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martedì 17 maggio 2016

Cannes 69. Loach e Dumont

di Mariuccia Ciotta e Roberto Silvestri

Belgio e Gran Bretagna in concorso oggi. E due pezzi da novanta della regia, beniamini di Cannes, Bruno Dumont e Ken Loach. Il primo film, Ma Loute, è un oggetto coproduttivo franco-tedesco non bene identificato - se non come grottesco antropofagico e incestuoso in costume primo novecento, dalla svolazzante recitazione (Binoche, Bruni Tedeschi e Luchini fanno il gioco delle smorfie, a chi ne fa di più belle). La trama? I poveri mangiano i ricchi. Sottoproletari disgustosi li azzannano crudi, i ricchi, che sono scervellati, decadenti, odiosi, e senza che i poliziotti, veri palloni gonfiati, ne capiscano nulla. E la cosa è talmente pericolosa e buffa che, come fossero guerrieri della Guinea, i pescatori miserabili di Saint Michel - che vivono trasportando a braccia i turisti perché non bagnino i loro preziosi vestiti - ingurgitando borghesi di Lille o Roubaix, ne assorbono anche i vizi e quella propensione continua a delinquere (anche in senso estetico, perché la loro magione in cemento falso egizio è un vero crimine) che li caratterizza.
Il secondo, I, Daniel Blake, una triangolazione anglo-belga-francese, contro i tagli alla spesa pubblica aumentati con Cameron, si ispira platealmente ai pamphlet politico-morali di Capra. Ma questo Joe Doe è molto più disincantato. Il tono di questa tragicommedia, che quasi espelle l’arma operaia micidiale della satira e l’invito alla rivolta collettiva, è infatti più nero e pessimista del solito. Scritto da Paul Laverty, da anni l’alter ego, non sempre in forma smagliante, del regista, racconta le peripezie kafkiane (e soprattutto on line) di un anziano falegname malato di cuore, ma di gran cuore, alle prese con l’assistenza sociale che lo deruba dei contributi perché la burocrazia sa sempre come trasformare un invalido (che non conta nulla) in un “non invalido”. Obbligato a cercare lavoro, salvo sanzioni pesanti, per ordine del medico dovrà rifiutarli tutti, mentre assiste impotente alla disgregazione esistenziale di una amica, Rachel, disoccupata, due figli a carico, sbattuta a 450 km da Londra, sua città natale, per non essere obbligata a entrare in un centro d’accoglienza. Bruno Dumont fa il possibile per restare il “selvaggio”, infantile e narcisista, del cinema vallone (hanno nome fiammingo i suoi odiosi capitalisti…), ingegnandosi in scandali concettuali (la “blasfema” parodia di Poirot) e provocazioni visive continue, che giocano sul principio del comico: quando cade un uomo grasso ride di gusto il bambino perché non siamo noi a cadere ma è come se l’avesse desiderato la parte più sadica di noi...
Mentre Ken Loach, ben radicato questa volta nelle periferie operaie di Newcastle, costruisce un interessante variazione della “inquadratura abietta” come Rivette definì la carrellata in avanti sul corpo di Emmanuelle Riva, fulminata dal reticolato nazista in “Kapò”. Se il primo piano che rende spettacolare la morte e il dolore è una “abiezione cinematografica”, quando invece la zoomata è indiretta e colpisce nel fuori campo, indica insomma con il dito, ma qualcosa che non si vede, si tratta allora di politicizzare l’arte con il pugno della satira. Che colpisce in faccia chi lincia quotidianamente il welfare e i suoi assistiti.

Inaugurazione della Quinzaine des realisateur riservata a Marco Bellocchio con Fai bei sogni, risarcimento (forse) per l'esclusione dal concorso (“no comment” del regista). I flash indimenticabili del film, tratto dal best-seller del giornalista e star tv Massimo Gramellini, sono il primo piano fantasmatico di Piera degli Esposti, quasi un'apparizione da Belfagor (ossessivo leit-motiv del protagonista), l'incontro con l'ardente Fabrizio Gifuni nella parte di Raul Gardini e le fuggevoli, incisive apparizioni di Roberto Di Francesco e Roberto Herlitzka. Certo, Valerio Mastrandrea-Massimo (Gramellini) riesce perfino a far dimenticare la sua cadenza romana, essendo cresciuto nella Torino degli anni '60 di Sala e Moschino, Agroppi e Pulici, ma il regista di I pugni in tasca lo obbliga a un percorso accidentato, ballare un selvaggio “Blues del vaccaro”, farsi largo tra i morti di Sarajevo, cadere in crisi di panico, innamorarsi di una attrice per colpa del contratto di coproduzione, scrivere lacrimevoli risposte al lettore ipnotizzato della Stampa. Fai bei sogni racconta la storia di una giovane madre (Barbara Ronchi) morta misteriosamente e di un bambino di 9 anni (Nicolò Cabras) che rifiuta quella perdita. Indiscutibilmente il Bellocchio-touch si sente quando si tratta di menar fendenti all’ipocrisia borghese e clericale ed è un godimento di memoria cinematografica, tagli di inquadratura, luci (solo Daniele Ciprì sa trasformare il grigio-Torino in bagliore siciliano), digressioni, dettagli, giochi spazio-temporali. Ma l'essenza drammatica e anche sarcastica del film è infestata dalle giravolte narrative del libro autobiografico. E' lontano Sangue del mio sangue (2015). Alla fine grandi applausi per il regista e la troupe circondati dall'entusiasmo del pubblico.