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domenica 22 maggio 2016

Una lezione di libertà per chi la cerca nelle serie tv. Dog eat dog di Paul Schrader, la Palma d'oro ombra del festival di Cannes 69

Roberto Silvestri

Come al solito gli ultimi giorni del festival di Cannes, che è l’anti-festa del cinema, perché è per soli invitati, sono sempre riservati ai “pezzi da Novanta”, ai film migliori.
Così si deve resistere fino alla fine sulla Croisette, anche dopo un’edizione di medio interesse come questa, per la gioia di chi fa pagare 6 euro e 50 un cappuccino e un croissant, alle 8 di mattina quando si entra, come a scuola, nei cinema,  ovviamente “militarizzati”.
Ma l’oggetto d’affezione super non è solo Femme di Paul Verhoeven che ha chiuso alla grande il concorso maggiore (con Isabelle Huppert all’altezza di I cancelli del cielo). 
Infatti chiusura super anche della Quinzaine, una sezione “autonoma” (aperta al pubblico) che non è stata però all’altezza dei sua fama - di solito è molto più “anarchica” e libera nelle scelte - e che ha premiato alla fine solo cineasti francesi (una afghana a parte, la Sadat, che  però è d’allevamento cannoise), cosa inelegante visto che la sezione, sessantottina di nascita, è finanziata dal sindacato dei cineasti francesi. Si scelgono e si premiano…. Sono finiti qui molti film da competizione ufficiale come le apprezzate opere di cineasti illustri, Larrain, Jodorowski, Bellocchio, Anuragh Kashyap o Laura Poitras (che prosegue la sua indagine su Julian Assange). Ma i premi sono andati a Divines della franco-marocchina Houde Benyamina e, in memoria, alla franco-islandese Solveig Anspach, L’effet acquatique.
Comunque serata finale magnifica, anche grazie alla presenza sul palco di una lavoratrice intermittente pungente e sintetica che fa comprendere, anche alle poltrone, ai muri e a chi ne imita l’aplomb, la gravità della legge sul lavoro che sta passando in Francia, per colpa dei socialisti (l’alternanza è fare leggi orribili, un po’ a destra e un po’ a sinistra, proprio come in Italia).
Il suo intervento, “corto”, vale più di decine di film “lunghi” visti in questi giorni, almeno in fatto di motion ed emotion.
Guerra pura contro tutto il cinema circostante hollywoodiano, cristallizzata in immagini e dialoghi imprevedibili anche nel bellissimo film di chiusura, Dog eat dog, diretto da un cineasta complesso e contorto, qui particolarmente pop nel fraseggio, che è anche un critico americano teoricamente agguerrito, della generazione di Marco Bellocchio (che invece ha inaugurato la Quinzaine, un po’ contrariato per una delocalizzazione arrivata all’ultimo momento). A metà tra racconto morale di Sam Fuller e critica dell’immoralità di Tarantino, tra comicità sarcastica di John Landis e ferocia satirica (e sempre al di là del buon gusto e della rispettabilità artistica) di John Waters Cane mangia cane si addentra nei territori dell’action movie più estremo e spregiudicato e anche in quelli della postmodernità critica, quella che si batte ancora per i fatti e la verità contro il sofisma dell’interpretazione più chic e vendibile.
Lo abbiamo trovato particolarmente fuori schema, questo b-movie d’arte, anche perché l’intera fila dei registi francesi premiati e molti cineasti ospiti quest’anno della sezione, come l’animatore russo Garri Bardine (e moglie), classe 1941, autore del corto L’acuto di Beethoven, hanno preferito scappare dalla sala, darsela a gambe dopo poche sequenze, iperviolente e “insostenibili”.  Il fratello di Paul Schrader (morto molto giovane), Leonard, studioso di cultura giapponese e con lui cultore di Mishima,  aveva realizzato negli anni 70-80 Killing in America, un documentario pionieristico che raccontava la storia di troppi serial killer, giovani o anziani, donne o uomini, che riempivano la cronaca nera delle province statunitensi, facendo emergere le viscere di un paese incancrenito nei suoi tessuti profondi, ma che non si voleva analizzare né isolare, né curare, se non a base di sedia elettrica. Mi ricorda molto questo film, aperto da una discussione tv, che potrebbe essere quella tra Hillary e Trump, sulle armi da fuoco.   
Dog eat dog tratta proprio di carceri, di privazione della libertà, che non vuol dire privazione della dignità, della sessualità, del diritto all’istruzione e al lavoro. Il carcere dovrebbe reinserire nella società, e non scodellare uomini deumanizzati e pronti ad aggredire la società con ferocia sempre maggiore. E’ quel che succede qui. A un mafioso messicano serve un favore, rapire un bebé per farsi restituire dal padre una grossa cifra. Tre debsciati ex detenuti, Troy, Mad Dog e Diesel, accettano il contratto….Il loro problema è di non tornare mai più in prigione (perché come si sa dopo tre volte….). Ma il loro problema numero due è di farsi un bel gruzzolo subito per non delinquere mai più e soprattutto per non lavorare mai più, perché “se no che vivere sarebbe mai questo?”. Attanagliati da queste alternative, non facili da gestire, i loro difetti caratteriali (insicurezza emotiva, stolidità, fobie per i logorroici) li porteranno alla rovina.
Non è stato messo in gara, Dog eat dog,  probabilmente per colpa delle dichiarazioni del presidente della giuria George Miller che considera l’apice del lavoro artistico, nel cinema, saper rigenerare e rinnovare gli elementi costruttivi di un film di genere, a ampia comunicativa (e che dunque su Verhoeven dovrebbe indirizzarsi, o sulla commedia tedesca, per la Palma).
E in questo caso si è intervenuti, con sostanza conoscitiva spessa e impeto etico per nulla post moderno, dentro il “buddies movie”, il film d’azione sull’amicizia virile (in questo caso è una amicizia piuttosto particolare) di cui Hollywood possiede un brevetto molto protetto. Ebbene, niente film da Studio, qui. Libertà più totale per tutti, musicista, costumista, capo scenografo, capo operatore. La generazione post-regole le leggi le conosce tutte. Dunque per lei è più facile scavalcarle. Fare il film che si vuole fare è quasi una eresia oggi a Hollywood. Niente proibizioni. L’unico divieto è di non divertirsi.   
Paul Schrader lo ha diretto e anche interpretato, nel ruolo di El Greco, un capo gang (e per farlo ha chiesto aiuto a Tarantino e Scorsese, Nick Nolte e Chris Walken, Jeff Goldblum e Michael Douglas….), da un copione di Matthew Wilder, assieme a un cast perfetto, perché resta a proprio agio quando si sconfina dal realismo al grottesco, e poi si torna indietro, per rendere più chiara e aggressiva la polemica politica. Si prende particolarmente in giro la nota affermazione della destra, neanche estrema, e neanche solo Usa, convinta che una generale distribuzione di armi, anche ai bambini, fermerebbe la violenza. “Se fossimo stati armati al Bataclan…” ha affermato un componente della band rock che doveva suonare quella sera nel locale aggredito dai nazi-islamisti (e a causa di queste dichiarazioni la Francia ha proibito due concerti del gruppo questa estate). Non è affatto questa la soluzione e questo film ne è la dimostrazione scientifica. E’ Cleveland, città industriale dissolta dalla deterritorializzazione, il set prescelto (ma soprattutto per il credito di imposta), ma se fosse Baltimora saremmo proprio nelle atmosfere  trash di John Waters. Nicolas Cage (Troy) così si è permesso di inventare alcune variazioni sulla sua presunta somiglianza con Bogart che non erano nel copione, Willem Dafoe (Mad Dog) non è mai stato così truce dai tempi di Walter Hill e un superbo gigante pelato molto fragile nella psiche, Christopher Matthew Cook nella parte di Diesel, poteva condurre la trama del film dove voleva. Così rifanno Blue Collar, solo che invece di operai molto incazzati con il sindacato fino al punto da svuotasne le casse, i nostri eroi sono criminali assassini, che usano prima il grilletto e poi il cervello, disperati  e coatti, peggiorati dal carcere, che tornano nella civiltà senza saperla più gestire. Non sapevano niente di Facebook, di come funzionano i cellulari…. figuriamoci. Tratto dal libro di Ed Bunker sappiamo che ogni parola, ogni riga di dialogo, ogni considerazione esistenziale sono esatte al 100%. Bunker è uscito dalla galera pesante. Sa di che si parla.

Paul Schrader qui a Cannes è venuto in concorso  ben quattro volte. Una assieme a Patricia Hearst. E cenava con lei alla Mere Besson, un ristorante decente, che infatti adesso è chiuso nella zona di Cannes che è più torturata dalla gentrificazione. “Ma forse chi adesso guida il festival – si è chiesto perplesso lo sceneggiatore di Taxi driver e il regista di Cat people e Hardcore e Blue Collar - non deve avermi mai sentito nominare”.