di Vittorio Arrigoni), l'armeno Djivan Garsapyan Trio, l'iraniano Hossein Alizadeh, il chitarrista mauritano Daby Touré e il pianista Bruno Canino, eccelso clavicembalista ed esecutore sopraffino delle musiche di Pergolesi di cui Enzo Avitabile è fan sfegatato. 
Jonathan Demme (a sinistra) e Enzo Avitabile

E il film, Enzo Avitabile Music Life è fatto (Venezia 69, era fuori concorso), chssà se la Rai che lo ha prodotto lo ha mai trasmesso  in tv (Rai Cinema e Rai Trade spesso non hanno sponda ni palinsesti). I set musicali sono strepitosi. Ogni rigidità modale fa un piccolo sforzo evoluzionista e il tecnicismo diventa poesia in progress, mista e corale... Le riprese, anche audio, veloci, imperfette, di cuore, improvvisate, come i documentari che piacciono a Demme, e non solo quelli musicali. E si inventa all'impronta, ma come nel free jazz, sempre solo se si conosce bene la partitura invisibile che conduce alla spontaneità e alla casualità. 


Immagini intense, non necessariamente belle, se le prendi isolate, ma impressionanti e ricche vengono catturate tra una panoramica del Vesuvio e i materiali d'archivio della nostra indignazione. Filo rosso il racconto della vita di Avitabile, compreso l'intervento rischioso agli occhi che gli ha salvato la vista, ma lo ha allontanato dalla scena per un po'. E quello della infaticabile ricerca musicale, politica spirituale (anche un passato zen) e umana (dopo la morte della moglie giovanissima) di Avitabile, studioso di tutte tutte le scale e i 'modi' extraoccidentali, da quella indiana a quella bantu alle decine di altre: dal piccolo centro di Marianella dove è nato, al conservatorio dove si diploma in flauto, dalla camorre con cui si convive tuttora, resistendo, al paesaggio partenopeo esplosivo, anche in senso proprio (Plinio il vecchio...) e non solo culturale e calcistico, dalla cantina dei primi gig d'illuminazione ritmica (James Brown) a una versione partenopea di I have a dream... revolution. Jonathan Demme aveva scoperto Avitabile per caso, ascoltando alla radio un suo brano mentre guidava l'auto sul George Washington Bridge di New York City, poco prima dell'invito napoletano...
 

Enzo Avitabile music life
Ma l'Italia è una vecchia passione di Demme, amico e ammiratore del cinema di Bernardo Bertolucci. Il premio Oscar (Il silenzio degli innocenti), l'ex trash-director di Femmine in gabbia che aveva rubato piani, focali e inquadrature nel 1974 a O Cangaceiro di Giovanni Fago, sbirciato a Manila la notte prima delle sue riprese d'esordio (grande scuola il pulp tricolore), pupillo di Roger Corman, l'artista che ci ha spiegato che «dirigere vuol dire ascoltare» un attore, una storia, un grido di lotta (come quello che ancora ci arriva dalle terre sommerse di Katrina, New Orleans), e non solo i Talking Heads, torna così in Italia a indagare sulla ricchezza della sua cultura melodico-armonica alta, bassa, popolare e aristocratica. Un detour che altri registi Usa hanno compiuto in questi in questi anni, ma soprattutto quelli italian-american, Scorsese, Turturro, Ferrara, Cimino...
Fear of falling di Jonathan Demme

Demme è cittadino dello stato libero Music. Tutti ricordano il suo Mambo italiano che la zia di George, Rosemary Clooney canta in quasi italiano all'inizio di Qualcosa di travolgente Married to the mob). Con o senza Gary Goetzman, Demme ha ripreso una sua particolare storia del sound inquieto: Pretenders, Byrne, Hitchcock, New Order, Bruce Springsteen e Neil Young...E resta senza parole quando Avitabile inanella in pochi secondi una piccola storia del sax jazz, dal clarinetto di Sidney Bechet alla tromba di Miles Davis, culminata con John Coltrane, passando per Johnny Hodges, Charlie Parker, «Cannoball» Adderly e Buddy Colette....Nel frattempo Demme sta finendo un film d'animazione (Zeitoun), sta lavorando sul romanzo di Stephen King e sarà al festival di Roma tra qualche giorno per presentare Fear of Falling (Paura di cadere) e tenere una masterclass all'interno della sezione CinemaXXI dedicata alle nuove correnti del cinema mondiale.
 

Fear of Falling è una produzione teatrale, mai andata in scena, dell’attore, regista e sceneggiatore Andre Gregory, basata sul racconto Il costruttore Solness (Bygmester Solness) di Henrik Ibsen, tradotto e adattato dall’attore e commediografo Wallace Shawn. Gregory e Shawn, legati da un sodalizio artistico che dura da circa quarant’anni, tornano a recitare sul grande schermo come protagonisti della pellicola dopo la collaborazione con Louis Malle, che li aveva diretti ne
La mia cena con Andre e Vanya sulla 42ª strada. Come i due film del regista francese, anche il nuovo lavoro di Demme, definito da Shawn e Gregory “un degno successore di Malle”, mantiene un’unità di spazio e ne prosegue la riflessione affrontando il rapporto fra cinema e teatro con una forte visione personale e una sottile vena di umorismo.

Fear of Falling è prodotto da Rocco Caruso, suo storico coproduttore (Judy Berlin, 3 Backyards, I’m Carolyn Parker: The Good, the Mad, and the Beautiful, Guardians of the Flame) e vede come direttore della fotografia Declan Quinn che ha lavorato in Vanya sulla 42ª strada, ma anche in Rachel sta per sposarsi, Jimmy Carter Man From Plains e in molti altri documentari di Demme.

Il film – che racconta la storia di un celebre architetto, sempre più prigioniero delle sue fantasie – è l’apice di un lungo e appassionato processo creativo che ha coinvolto Shawn e Gregory per quattordici anni e che, con la regia di Demme, riesce a tramutare in cinema.
Che poi è 50% documentario e 50% teatro.