Si è verificato un errore nel gadget

sabato 30 novembre 2013

Il doppio scandalo di Emmaus. L'esordio a Torino Doc di Claudia Marelli

Roberto Silvestri

Lo scandalo di Emmaus. A Emmaus, villaggio vicino a Gerusalemme, di difficile ubicazione oggi visto il situazionistico  ridisegno topografico della Palestina/Israele, Gesù ricompare non riconosciuto e non spettrale a due suoi discepoli, dopo la Resurrezione.

Caravaggio ricorda quella cena con due dipinti, in uno di questi l'aureola è addirittura visualizzata in negativo, nera come un'ombra, nell'attimo dello sconvolgente riconoscimento, quando quel signore in rosso benedice il pane e il vino. Sono gli ultimi bagliori di un crepuscolo terreno. Ma c'è una promessa di redenzione, di estasi, di gabbie e sbarre spezzate in quel frame...Pre-tomba e oltre tomba penetrano l'uno nell'altra e si potrebbe perfino ipotizzare un post-tomba.

L'associazione sarda Casa Emmaus di Iglesias, in località Palmieri, è una comunità terapeutica di campagna che si occupa di riabilitazioni gravi. Affiancando il movimento omonimo fondato dall'Abbé Pierre e basato su un concetto scandaloso di carità cristiana, mettersi dalla parte degli ultimi per poi risalire la china insieme, questo centro, totalmente laico, è concentrato soprattutto sulla riattivazione delle facoltà più socializzanti e del rispetto di sé di chi sconta la pena fuori dal carcere o cerca di ricollocarsi nel consesso civile attraverso il lavoro, utile e biodinamico, come l'allevamento dei bovini e dei suini, e la cura, attenta e ritmica, dei campi.

Non è un caso che crescenti problemi finanziari dovuti ai tagli gometrici e meccanici della spesa sociale, soprattutto nella Sardegna gestita della giunta di Ugo Cappellacci, come vediamo nei tg di questi giorni, stiano mettendo in crisi questo modello di prestigio internazionale.  

Il secondo scandalo di Emmaus. Emmaus, l'opera prima della giovane cineasta Claudia Marelli, cagliaritana che vive a Roma, non ha però nulla del servizio giornalistico descrittivo e di denuncia. E' molto più un chant d'amour. Inebriato di ironia e di partecipazione emotiva. Senza erotismo niente reportage. E aggirandoci per le terre del Sulcis aggredite con particolare  sadismo sul versante disoccupazione e chiusura delle miniere, il gesto ha un che di egemonico e provocatorio.

La regista Claudia Marelli
Richiamata nelle sue terre anche per raccontare questa istituzione e le sue metodologie terapeutiche d'avanguardia, grazie a antiche amicizie, Marelli chiede a Giuseppe D'Amato di catturare tutti i suoni registrabili per ampliare il visuale e farne immagine e a Vic Chesnutt (autore delle musiche) di immaginarsene un altro, di mondo. Tutti questi strati sono mixati in digitale, con un montaggio finale di 85'. Una rapsodia fabbricato poi in sala montaggio assieme al complice Pietro Lassandro, nel pieno rispetto del primo comandamento di Jean Marie Straub-Daniéle Huillet o Bela Tarr o Tonino De Bernardi (dare tempo agli occhi, affinché tornino a guardare corpi, vento e paesaggi, invece che a sbirciare il nulla orpelloso) e di Alberto Grifi (assumersi la responsabilità di rovesciare sempre le gerarchie degli sguardi, non burattinizzare mai il tuo soggetto). Tonino in sala approva. Siamo per un attimo tornati al Tonino Film Festival. E non a caso i più fortunati vedranno a Torino anche il suo nuovo poema, Hotel de l'Univers.

Claudia Marelli
Il film diventa così uno di quegli oggetti fuori dogma, impropri e avulsi come quell'opera d'arte della Collezionista di Rohmer, imprendibile perché affilate lamette taglierebbero le mani. Un reportage obliquo, indiretto e impertinente rispetto ai format consentiti, dedicato non tanto alla narrazione didattica di questo benemerito centro malessere, quanto alle interferenze esistenziali, oniriche, sessuali e mnemoniche di tre suoi ospiti, Antonello Manca, Angelo Sardu e Fausto Serra.

Con i quali Claudia Marelli riesce a giocare allo scambio serissimo dei ruoli. Ipnotizza e si fa ipnotizzare. Qui avviene la vera eresia, l'originalità dell'operazione che attraversa sempre un bordo, quello tra ciò che si sa controllare e l'incontrollabile.  Equivalente al rovesciamento della prima legge della robotica di Asimov. Come il robot non può mai nuocere all'uomo il regista non può mai innamorarsi del soggetto del suo film. Ma Godard ha insegnato a gestire anche questo peccato capitale, con Anna Karina. E qui avviene qualcosa di simile. La camera digitale passa alla persona ripresa e la regista viene coinvolta, imprigionata nell'inquadratura, fucilata nello shooting, ripresa in primissimo corpo, 
in Emmaus.

I tre protagonisti, tra la cura di un maialino e una bella gita al mare, ricordano, qualcuno quasi solo con gli occhi e il silenzio, i gesti e la catatonia, altri con l'imponenza metrose del proprio corpo scolpito, il loro passato di rapine e omicidi, l'infanzia difficile, le sbronze e le risse, la violenza istigata, perché già si viveva un quotidiano isolano fatto di gabbie e recinti dentro gabbie e recinti, prima ancora di essere presi adolescenti e messi in cella per sempre.