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martedì 17 maggio 2016

Ciad, gli orrori degli anni ottanta. A Cannes 69 un documentario di Haroun sui crimini di Hebré

Roberto Silvestri

Cannes

Non è una finzione. E’ tragicamente vero. E’ la madre di tutte le sequenze. Il torturatore che incontra il torturato. Su una panchina qualunque. Seduti. “Non è colpa mia eseguivo gli ordini”, si scusa l’aguzzino. “Ero come un cane addestrato dal padrone ad azzannare il nemico. Posso anche chiedere perdono, anzi lo chiedo, ma eseguivo ordini”. Il torturato spiega al criminale, che non se ne rende conto: “dobbiamo fare qualcosa perché in questo paese mai più nessuno diventi più il cane ringhioso di qualcun altro”. In mezzo il presidente di una associazione delle vittime di un dittatore africano.
Siamo in Ciad, oggi, il governo attuale in qualche maniera prosegue nella stessa politica degli anni 80 di quel dittatore, ma siccome Gheddafi non c’è più, non ha più bisogno di utilizzare le maniere forti. Si parla infatti di crimini avvenuti oltre trent’anni fa. Ma quello che conta non è la scheda geopolitica circostanziata, su stati che nei nostri tg non esistono nemmeno, ma l’immagine, madre di tutte le immagini, che il regista di questo capolavoro, selezionato fuori concorso a Cannes 69 riesce a costruire. “Giusto un’immagine”. Questo film l’ha trovata. Tra i due protagonisti della storia, in un match più devastante di un mondiale dei pesi massimi, Clement Abaifouta, presidente dell’associazione delle vittime dei crimini del regime di Hebre (AVCRHH). In competizione solo Jarmusch, Park Chan Wook e quasi Assayas e Almodovar sono arrivati vicino all’immagine. E basterebbe infatti questa sequenza, insostenibile emozionalmente, per fare unico e indispensabile questo documentario. Polanski e tanti altri registi l’hanno immaginata quella scena, ma per farla recitare poi da attori. Il processo Eichmann aveva altri scopi che non quello di allestire scene madri per aprire una fase di giustizia e riconciliazione tra tedeschi e ebrei. La vendetta non tollera la giustizia. Come i russi a Berlino, i titini in Venezia Giulia, i khmer rossi a Phnon Penh e i marines a Mai Lai. Nel doc di Oppenheimer sui massacri in Indonesia di comunisti, mezzo milione di assassinati, non si riesce mai a far incontrare una vittima con il suo aguzzino, semplicemente perché quella vittima non c’è più, è sparita nel nulla. Sono solo i parenti delle vittime che potranno ottenere le scuse degli assassini e forse concedere il perdono. In Indonesia, per ora, non succederà. Non c’è solo Pol Pot, anche i liberisti occidentali sono stati orribili nel decennio ottanta, non solo in Centro e Sud America ma anche in Africa del Nord (in Ciad, appunto) e in Africa del Sud (coordinati da Pretoria razzista).
E’ possibile avviare un processo di verità e riconciliazione nazionale anche in Ciad, dopo gli otto anni di dittatura poliziesca e di massacri commessi, per colpa della guerra fredda e degli interessi superiori delle multinazionali, dal 1982 al 1990? Le vittime perdoneranno mai i torturatori che hanno lasciato sul campo corpi maciullati e gli assassini mai perseguitati dalla legge? E perché questa giustizia arriva con troppi anni di ritardo? E come avverrà questa riappacificazione? Potranno i militari giustificarsi dicendo che hanno solamente eseguito gli ordini, imitando i loro antenati nazisti? Ne parla questo film impressionante e necessario.
Hissein Habré, une tragédie tchadienne, visto a Cannes in una sala semivuota, perché il pubblico di Cannes è preoccupantemente intossicato, come proiezione speciale della selezione ufficiale, è il nuovo bellissimo lavoro di Mahamat-Saleh Haroun, un documentario sui metodi inquisitori del regime militare di Habré, sostenuto politicamente e finanziariamente da Reagan/Bush, Francia e Germania in funzione anti-Gheddafi, e resposabile diretto della morte in carcere di quasi 5000 prigionieri, dopo torture inaudite. Ma che ascolteremo dettagliatamente, coltellata dopo martellata, castrazione dopo mutilazione. Haroun dovette fuggire all’estero durante quegli anni. Proprio nel paese, la Francia, che gestiva gli sporchi affari senza sporcarsi direttamente le mani. Siccome il doc è di Arte non si entra proprio nei dettagli insidiosi della storia. Anzi non si capisce molto di quello che è successo nel paese dal 1990 ad oggi. Si intuisce però che Parigi continua a mantenere tutto sotto controllo, e non ha più bisogno di organizzare colpi di stato (ne ha istigati 64 dopo le indipendenze delle sue ex colonie, un numero da Guinness dei primati). Appena un dittatore sgarra, muore e viene sostituito. E la stampa e i media aizzano alla campgna contro il vecchio dittatore.
Habré, processato nelle scorse settimane a Dakar, dopo 25 anni di esilio dorato (la sentenza arriverà proprio alla fine del mese) da un tribunale internazionale che lui non riconosce, rischia l’ergastolo per crimini contro l’umanità, crimini di guerra e torture (un reato che in Italia non esiste, come insegna il caso Cucchi). Difficilmente potrà però difendersi dalle accuse dei testimoni sopravvvissuti che hanno raccontato per filo e per segno i suoi metodi da Gestapo. Nel film molti combattenti delle milizie rivoluzionarie o cittadini qualunque innocenti, uomini e donne, forti abbastanza da resistere due-tre-quattro anni ai ferri degli aguzzini, raccontano dettagliatamente le loro sofferenze. Qualcuno non riesce più a stare in piedi. Molti sono ciechi, sordi, senza una gamba, senza memoria. Vivono di soli incubi. Hanno il corpo zeppo di cicatrici, altro che tatuaggi. E si tratta dei più fortunati. Dei sopravvissuti.
Haroun è uno dei più interessanti cineasti africani della “terza generazione”, quella che ha esordito nel XXI secolo. Quella della nuova guerra di indipendenza dal neocolonialismo. Una guerra in corso. Dopo la generazione dei padri fondatori, dei patriarchi “realisti”, a cominciare da Sembene Ousmane e dopo quella dei loro allievi, più “visionari” e umoristi, come Gaston Kaboré o Oumar Cheik Sissoko. Il suo esordio, stilisticamente più personale e minimalista, ma accompagnato da un intatto furore etico, è del 1999, Bye Bye Africa, che vinse un premio a Venezia. Per l’insieme della sua opera (consacrata nei maggiori festival internazionali) Haroun ha vinto il prestigioso “premio Bresson” nel 2010, e dopo Abounia, Daratt (Stagione secca), Un uomo che piange e Grisgris, su un virtuoso sciancato del balletto pop, eccolo alle prese con il suo primo documentario lungo. Dedicato alla Associazione delle vittime di Habré, che ha lottato dal 1990 in poi, cioé dalla caduta della dittatura fino al suo arresto, il 30 giugno 2013, per ottenere giustizia e processare un dittatore che attraverso il suo partito unico e la sua polizia segreta ha tenuto in pugno e in regima di terrore il paese (per contro degli interessi occidentali, che non credo verranno processati a Dakar). E’ stata una donna, l’avvocato Jacqueline Moudeina, militante dei diritti dell’uomo, ad arrivare fino in fondo, senza mai essere pagata dai suoi clienti, poverissimi, premio Nobel alternativo The Right Livelihood Award 2011.