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sabato 23 novembre 2013

Armida Miserere e il carcere in Italia. Come il vento di Marco Simon Puccioni, con Valeria Golino. Con un post scriptum a proposito del caso Cancellieri.

Valeria Golino, "Come il vento" di Marco Simon Puccioni


Roberto Silvestri

Una corsetta mattutina, con un collega. C'è qualche oscuro presentimento. Una donna forte ma infelice. Non chiamatemi direttrice, chiamatemi 'il direttore'. Flashback. Un omicidio imprevedibile, nel 1990 le strappa l'uomo della sua vita. Reagisce con ostinazione. Una carriera in salita. Con la tuta mimetica sempre addosso. Ma nel 2003 Armida Miserere, tarantina di origini siciliane, criminologa, direttore di carcere, fin dall'età di 28 anni (a Parma, poi a Voghera, Pianosa, Ucciardone, Torino, Ascoli Piceno, Spoleto, Lodi, San Vittore), soprannominata dai suoi detrattori 'il colonnello', in quel momento responsabile del penitenziario di Sulmona, si uccide con un colpo di pistola alla, testa nella sua casa, a pochi metri dall'ingresso del carcere. Una pallottola calibro 9, 21. E' in pigiama. Il suoi due cani lupo le sono accanto. Lascia una lettera. Contro chi "le ha rovinato la vita".

Filippo Timi a destra e Valeria Golino
Molta azione, per essere un film d'atmosfera. E venti anni di storia d'Italia (di mafia, di pericolose discese in campo con spintoni, di risacca terrorista) pesano nel fuori campo di questo film. Ma. Minimalismo stilistico, quasi astenia registica, per essere un film legato a tematiche sociali e politiche così complesse (e sappiamo come altri punteggino vistosamente di "pornografia espressiva" le loro lezioni di storia più o meno conformiste). Sobrietà di fraseggio (grazie anche all' impeccabile lavoro sul copione di Heidrun Schleef e Nicola Lusardi), invece. A chi pensiamo come modello stilistico? Alan Pakula? Robert Mulligan? Robert Bresson? Un po'. Ma il film è italiano, carezza il paesaggio come solo i nipotini del neorealismo sanno fare (e nonostante gli studi serissimi alla CalArts disneyana di Los Angeles del regista). In un film italiano, poi, c'è sempre un cane (e Armida li aveve e da battaglia) e un prete. Che in carcere non manca mai. 

Armida Miserere
Certo è un film d'attrice. One woman show, come è un film d'attore Il venditore di medicine di Antonio Morabito. La camera digitale tutta gettata lì sui primi piani del chimicamente strafatto Claudio Santamaria, one man show, qui su Valeria Golino, mattatrice, coi capelli biondi, fuma ininterrottamente super senza filtro. Una donna manager, dura, impossibile da intimorire, eppure di fragilità segreta, che si può distruggere in un fiat, come Achille, se la macchina del fango sa colpire nell'unico punto letale. La dignità. Qualcosa che i suoi nemici malavitosi - i lettori del Giornale, Libero, La Padania ? - fraintendono e chiamano onore, e maneggiano piuttosto bene. Ma c'è qualcosa dietro. C'è un non detto. C'è un mistero. Non tutto esce fuori da questo film introverso, a levare. Vanno avanzate ipotesi. Bisogna catturare indizi. Come nella Signora in giallo.

Armida Miserere
Come il vento è tutto girato sul corpo di Valeria Golino. Sul suo viso, i suoi gesti, le sue intenzioni, la sua voce dalle sonorità ctonie, autospeleologiche,  le sue corse mattutine, le sue ire, i suoi amici e amiche, le sue bevute e avventure, i suoi piaceri, i cazziatoni i giochi di letto e i suoi pensieri intuibili e reconditi. Cosa rarissima nel nostro cinema più che sessista, perché neanche si accorge di esserlo, un personaggio così a tutto tondo e non del tutto afferrabile. Valeria Golino ce lo indica, ne esce e ne entra continuamente, è dentro ed è fuori ad ogni cambio di parrucca dorata. Ci porta inquieta dentro e fuori dal film, come ogni performer destabilizzante. C'è un tragitto lineare, una storia ridotta all'osso, quasi senza troppi dialoghi. Paradossalmente si tratta di un film di evasione. Di fuga. Di deriva. Da questo mondo a un altro. Verso il vuoto. L'eroe è vittima della propria inerzia. Ma, come nel capolavoro di Bresson le intenzioni di fuga sono molto più esistenziali (nel condannato a morte è fuggito il protagonista è già in carcere e non si sa bene perché, e quando fugge non sappiamo bene se lo prenderanno)...I muri che Armida deve scavalcare sono evidentemente metafisici e non fisici. Si pensa più a Duel, Punto zero, Runaway train, Gravity. Credo che il film parli molto profondamente ai ventenni di oggi.

Armida Miserere
Il film è girato a Lodi, Milano, nella famigerata e paradisiaca isola di Pianosa, in Sardegna, a Sulmona, e si svolge tra il 1989 e il 2003. Ed è un'opera che si potrebbe considerare di genere carcerario, ma capovolto. Anche se è è più che altro una storia d'amore impossibile, un mélo.  La presenza di un commentatore dei sentimenti fini e sottili come Shigeru Umebayashi alla colonna sonora, lui che è il simbolo musicale del cinema di Wong Kar-wai, ne è la migliore prova.

Genere carcerario capovolto. Già. Non ci sono rivolte come in Rivolta al blocco 11 di Don Siegel. Non si sono, apparentemente, fughe rocambolesche come in Un condannato a morte è fuggito di Bresson. Non ci sono direttori del carcere particolarmente sadici e fascisti, come in Quella sporca Ultima meta. Non ci sono esecuzioni capitali come in L'impiccagione di Oshima, né violenze sessuali nei bagni, come in Fuga da Alcatraz. Non c'è la vita noiosa dentro la cella e la strategia di sopravvivenza di un recluso debole che Jacques Audiard ha celebrato in La Promessa.   

Il regista Marco Simon Puccioni e Valeria Golino
La banalità del quotidiano concentrazionario, e qualche tocco di banalità del male giudiziario, però entrano nella pelle dal quasi fuori campo. Ecco le perquisizioni improvvise. Lo schiaffar in isolamento. La richiesta pesante di favori. Le rivelazioni dei pentiti alla sbarra. Le cappelle dove intrigano, trattano, tramano e tremano quelli della 'ndrangheta (Pino Calabrese, fa perfettamente il Joe Pesci traditore, consapevole di essere presto annichilito). La messa in riga degli appuntati che sgarrano. L'impressione che si sia messi alla gogna a causa di qualche strana intercettazione telefonica mal contestualizzata. Miccoli come Miserere.

Il genere carcerario è capovolto perché il film ha il punto di vista del direttore del carcere, per una volta autoritario - non è una donna è un generale ci verrebbe di dire usando il simpatico modo che aveva Raul Ruiz di descrivere il presidente del Cile, speriamo rieletto tra breve, la signora Bachelet. Dura, ma a fin di bene, incorruttibile e giusta. Anche se molte organizzazioni umanitarie la  criticarono per la sua inflessibilità. Addirittura ligia alle leggi, ma pronta a migliorarle, capace di formularne e proporne di nuove, organizzando convegni, incontri e conferenze stampa. Sbilanciante.  
"I trattamenti risocializzanti sono boiate", disse in una intervista scandalosa a Ddonna, poi cambia idea. Certo che le carceri non sono hotel, basta paragonare le piscine,  ma bisogna saper restituire alla società questi cittadini che hanno sbagliato, e cambiati.  Quasi sempre in peggio, però.

Filippo Timi
Non l'ho conosciuta direttamente la signora Miserere, ma nei primi tre anni di mia direzione del Sulmonacinema Film Festival, dal 2000 al 2003, l'associazione culturale che cura il festival (il prossimo, il 31°, si svolgerà dal 18 al 21 dicembre) ha portato nel penitenziario tutti i film che hanno vinto l'Ovidio d'oro, opere prime e seconde italiane, grazie al suo interessamente. Abbiamo verificato che organizzava corsi scolastici anche per i detenuti di alta sicurezza e che favoriva visite culturali esterne di ogni tipo. In una di quelle occasioni Armida ha conosciuto Valeria Golina, che era stata premiata per Respiro di Crialese. Una foto le vede insieme, ma non riesco a trovarla. Proiezioni aperte ai detenuti, con dibattito finale, che sono proseguite anche dopo la sua morte. E il 18 dicembre prossimo, in tarda mattinata, Marco Simon Puccioni sarà nel carcere a presentare questo film. E speriamo che ci siano anche questa volta i detenuti, perché difficoltà burocratica per ora consentono la proiezione interna alle sole guardie carcerarie (che hanno partecipato però alle riprese del film). In fondo è un film d'amore.   



Fa più pensare a Un chant d'amour di Jean Genet o a Via col vento, Come il vento, perché la love story tra Armida e Umberto Mormile (Filippo Timi, la più tenera delle spalle, questa volta) è centrale nel film, anche se dura poco. E' intensa, rapsodica, interrotta, prosegue nonostante i problemi. E' ostacolata, sia da ragioni logistiche (lui lavora a Milano, dentro San Vittore, lei a dirigere Lodi), sia da ragioni biografiche, lei figlia di un militare, lui un artista, sia da ragioni burocratiche (lei è durissima ma riformista, troppo comunista per non essere invisa a molti detenuti e molti burocrati del ministero) sia da una inquitudine profetica dei sentimenti.  Lui pure è comunista come tutti i loro amici (anche la rediviva Chiara Caselli nel cast). Come se i funzionari di stato che applicano la legge, che fanno bene il loro lavoro, e dunque sono fuori schema, decidano di collocarsi in un limbo, nel fuori gioco. Avventurista Aldo Moro. Avventurista Facone. Avventurista Borsellino...Chi è che diceva: lui se l'è cercata, no?  Andreotti su Ambrosoli.

Ed ecco che Umberto, ignaro, invece prepara spettacoli, scopre talenti sepolti nelle celle, cerca di aiutare come può i detenuti e quando non può non sa neanche cosa lo può attendere. 

Ma l'amore dietro le sbarre finisce d'un tratto, d'un colpo (di pistola). Umberto viene trovato bucherellato nella sua automobile. E quel che prosegue poi, e che filtra dalle spesse mura interiori di una funzionaria di stato, che, ancora più gelida di prima, sbaraglia la concorrenza maschile (o sarà stato per merito dei ministri di quel tempo, Diliberto e Fassino?) e avanza nella carriera, è il vuoto assordante di chi, nemica delle mafie e delle camorre, rischia di finire colpita una seconda volta. E'  questa la parte migliore, misteriosa e più commuovente del film. E ci dice tra le righe. Se cambia il vertice al ministero si è fritti. To', guarda chi arriva a via Arenula nel 2003. Proprio Roberto Castelli, un leghista, il fine politico che paragonava, per eccesso non per difetto, i penitenziari italiani agli hotel di lusso a 5 stelle.

Valeria Golino e Chiara Caselli
Sono problemacci seri, anche per chi dirige i carceri, con Castelli, e non solo per chi è recluso. Mentre lui, il suo amore, Umberto Mormile, cercava di aprirlo al mondo quel buco nero, attraverso un serio lavoro di animazione teatrale e di educazione culturale (attività sulla quale già i cineasti Davide Ferrario e i fratelli Taviani si sono recentemente occupati con successo) d'eccellenza vera. Quando lo ammazzano c'è il socialista Vassalli al ministero della giustizia. E per gli anni a seguire Martelli. Non si dannano per arrestare gli assassini....Ma la magistratura, si sa, è completamente indipendente dalla politica.

Ma qui qualcosa di strano a un certo punto succede. A Sulmona.  Solo 11 anni dopo, nel 2001, in relazione a un maxiprocesso contro ndrangheta e camorra a Milano, emergono rivelazioni che porteranno i responsabili dell'omicidio di Umberto a un rinvio a giudizio presso la Prima Corte d'Assise di Milano prevista per il maggio 2003.Armida si uccide prima.

E cosa ci viene in mente quando sentiamo parlare di carcere di Sulmona, peraltro uno dei più moderni che abbiamo?  Niente di bello. 

Molti, troppi i suicidi che la cronaca nera ci ha segnalato in questi ultimi decenni. Di detenuti per lo più. E si ingoiano i vetri e ci si inietta il latte nelle vene, come altrove per saltare le udienze e far avvicinare la 'scadenza termini'. Forse a Sulmona si internano anche troppi ex ricoverati in ospedali psichiatrici, chissà perché smistati lì.  Lavoro? Poco e mal pagato. Secondini che si fanno chiamare superiore. Posta e giornali censurati...L'ideale anche lì, è non vederli mai in piedi i detenuti. Stesi. Disperati. In brandina. Il metodo cattolico del pentimento continuo. Meglio mai al lavoro. 

Quando ho accompagnato in carcere il film che aveva vinto il festival di Sulmona nel 2008, Chris and Dan - A love story di Guido Santi e Tina Mascara su Christopher Isherwood, in lingua inglese coi sottotitoli scritti piccoli piccoli - era la storia d'amore omosessuale dello scrittore di Cabaret  che conviveva a Los Angeles con un minorenne, tra lo scandalo generale della California degli anni 50 - un detenuto anziano se lo vide dall'inizio alla fine, nonostante seri guai alla vista e la stampella per sorreggersi. Alla fine commentò: "Certo, avrei preferito vedere l'Ubalda tutta nuda e tutta calda". Ma rimase per tutto il film e per tutto il dibattito. Nonostante preferisse di gran lunga Mariano Laurenti ai due documentaristi italo-americani. E in piedi. 

Certo, sono i mali comuni e speciali delle nostre carceri, che vengono periodicamente segnalati e sanzionati in sede Ue, e che riguardano tutti i penitenziari del paese e i supercarceri. Edifici in genere secolari e fatiscenti. Sopraffollamento ovunque (a cause di leggi davvero scellerate come quella contro le droghe leggere o la Bossi-Fini), assistenza sanitaria ridicola, soprattutto rispetto alle crisi di astinenza dei drogati, sadismo mai dimostrabile nel trattamento del detenuto - forse circola ancora quella carne argentina congelata decenni fa che mi toccò di ingurgitare a Regina Coeli - e "reclusione nella reclusione" (e proprio nel paese di Cesare Beccaria!) nel senso che solo da ieri, per decisioni del ministro della Giustizia, e grazie allo scandalo suscitato nell'opinione pubblica dalle intercettazioni telefoniche che hanno smascherato i due regimi differenti di trattamento tra noi dominanti e loro domitati, piccolo insignificante dettaglio che a Letta, Renzi, Cuperlo e Civati (e sono i migliori) sfugge, le ore d'aria passeranno forse prima o poi da 2 a 8 al giorno, quando ovunque nel mondo chi sta dentro circola liberamente nelle ore diurne nel carcere, lavora, studia, gioca a pallone, fa palestra, ha cose da fare quasi per tutto il tempo, e non viene murato vivo come da noi a fine aria

Non che gli altri carceri in Europa non abbiamo i loro problemi soprattutto nei momenti emergenziali (nell'Inghilterra dell'Ira, nella Francia della Corsica turbolenta, nella Spagna dell'Eta, nella Germania della Baader-Meinhof)... ma l'Italia, nonostante il palliativo della legge Gozzini, ha una leadership sinistra anche in questo ambito e indipendentemente da ogni situazione d'emergenza.  Le nostre rivolte, e non solo dell'Ucciardone, Marassi, Poggioreale, Trani... sono sempre state le più condivisibili del mondo. Il partito radicale è l'unico che radiografa questi orrori tra il disinteresse generale.

Ma a Sulmona, la cittadina dei confetti e di Ovidio, è successo qualcosa di più sconvolgente. Si è suicidato perfino un direttore del carcere. Anzi una delle prime direttrici di carcere in Italia, dopo avere gestito colonie penali,  supercarceri di massima sicurezza e i più affollati penitenziari metropolitani. Ha preferito uscire di scena piuttosto che essere sopraffatta da uno scandalo che la voleva coinvolgere - attraverso il suo uomo - in un giro di favori attuato nei confronti dei detenuti da cosca. Conscia che nelle alte sfere dei ministeri c'era qualcosa che lei non poteva controllare e che la stava ormai molto bene controllando. E che voleva vendicarsi di qualcosa. Il film di Marco Simon Puccioni non lo dice esplicitamente. Ma lo fa capire. 

Ps. Abbiamo visto in tv ieri sera Valeria Golino all'Onu, rappresentante di una parte d'Italia, quella radicale impegnata (le altre due erano ben intepretate da Maria Grazia Cucinotta, la popolana indignata, e Serena Dandini, la politicante consapevole) partecipare con grinta e passione alla Giornata mondiale contro la violenza alle donne. Armida Miserere ne è stata una delle tante vittime. La calunnia è un venticello... E come se l'avessimo vista, per un attimo, rinata, al Tg3 Notte.

Come il vento uscirà nelle sale dopo che l'eco del caso Cancellieri si sarà spento. Potrebbe sembrare il tipico film del post hoc ergo propter hoc. Ma ovviamente non è così. Gli artisti (non a caso in Giappone li chiamano leggende viventi) prevedono le cose, leggono in anticipo sui tempi, osservano quel che noi altri ignoriamo. Non perché sono maghi, o profeti. Semplicemente perché utilizzano in altra maniera i metodi scientifici (il calcolo delle probabilità, i sondaggi, le statistiche, per esempio), con sensibilità spiazzante: non sono ostacolati da giuramenti di parte, hanno un surplus di responsabilità etica. Politicizzano l'arte, non estetizzano la politica, direbbe Benjamin. 

Due donne, responsabili istituzionali della giustizia in Italia, hanno interpretato differentemente il concetto di dignità. Una si è dimessa, in maniera tragica, l'altra no. 

In attesa che si chiarissero i fatti che avevano offuscato la sua immagine e quelle dello Stato, quel colpo di pistola indicava alla società civile un cancro vero, da curare, nel funzionamento delle nostre istituzioni. 

E' vero che se un Ligresti va in carcere il trattamento cui viene sottoposto non è lo stesso del lavoratore senegalese clandestino. Viene messo in cella singola. Ma ci si scusa così: se no lo massacrerebbero di botte gli altri detenuti. I padroni e i politici d'alto rango in galera sono considerati peggio dei pedofili, come si è visto all'epoca di Mani pulite... Ed è anche vero che lo spostamento di un camorrista da un carcere all'altro può essere una maniera per salvargli la vita, vista che i regolamenti di conti tra clan e tra infami di vario genere avvengono facilmente sia dentro che fuori le mura di clausura.

La differenza è che solo una delle due donne ha riconosciuto la colpa di non aver saputo attenersi al principio della "Legge uguale per tutti". L'altra no. Probabilmente perché l'ex prefetto, oggi guardasigilli, è convinta che si debba attenere a un principio giuridico superiore. La targa con la scritta “La legge è uguale per tutti” fu infatti sostituita nelle aule dei tribunali, per volontà del ministro Roberto Castelli, nel 2002, con la più berlusconiana: “La giustizia è amministrata in nome del popolo italiano". E se un popolo vota un mafioso, un magnaccia, un faccendiere espertissimo in frodi fiscali e d'altro genere premier costui diventa intoccabile. E se va in galera toccherà al guardasigilli tranquillizzarlo. "Non ti preoccupare, presto uscirai".       

Ps2. Roberto Castelli, pur nella sua eruduzione magistrale, non deve avere mai visto il film di Dino Risi In nome del popolo italiano. Se no non avrebbe fatto questo errore sacrosanto che lo ha riempito di ridicolo e ha segnato per sempre il destino del suo padroncino.