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martedì 12 novembre 2013

The Stone River. Gl italiani veri sono in Vermont. Un importante documentario di Francesco Dongiovanni sull'emigraziana italiana in America al festival di Roma

Roberto Silvestri

Roma, festival internazionale del film

The Stone River diretto, scritto, fotografato e montato (con Thomas Glazer, Muriel Breton, Pauline Dairou) da Giovanni Donfrancesco. Suono: Federico Cavicchioli. Musica: Piero Bongiorno e Olivier Touche. Produzione Italia/Francia 2013

Discutendo di No Tav il discorso scivola facilmente sull'alta velocità, sue orgini, conseguenze e anche indiscutibili comodità. Già, dibattito da salotto tra passatisti e futuristi. Disinteressante. Quello che sfugge, soprattutto ai pro Tav, paladini dello sviluppo, della crescita e della modernità, sono i terribili danni fisici collegati al lavoro e all'ambiente di lavoro sotto i tunnel. Respirare polvere di silicio, granito, marmo e soprattutto amianto, e per un pugno di dollari, è esiziale. Vedere, per credere, i dati sulla mortalità e sulle malattie tremende degli operai che hanno creato i trafori alpini negli ultimi secoli, dal Frejus al San Gottardo. Insomma tutti i pro tav, in prima fila i direttori di Libero, Il giornale, ma anche di La Stampa, Repubblica, Il Sole e Il Corriere, e anche Fassino.... non vedono l'ora, evidentemente, di far parte delle brigate di lavoro volontario in val di Susa... aspettando che siano i robot a beccarsi il cancro ai polmoni...

Il regista di The Stone River, Giovanni Donfrancesco
Un documentario italiano visto al festival di Roma, The Stone River, parla obliquamente proprio di questi argomenti, anche se è ambientato nel lontano Vermont, Usa, in una delle cittadine martiri degli operai rivoluzionari statunitensi e capitali della musica di combattimento, quella che 'uccide i fascisti', a Barre. E torna indietro nel tempo, dal 1895 al 1930, da quando nacque il cinema a quando crebbe, rigogliosa, la silicosi...

E' nel cartellone di Prospettive Doc Italia, realizzato con la collaborazione di Doc It... Ve lo consigliamo. Dobbiamo pure fare qualcosa per ritesse collegamenti con i nostri magnifici emigranti in tutto il mondo, quelli che ci fanno vincere sempre le elezioni, qualunque sia la legge elettorale....   

Cimitero monumentale di Hope, a Barre, Vermont
Prospettive Doc Italia ha selezionato infatti 10 nuovi film che, sommati a quelli scelti da Davide Oberto per il Torino Film Festival, ci forniranno un ricco quadro delle varie tendenze del documentario italiano in un momento magico (inaspettato e inusuale) per scarto creativo (rispetto ai format imposti dalle televisioni), rigoglio produttivo e quasi leadership creativa nei confronti del cinema di finzione. 

Dimostrano il momento più che felice del Doc azzurro ma republicano non solo i circa 200 film realizzati quest'anno, la sorprendente vittoria di Gianfranco Rosi a Venezia con Sacro Gra, ritorno su un set italiano di un cineasta che è stato per lungo tempo all'estero, e l'uscita nelle sale pubbliche di alcuni film non fiction - più tradizionali, come quelli biografici su Gadda di Sesti, Slow Food o Fedeli alla Linea, o di ricerca, impuri, bastardi (perché figli graditi anche della fiction) e contaminati o allergici alle convenzioni del genere come Non non siamo come James Bond di Mario Balsamo o Con il fiato sospeso di Costanza Quatriglio - ma soprattutto  la presenza di Stop the Pounding Heart a Cannes, nella selezione ufficiale, un'opera diretta da Roberto Minervini, girata e prodotta negli Stati Uniti. 

L'unico personaggio del film che non recita i testi raccolti durante il New Deal
Insomma cambiando aria e baipassando le forche caudine dei nostri finanziamenti pubblici-politici (anche se qualche spiraglio sembra aprirsi in Rai grazie al lavoro e alla competenza di Paola Malanga e dei suoi collaboratori), si può lavorare normalmente senza autocensurarsi e senza perdere la dignità. 

Domenico Distilo, che vive a Berlino come Carola Spadoni, Stefano Savona, che ha la sua società a Parigi e Augusto Contento che triangola tra Parigi a Rio a Chicago, sono solo la punta dell'iceberg di un poderoso movimento di migrazione intellettuale, di un esodo artistico-tecnoco-operaio che ha spostato, per esempio, oltre 140 mila connazionali a Londra...Anche Leonardo Di Costanzo preferisce Parigi a Roma....E Muccino, e Carlei e lo stesso Bertolucci per decenni....

Gli scalpellini, gli artigiani e gli scultori di Barre alla festa dei lavoratori
E' un esodo che ci ricorda le grandi emigrazioni di operai specializzati e di alta professionalità dei secoli scorsi, e in particolare quello degli artigiani a Hollywood (ne parlavano i fratelli Taviani in Good Morning Babilonia) o dei minatori e anche degli scalpellini-artisti del marmo di Carrara, grandi artigiani, angariati e sfruttati dalla patria giolittiana anche per le loro idee socialiste e libertarie, che alla fine del '900 si spostarono, a migliaia, in nord America per trovare (e con loro gli operai provenienti da tutto il centro e nord Europa) migliori condizioni di vita e di lavoro o almeno una concezione del tempo libero - pre proibizionista - meno repressiva.  

E al lavoronelle cave
Il fenomeno di integrazione di questi figli ribelli, e dunque prediletti, d'Italia con i protestanti wasp scozzesi, tedeschi, svedesi etc durante la progressive era... fu più semplice. Avevano le teste libere dai pregiudizi, ed erano senza sovrano, sudditi né di Dio né di Umberto I ma di loro stessi. Americani. Futuri wobblies. Membri del sindacato orizzontale, anti sessista e anti razzista, Iww, Industrial Workers of The World. Quello che si dovrebbe rimetterei in piedi al più presto, oggi. E che uscì invece a pezzi dopo l'ecatombe di ragazzi (10 milioni di soldati uccisi) della prima guerra mondiale. 

Le cave oggi
Questo esodo fertile è il soggetto di un lavoro complesso e affascinante, The Stone River,  Il fiume di pietra, uno Spoon River italo-americano e tutto proletario, perché racconta la vita le opere i matrimoni e le bevute, le speranze e i successi, i tracolli e le tragedie, i bordelli e le riapparizioni spettrali di alcuni connazionali emigrati nel Vermont, che Giovanni Donfrancesco ha girato a Barre, piccola, gelido cittadina del new England, dove le più grandi cave di granito del mondo attirarono da mezza Europa alla fine del XIX secolo operai specializzati, scalpellini provetti e scultori. 

Un cittadino di Barre, uno degli 'attori' di oggi
Giovanni Donfrancesco, fiorentino, scrittore, fotografo (si vede) vive negli ultimi tempi in Francia, dopo aver lavorato a lungo in Armenia e diretto per la Rai (che qui coproduce) La guerra sporca di Mussolini (2008), i crimini dei  nostri soldati in Croazia e in Grecia, giusto per inquadrare meglio le foibe, lo consiglio ai professori; Oro splendente (sulla Cambogia), nel 2009 e Le vere false teste di Modigliani nel 2011 su quel bellissimo lavoro di arte concettuale e situazionista che spiazzò l'estabishment colto decenni fa.

Una delle bellissime statue preraffaellite del cimiteri di Hope, Barre
The Stone River comincia con alcune panoramiche di densità fotografica sulle cave innevate, in un gelido inverno, e prosegue, dopo una lunga camera car che attraversa un tunnel dark dentro la montagna (che, come si sa respira, e le musiche semielettroniche di Bongiorno e Touche la sanno ben rianimare... Roger Corman direbbe che questo incipit è un "ottimo promemoria horror") con una incursione, alla La notte dei morti viventi, dentro un cimitero piuttosto particolare. Anche per il nome, Hope. Due statue di cavalieri medievali in stile preraffaellita, e la bandiera a stelle e strisce, ne sono i guardiani. 

La caratteristica di questo cimitero è doppia. Le lapidi sono magnifiche, alcune, le più alte, svettano come monoliti di Stanley Kubrick, identiche a quel parallelepipedo che vola misterioso all'inizio di 2001 Odissea nello spazio. Blocchi di granito perfetti. Inoltre mancano le croci - quasi tutti atei questi defunti - e i nomi scolpiti sono tutti, o quasi, italiani: Bogni, Brusetti, Colombo, Bianchi, Càccavo, Binaghi, Vila, Calcagni, Aja, Fontana, Elia Corti, Serrani, Trentini, Peduzzi, Piro, Sassoross, Simonetta, Sironi, Toscani, Aldrighetti, Broggini, Croci, un Coppi che sta vicino a un Ingram...E sopra le sculture, vasi liberty, colonne doriche, bellissime donne scolpite in stile floreale, simbolo della libertà, paggi affranti e piangenti, perfino un'automobile anni quaranta tutta di ostico granito...

L'idea di partenza è quella di lavorare oggi, nel 2013, sulla documentazione di quelle vite, preziose e dimenticate. Sulle odissee di artisti che tirarono fuori dalla pietra la vita, ma raccolte durante il New Deal, grazie a un progetto federale-culturale. 

Un gruppo di scrittori furono sguinzagliati da F.D.Roosevelt negli anni trenta del secolo scorso, per intervistare gli abitanti di Barre, scavatori, scalpellini, scultori, le loro mogli e i loro figli e descrivere così quella fetta speciale di provincia americana. Le loro origini, le loro lotte in patria, l'emigrazione, la fondazione di una nuova comunità, gli scontri coi padroni, la famiglia, il saloon, gli amici, i diverbi politici spesso cruenti, la cucina, la nostalgia.... 

Ne uscirono fuori dei racconti pregni di sostanza conoscitiva autentica. E da quei racconti Donfrancesco ha cucito una emozionante serie di ritratti coinvolgendo l'intera comunità di Barre odierna e chiedendo ai cittadini di interpretare i loro antenati o vicini di casa dei loro bisnonni, che fossero rubacuori biondi e idealisti o mogli ancora inebriate dalla tecnica usata dai loro mariti per convincere i loro genitori a sposarle, spogliarelliste spregiudicate o venditori di Hamburger, capipopoli malatestiani o grandissimi artisti che lavoravano a mani nude, prima dell'arrivo del martello pneumatico e delle statue scolpite 'dall'aria e non dai muscoli'.

Le testimonianze orali come fonte storica di primissima mano, storia dal basso, quella cancellata dai manuali ufficiali, ma che negli ultimi tempi sta diventendo l'ossatura di una nuova storiografia militante e accademica, che sta rivitalizzando anche il documentarismo Usa di parte operaia. 

Frank Little, il sindacalista I.w.w ucciso dai padroni
E penso soprattutto a Thom Andersen, classe 1969, amico e collaboratore di Straub, e alle sue incursioni acute sulle lotte wobblies: An Injury to One is an injury to all-The murder of Frank Little, sull'assassinio del dirigente sindacale Frank Little. E' un magnifico film, ebbene su Imdb è censurato! Anche perché Little nel 1917 sarà inviato proprio nella vicina cittadina di Butte per aiutare i lavoratori supersfruttati a fronteggiare la compagnia proprietaria delle miniere, la famigerata Anaconda. Organizzò seimila operai. L'America trema. I bolscevichi stanno arrivando. "Qualche tempo dopo - scrive Dario Zonta sull'Unità -  nel pieno della notte, cinque uomini lo prelevano dall'albergo, legano Frank Little, ancora in pigiama, alla macchina e lo trascinano per tutta la città. Alla fine lo impiccano sotto un ponte e gli attaccano un cartello con su scritto: Ultima avvertenza: 3-7-77. I numeri risalgono alla giustizia dei vigilanti nel periodo territoriale. Sono le dimensioni di una tomba del Montana: 3 piedi di larghezza, 7 di lunghezza, 77 pollici di profondità".  

I funerali di Frank Little
Appunto. Tombe. Sul terreno però più direttamente politico il film di Barre non si dilunga (più degli scontri con i padroni si ricordano gli scontri, aspri e anche mortali tra socialisti centralisti e anarchici federalisti, tra marxisti e bakuniani, interni insomma al fronte rivoluzionario). Ma la collezione dei ricordi 'intimi' è insostenibilmente commuovente e indirettamente agghiacciante. Tanto da rendere l'incontro con The Stone river  un'esperienza unica e dissacrante rispetto ai luoghi comuni sull'emigrazione americana. Che non fu principalmente né mafiosa, né spaurita. Ma spavalda, sovversiva e profetica. La comunità italiana, da Fiorello La Guardia a Bill De Blasio può vantare grandi antenati alle spalle. I cittadini indocili di Barre, per esempio. Anche se in troppi morirono di silicosi a meno di 40 anni.